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Viaggio in Danimarca in autocaravan  

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Pietro
Scritto da: Pietro
Durata: 22 giorni
Data partenza: dal 14 Agosto 2002 al
Viaggiatori: 8
Nomi dei viaggiatori: Pietro, Anna, Shayela, Reno, Yuma, Annette, Antonio, Incoronata.

Introduzione

Tre, cinque, trentasette, trentasette, quaranta, cinquantaquattro, cinquantaquattro, ottantuno.

Non sono numeri del lotto, anche se, volendo, qualcuno potrebbe giocarli su due ruote per scaramanzia così non si sa mai. Sono gli anni dei componenti l'equipaggio di questo viaggio in Danimarca.

Le Tappe del Viaggio

Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
Tre anni Shayela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma, col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere.

Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.

Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa. Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.

Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere, o nell'inglese home = casa).

A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno
Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica. Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso. Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera.

Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion.

Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi.

Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica.

Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.

Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi, già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.

Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia.

Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre. La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno.

È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania, in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.

Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel.
Sabato 17 agosto. Tragitto di 609 chilometri. Nei pressi di Amburgo spazi di brughiera con campi di erica viola. Sotto il Tunnel dell'Elba, ad Amburgo, una voce femminile in altoparlante: "Achtung! Achtung!" e una serie di altre parole tedesche che non capisco. È la prima volta che sento una voce in altoparlante dentro una galleria.
Altra telefonata di Reno. Gli è scoppiata una gomma nei pressi di Basilea! Non ha più gomme di scorta ora. È fermo sul ciglio dell'autostrada nella corsia di emergenza. La polizia svizzera è stata gentile. Ha chiamato qualcuno del soccorso stradale. Reno aspetta ormai da un paio di ore con i bambini che si comportano benissimo e non frignano più di tanto.
Salta l'appuntamento delle ore 12.00 alla stazione ferroviaria di Viel. Ci sentiremo fra qualche ora per comunicarci le nostre nuove posizioni e un luogo nuovo per l'incontro.

Io e Anna arriviamo intanto a Flensburg. Poco dopo superiamo la frontiera abbandonata della Danimarca. Ci fermiamo a festeggiare la meta raggiunta ordinando un caffè danese al primo autogrill che incontriamo dopo un paio di chilometri. Sono le ore 19.00. Vicino al distributore di benzina una montagnola di piccoli sacchi pieni di ciocchi di legno e sacchetti di carbonella per barbecù ammassati su pancali. Questi sacchetti li incontreremo in tutti i supermercati e negozi della Danimarca come se la carne o il pesce o le verdure alla brace fossero per i danesi un piatto nazionale.

Il caffè all'autogrill lo fanno con una macchinetta da ufficio. Ci rinunciamo. Ne facciamo uno in camper con la nostra moka. Chiamo Reno per sentire a che punto è con il suo problema della gomma scoppiata. Un meccanico del soccorso finalmente lo ha raggiunto. Il guasto è stato riparato. Reno ha acquistato una gomma nuova. Il tutto, fra soccorso, gomma, e materiali, gli è costato 500 euro.

Una bella sberla imprevista insomma. Inoltre una striscia sfilacciata di copertone scoppiato, che ha continuato a girare prima che Reno potesse fermarsi in una piazzuola dell'autostrada, gli ha mangiato il fondo del camper, proprio sopra la ruota posteriore, in corrispondenza del letto dove dorme Yuma. Si è formato un buco da cui entra aria. Se piove entrerà acqua. Lavoro urgente da farsi subito appena torna a casa. Gli costerà altri 250 euro. Ma Reno è di buon umore. Ci tiene troppo a questo viaggio che desiderava da tanto tempo, e già si è rimesso in marcia cantando.
Speriamo che non piova.

Anna ed io siamo impazienti di vedere la Danimarca. Preso il caffè ci avviamo verso la prima uscita dell'autostrada, sulla statale 8 in direzione Kruså.
È un villaggetto di poche case. Proseguiamo per Sønderborg.
Per raggiungere Sønderborg si passa su un alto e suggestivo ponte che con una grande arcata supera il fiordo dell' Als Sund. Sullo sfondo barche a vela macchiettano di bianco l'azzurroscuro del mare.

Lungo la strada i diversi ingressi a Sønderborg sono indicati con le lettere dell'alfabeto C, B, Ø. Tutte le città in Danimarca hanno gli ingressi contrassegnati da lettere dell'alfabeto, anche S, N, V. Forse corrispondono al nostro Torino Nord, Torino Sud, Torino Est. In danese Est= Øst, Ovest=Vest, Sud=Syd (la Y si legge Ü, tranne dinanzi ai gruppi nd, nn, nt, ng, nk, kk, st, nel qual caso si legge Ö come nelle parole tynd (tön) = magro, lyst (löst) = voglia). Forse le lettere rappresentano le iniziali dei punti cardinali.

Ma è solo una supposizione. Per tutta la nostra permanenza in Danimarca mi sono riproposto di chiedere conferma e spiegazioni a un danese, ma alla fine me ne sono dimenticato. L'inizio di ogni paes
È domenica. Ci svegliamo un po' tardi dopo la notte insonne. Colazione veloce, e si parte verso Haderslev che si trova nelle vicinanze.
Di nuovo silenzio nelle vie, tranquillità assoluta. Un po' di vai e vieni vicino al piccolo bar sulla sponda del grazioso laghetto dove sguazzano anatre e cormorani. Una ragazza legge un libro seduta su una panchina, la bicicletta in piedi al suo fianco. Il sole sui capelli. Una donna anziana porta a spasso un cane nero. Un giardino verde intorno al lago. Un sentiero. Un ponticello di legno. Il centro storico. Da una chiesa evangelica proviene un canto. Entriamo. Alcuni ci salutano con un sorriso. Il coro è proprio all'ingresso in piedi su panchine di legno uomini e donne una dozzina vestiti di azzurro e foulars intorno al collo cantano fogli in mano. Una bimba piccola con un disegno tra le dita si aggira nell'atrio facendo avanti e in dietro tra la mamma bionda e il coro. L'aria fresca. Nude le pareti della chiesa, pochissimi gli addobbi. La gente canta.

Continuiamo la passeggiata sino al porto dove c'è l'ufficio turistico che troviamo chiuso. Compriamo al supermercato un pane. Sono le 12.30. Il giro ci riporta al camper. Lo vediamo laggiù a un centinaio di metri con la voce del suo allarme che si è messo a suonare da solo all'improvviso una corsa per bloccarlo. L'antifurto è così, ha una sua personalità. Suona quando vuole e tace a volte quando occorre. Dobbiamo farlo rivedere dalla ditta Grosso di Cuneo dove lo abbiamo acquistato. Non può fare le bizze in questo modo! Squilla il telefonino. Reno è a pochi chilometri dalla frontiera. Non ce lo aspettavamo così vicino! Ha viaggiato la notte mentre i bimbi dormivano. Ci diamo appuntamento al primo autogrill subito dopo la frontiera. Il colmo? Beh, noi avevamo un vantaggio di tre giorni su Reno, ma all'appuntamento è lui che arriva per primo e ci aspetta per una mezzoretta!

Finalmente gioia generale. Bacio ai bimbi e abbraccio. Pentola sul fuoco per un piatto di spaghetti con sugo di noci. Bottiglia di vino. Cartina stradale. Itinerari. Luoghi da vedere. Caffè. Dopo il caffè convoco una riunione generale sul camper di Reno. Tutti seduti intorno al tavolo. "Ascoltatemi bene -esordisco rivolgendomi anche ai bambini sorpresi di questa riunione così solenne e ufficiale - Dobbiamo passare le vacanze insieme qui in Danimarca. Cerchiamo di andare tutti d'accordo, di stare bene insieme e divertirci. Non bisogna rompere le scatole, né bisogna frignare per delle sciocchezze. E quando c'è da camminare si cammina, e quando c'è da giocare si gioca, e quando c'è da dormire si dorme. Ci sono tante cose da visitare e da vedere e il tempo che abbiamo a disposizione è poco. Non bisogna sprecarlo con capricci e litigi, altrimenti mi arrabbio. Sono stato chiaro?".

Il tono è solenne, austero, recitato, con pause espressive e messa in rilievo di alcune parole. Anna e Reno, stando al gioco, confermano la giustezza e la saggezza delle mie parole. I bimbi con gli occhi sbarrati e attenti, come se ascoltassero una fiaba. Shayela che aggiunge: "e quando c'è da mangiare il gelato si mangia il gelato".
Naturalmente.
Si parte per Augustenborg.

È una cittadina del sud est, dopo Sønderborg, con piccolo porto sull' Als Fjord. La nostra guida ci segnala che lì c'è un posto, nei pressi del castello, dove i camper possono parcheggiare. Ci fermeremo lì a dormire. Poi si partirà per Legoland.
Ad Augustenborg troviamo un grandissimo campo di grano tagliato. Ci sono centinaia di auto parcheggiate sotto il sole. Che sia questo il posto nei pressi del castello dove i camper possono fermarsi a pernottare? Un po' squallido. Forse i danesi non sono poi così diversi dagli italiani. Intorno non c'
Venti euro l'ingresso. Nel biglietto sono compresi anche i giri sulle diverse giostre e attrazioni del parco. Scattiamo subito una foto ricordo con la testa appoggiata sulla spalla dell'omino fatto di pezzettini di Lego colorati che dorme e russa su una panchina all'ingresso. Impressionante la sua immobilità, e quell' inquietante russare registrato che proviene dalle sue viscere come avvolto da un'eco di caverna. Personaggi di guerre stellari in Lego. Decine e decine di case, chiese, aereoporti, palazzi in miniatura che riproducono squarci di diverse città del mondo tutti fatti con pezzettini di Lego. Un museo all'aperto del Lego. Persino la montagna con i volti dei quattro presidenti americani scolpiti in Lego.

E la statua di Cavallo Pazzo in Lego. Il parco pieno di gente. Molti gli italiani. Nel prato dove abbiamo parcheggiato c'erano altri otto camper tutti italiani. Sembrava ci fossimo dati appuntamento lì. Mezza giornata abbiamo trascorso a Legoland cercando di fare giri in tutte le giostre. La prima è stata l'alta torre con una cabina girevole che sale e poi ridiscende ruotando. Dall'alto si vede tutto il parco con le diverse attrazioni, i sentieri, i villaggi in miniatura.
Non possiamo non sperimentare la caduta con la canoa. C'è una lunga coda alle canoe. Un serpentone di mamme papà e bambini. Saliamo su una canoa, io davanti, con Yuma seduto dinanzi a me. Gli passo il braccio sotto l'ascella tenendogli il petto con la mano per proteggerlo nella discesa. Il suo cuore batte fortissimo. Dietro di noi Reno e Shayela.

Anna ha preferito restare a terra. La canoa sale lentamente, sale, sale. Ed ecco che inizia la breve velocissima corsa in discesa. Quando lo scafo con violenza colpisce l'acqua in pianura del piccolo fiume che stiamo navigando, schizzi d'acqua ovunque. All'uscita scopriamo che una macchina fotografica nascosta ha scattato delle foto proprio nel momento in cui la canoa tocca l'acqua. Tutti e quattro immortalati con una espressione di tensione e riso. Beh, abbiamo comprato una foto ciascuno a 5 euro che ti mettono in una busta colorata.

Ora siamo in una barca che lungo un fiume sotterraneo ci porta nelle viscere di una caverna, nel ritrovo segreto dei pirati. Luci e tesori nascosti, briganti con benda nera sull'occhio, tavole imbandite con selvaggina, pane, frutta, boccali di vino, zingare danzanti e musicisti, cannoni che sparano. Tutto rigorosamente costruito con pezzi di Lego. Anna rimasta a terra con il suo improvviso mal di testa.
Poi è la volta della giostra con barche rotonde a forma di tazza e una vela abbozzata che su un piano girevole rotondo ti sballotta in diverse rotazioni da una parte all'altra della pista. Produce una sorta di euforia, una leggera ubriacatura da sballottamento morbido con vuoto allo stomaco sopportabile. Scendendo da quella giostra continuiamo incontenibilmente a ridere senza motivo. Anna che era rimasta a terra ci guarda un po' stranita.

Nel serpente volante con discesa ad alta velocità sale anche Anna. L'ingresso è sotto il castello medievale dove ci sono nicchie vetrate che espongono scene di vita sempre fatte con il Lego. In questa giostra il vuoto allo stomaco è più forte. Ma tutto dura solo un minuto.
Divertente la galleria dei minatori che esploriamo seduti sui carrelli del carbone che viaggiano tra esplosioni di grisù e lavoratori con picconi. Sempre rigorosamente in Lego.
Poi c'è il trenino che fa il giro panoramico. La ruota verticale per i bambini dove salgono soltanto Yuma e Shayela. Le automobiline per i bambini che viaggiano nella foresta incontrando elefanti,
Martedì 20 agosto. Ci dirigiamo a Ovest, verso le coste del mare del Nord, per andare a trovare Annette e Antonio che hanno affittato una casetta di legno tra le dune a forma di "L" col tetto di paglia, a 500 metri dal mare, a Bjerregård un paesino tra il mare e il Ringkøbing Fjord, a nord di Esbjerg. L'indirizzo esatto è Juliane-vej, 29.
Abbiamo invitato Yuma a salire sul nostro camper, per distrarlo un po' dai litigi con sua sorella. Sia Shayela che Yuma vogliono viaggiare sul sedile a fianco di Reno che guida, posto ritenuto privilegiato e d'onore, carico di significati affettivi vicino al loro papà, e ogni volta nessuno vuole stare dietro. Stanno vivendo un momento di forte nostalgia della loro mamma rimasta a casa.

È un continuio pari e dispari e tocca a me e tu ci sei già stato vero papà diglielo mi ha tirato un pugno babbo Shayela mi dà i pizzicotti dai Yuma vai a provare il camper di Pietro. Povero Reno. Yuma alla fine si è convinto, ed ora fa un pezzo di strada con me ed Anna. Di tanto in tanto Reno ci sorpassa, così i bimbi si salutano sbracciando, piccolo diversivo per distrarli dalla noia del viaggio e dalla mamma..
Lungo la strada ci fermiamo a visitare Varde. È un grazioso paesino. È qui che vediamo per la prima volta un negozio di pietre.

È uno strano tipo di negozio, più o meno simile al nostro marmista, ma con qualcosa di diverso, almeno nell'atmosfera che emana. Le pietre sono esposte all'aperto, decine di grosse pietre, chiare, scure, ovali, oblunghe, tonde, piatte, tutte ben allineate e pulite. Sono pietre da giardino o pietre per le tombe. La pietra in Danimarca ha un uso diffuso, la si trova dappertutto. Grosse pietre con inciso sopra il nome del proprietario e un numero civico si possono trovare all'ingresso di una casa. Una grande pietra la si può incontrare ad un incrocio con sopra inciso il nome di una via. Pietre giganti sono poste lungo le strade nel centro delle rotonde. Pietre davanti ai negozi, ai bar, ai supermercati. Una pietra sul ciglio della strada può indicare una locanda, un parco, un fiume. Non marmi luccicanti, ma semplici pietre, a volte grezze, nei cimiteri con incisi i nomi dei defunti. I negozi di pietra sono sparsi ovunque in tutta la Danimarca. Varde è particolarmente piena di panchine e di pietre.

Le pietre sono scolpite e raffigurano animali, orsi, elefanti, gatti. I negozi hanno tutti la merce esposta fuori all'aperto. Sembra un mercato, da cui spuntano tra un banco e l'altro animali di pietra. Aquistiamo un rullino per la macchina fotografica. Visitiamo la bella chiesa evangelica mattoni rossi. Una capatina all'ufficio turistico ci fa scoprire che non molto lontano c'è un borgo vichingo. Partiamo senz'altro per Bork Vikingehavn. (All'inizio di parola, e nella maggior parte dei casi, la "v" si pronuncia in danese come la nostra "v" italiana. Vind (vento) si pronuncia vinn (con lo stød sulla "i"). Dopo vocale breve ha un suono quasi come una "u", havn (porto), si pronuncia haun; lov (legge) si pronuncia lou. La v non si pronuncia in alcune parole di uso comune che terminano in "lv", sølv (argento) si pronuncia söl; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o). La vocale "u" si pronuncia normalmente come in italiano, ma in sillaba chiusa è quasi come una "ó" stretta: nul (zero) si pronuncia nól; gulv (pavimento) si pronuncia gol (con lo stød sulla o.) Davanti ai gruppi consonantici ng, nk, gt, la vocale "u" si pronuncia come una "ò" larga: frugt (frutta) si pronuncia fròkt.
Ci spostiamo verso Bork Vikingehavn che è poco lontano. È un piccolissimo borgo di quattro case in legno costruite secondo lo stile antico delle originali abitazioni vichinghe.
Un piccolo veliero, a remi e a vela, ormeggiato su un pontile di tronchi. È possibile per i turisti fare un giro con l'imbarcazione vichinga lungo i canali del Ringkøbing Fjord. Alcuni totem sono eretti qui e là. Sotto alcune tende ci sono artigiani: bigiotteria, cuoio, incudine e mantice con fabbro. Sono vestiti con abiti medievali vichinghi. C'è anche il museo. Parcheggiamo nel prato verde e ci affrettiamo per visitare eccitati il piccolo borgo. Accidenti, stanno per chiudere! Ci ricordiamo all'improvviso degli orari danesi.

Sono le 17.00. L'uomo addetto all'ingresso legge il nostro dispiacere negli occhi. L'ingresso costa 50 corone a persona (una corona vale circa 250 lire), quindi 6,4 €. Guarda l'orologio. Ha deciso di posticipare per noi la chiusura. Con 6,4 euro entriamo tutti. Ci dirigiamo verso la prima abitazione per visitarla. Scoppiamo a ridere quando ci rendiamo conto che per distrazione abbiamo imboccato la porta dei bagni, che non sono medievali, né vichinghi, ma normali bagni moderni con water e lavandino e sapone per le mani.
La vera abitazione vichinga è la costruzione più avanti. Familiarizziamo con Vivian una ragazza che lavora lì in abito medievale tutto il giorno. Una cintura di macramè con grosse chiavi di ferro pendenti sul fianco. Zoccoli di legno ai piedi.

Ci mostra l'interno della casa vichinga. Un grande braciere rettangolare in pietra con il fuoco acceso. Travi di legno a vista e un buco sul tetto per il fumo del focolare. Un letto con pelli di animali. Trecce di fili per tessere e ricamare che sembrano lana, ottenuti lavorando erbe che crescono nei campi. È proprio Vivian che raccoglie quelle erbe nei campi e le trasforma in fili colorati, usando le stesse tecniche di produzione e di tintura degli anichi vichinghi. Un telaio in un angolo. Panche di legno per sedersi. Un lungo tavolo grezzo un po' in bilico con sopra vasi e coppe di terracotta. Una signora anziana, in abito medievale con cuffia-cappellino in testa, sta finendo di impastare una massa bioncogiallastra di farina di granoturco. Su un tavolino candele attorcigliate fatte con la cera d'api. In vendita a 30 corone. Costa invece 5 corone fare il pane vichingo. Ci mettiamo all'opera per fare il nostro pane. Anche Yuma e Shayela. La donna anziana ci mette nel palmo della mano una pallottolina molle di farina impastata.

Cominciamo a batterla e schiacciarla sul tavolo
con il palmo sino ad appiattirla sottile come una cialdina. Farina di granoturco, sale, acqua, miele, uva passa. Un pane dolce dunque. Mettiamo la cialdina sopra una specie di padella piatta con lungo manico e ci sediamo intorno al bellissimo focolare di pietra mettendo la padella nera sulla fiamma. Cuociamo il pane e lo assaggiamo. Buono. Yuma e Shayela non lo mangiano tutto, nemmeno io. Nemmeno Reno lo mangia tutto. In fondo volevamo solo assaggiarlo, provare il piacere di farlo con le nostre mani e cuocerlo sul fuoco in una casa vichinga. Gli avanzi li mangia tutti Anna. Ne avrebbe mangiato ancora. Buongustaia di sapori primitivi e grezzi, Anna mangia persino le mele cotogne acerbe, i cachi che allappano, le bacche selvatiche, e tutto ciò che è erba, frutta, verdura, pianta, fiore. Per la carne ha meno trasporto.

Visitiamo le botteghe degli artigiani. Camminiamo sul bellissimo ponte di tronchi vicino al porticciolo dove è ormeggiata l'imbarcazione vichinga. Peccato non poter fare un giro lungo i canali. I
La via di Annette e Antonio, Juliane-vej, dovrebbe essere una di queste vie.
La imbocchiamo finalmente, pregustandoci la sopresa di Annette e Antonio che non sanno che stiamo arrivando. Stiamo cercando il numero civico 29, quando improvvisamente ci sbuca davanti una donna che corre a piedi. È proprio Annette! Ha appena iniziato il suo giro serale di jogging. Quando ci riconosce ha uno sguardo sbalordito di contentezza.

Ci saluta sventolando le braccia. Non si ferma, fa dietro front e continuando a correre torna verso casa da cui era appena uscita. Con la mano ci fa segno di seguirla. Ci porta sino al numero 29. Ci fa segno di entrare nello spazio recintato della loro casetta affittata. Scendo dal camper per valutare lo spazio e le manovre. Un abbraccio intanto.
Anche ad Antonio a dorso nudo che nel frattempo è sbucato dalla casetta con la sua andatura da clown. Sì, riusciamo a starci. Il passaggio per entrare è giusto giusto, ma con un po' di attenzione i nostri camper ci passano. L'aria è elettrica per l'inaspettato incontro e il piacere di vederci. Così elettrica che entrando nel cortile non mi accorgo, proprio all'ingresso, sul lato sinistro, del muretto di pietre nascosto dai cespugli. La fiancata laterale, per fortuna la parte bassa, proprio l'orlo, sfrega contro le pietre con un lamento di lamiere.

Non è la prima volta che nelle manovre faccio cilecca e danno. La ripariamo subito con oculate martellate e leve di cacciaviti e ferri. Il camper comincia davvero ad avere un'aria vissuta. Fra qualche mese, ne sono convinto, avrà così tante cicatrici da mostrarsene fiero. Come un guerriero che ha combattuto mille battaglie viaggerà mostrando con orgoglio i segni delle sue imprese e del suo valore. "Ecco - dirà silenziosamente a chi lo guarda - quell'ammaccatura che vedi in alto sulla scaletta d'alluminio che porta al tetto me la sono fatta a Vinadio, sottovalutando in una marcia indietro il ramo sporgente dell'albero sotto cui volevo annidarmi all'ombra; e quella striscia laterale, ad altezza d'uomo, sullo sportello del portabagagli, è ciò che resta di Prato, mentre in una viuzza di campagna, nel mese di maggio, cercavo di entrare nel cortile dell'agriturismo dove gli organizzatori della fiera per cui lavoravamo (che ancora devono pagarci) ci avevano ospitati a dormire.

Quel dannato palo sino ad allora invisibile, come un nemico appostato a delimitare il confine del campo, era uscito dall'ombra scura della notte con la sua spada per colpirmi a tradimento su un fianco. Ho curato la ferita con un po' di vernice bianca per impedire col tempo il formarsi di una ruggine sanguinante. E quel bollo ammaccato in alto a sinistra è il colpo mancino di un cartello stradale in una curva stretta di Venaria. Questo lungo segno di muro a secco, fiancata sinistra in basso, ha accompagnato il mio ingresso entusiasta nel cortile della casetta di paglia affittata da Annette e Antonio a Bjerregård in Danimarca nella lontana estate dell'anno 2002.

Qui è il fico del mio cortile. Lassù ho colpito rasente l'orlo troppo basso di un arco di pietra. Sì, il camper cominciava davvero ad avere un'aria vissuta. Cominciava a collezionare imprese e storie da raccontare. Il suo colore bianco splendente stava cominciando a svanire, cotto dal sole e dalla polvere, solcato da sottilissime righe leggere tele di ragno ricamate dai rami e dai cespugli.

Un caffè insieme ed acqua fresca con Annette e Antonio.
La loro casetta è abbastanza grande, una quarantina di metri quadri. Graziosa, a forma di "L" ammobiliata. Un ampio salotto, il cucinino, il bagno, la camera da letto, uno sgabuzzino, il tetto di paglia, l'ampio spazio intorno con un muretto di pietre nascosto dai cespugli. L'hanno trovata attraverso internet. L'affitto, per una settimana di vacanza, escluso il consumo dell'elettricità, è costato 250 euro. I prezzi variano da 200 a 300 euro a seconda se è compresa l'antenna parabolica, il telefono, o altri servizi. L'agenzia tedesca (www.novasol.com, sito in lingua inglese) presso cui l'hanno affittata si è dimostrata molto seria e puntuale.

Propongo un piccolo programma, se Annette e Antonio sono liberi, e se sono d'accordo. Ceniamo insieme la sera. L'indomani si potrebbe fare un bel giro in bicicletta per quei sentieri che costeggiano le dune, con pic-nic sulla spiaggia e bagno. E nel pomeriggio noi si riparte, perché vogliamo vedere più luoghi possibili della Danimarca.

Programma accettato all'unanimità. Annette propone ora, prima che faccia buio, di andare a vedere la spiaggia e il tramonto sulle dune. Ci incamminiamo con una torcia a pile. I bambini appresso. Shayela socializza con Antonio che la porta sulle spalle ed elargisce smorfie, battute, storielle e un repertorio di mimiche buffe che catturano Yuma e Shayela. Rane che saltellano sulla sabbia. I piedi nel mare del Nord. Reno si tuffa nell'acqua gelida, anche se dell'acqua ha sempre avuto paura.

Cena a lume di candela nello spazio sul retro della casetta. Un sogliola gigante con patate al forno. Anguilla, salmone ed altro pesce affumicato che Annette aveva comprato al mattino. Noi contribuiamo con verdure e cipolle di Tropea. Un'insalata mista di pomodori, cetrioli, formaggio e pere del nostro orto. Reno con il vino. Crollano infine i bambini. Se ne vanno a letto rimboccati dal babbo. Continuiamo sino a notte fonda con la chitarra e le canzoni di Reno. A turno inventiamo frasi nonsense spiritosaggini estemporanee cazzate che cantiamo perfino.

Si ride, e si ride.
Per il piacere del vino e di stare insieme si ride. Anna offre un liquore alla rosa che avevo acquistato una ventina di giorni prima a Vinadio, in provincia di Cuneo, una domenica di montagna. Era un mio piccolo pensiero per il suo compleanno. Anche se il suo compleanno è il 18 novembre. Tiriamo fuori la pipa, le miscele di tabacco. Il caffè. Pezzetti di dolce danese che Annette aveva in frigo. La luna piena. Il cielo stellato. Una splendida serata tra amici.

Al mattino prepariamo le bici con i seggiolini per Shayela e Yuma, gli asciugamani, lo zainetto con l'acqua e il pranzo. Shayela la porto con me sulla mia bici. Yuma con Reno. Anna con lo zainetto in spalla. Annette e Antonio partono una mezzoretta dopo, con la macchina: appuntamento al supermercato un paio di chilometri più avanti dove lasceranno l'auto per affittare due biciclette.

Il cielo azzurro e pulito, già un bel sole caldo, il venticello fresco. Il buon umore. Facciamo un pezzo di stradina fra i cespugli e la macchia, poi la strada asfaltata sino al supermercato. Compro un tubetto di antizanzara stick mettendo in piedi un improvvisato spettacolo mimico di fronte alla ragazza che mi guarda immobile. Tenendo le punte unite del dito indice e del pollice fingo di avere in mano un piccolissimo oggetto: muovo le dita a pinza disegnando nell'aria tragitti circolari, a otto, a curve, per simulare il volo di una zanzara. Inserisco il sonoro: Zzzzzzzz zzzzzzz Zzzzzzz. Dalle labbra della commessa esce un filo di voce: myk. Quel volo finisce diritto in picchiata sul mio braccio.

Una smorfia di dolore indica che sono stato punto. Poi mi gratto il braccio. La ragazza immobile. Io mi sto divertendo. Ora fingo di spalmarmi qualcosa sul braccio. Faccio di nuovo la zanzara con la punta delle dita e simulo un volo che pian piano si allontana. La ragazza va a uno scaffale e torna con un tubetto. È proprio lui: antizanzara stick. Il sorriso della ragazza è appena abbozzato. Il mio è molto aperto e compiaciuto. Ma ancora per poco. Compro le sigarette. Pago. La mia stecca di provviste MS Extra Lights era finita. In Danimarca non ci sono le MS, sono costretto a comprare un'altra marca. Scelgo le Prince Extra Lights. Costo 33 corone, pari a euro 4,26, insomma 8.250 lire!

L'antizanzara stick, un tubetto piccolo, un normale, innocente tubetto di antizanzara… 16.000 lire! Alle mie orecchie più dolorante della puntura di cento tafani. Le Camel che fuma Reno costano 9.500 lire a pacchetto! (475 lire una sigaretta!). Davvero esagerato. Un occhio della testa. Scoprirò in seguito le North State a 28 corone, 5.420 lire, le più economiche.

Ricordatevi dunque, fumatori, di portarvi in Danimarca sigarette e antizanzara sufficienti al vostro fabbisogno. Ho pagato con una banconota da 100 corone. In mano un resto solitario di tre corone col buco. Mi era un po' passata la voglia di fare teatro mimico nei supermercati.
Myk è la parola danese per indicare la zanzara. Si pronuncia mük.
Ci avventuriamo nelle stradine fra le dune. Una passeggiata di una decina di chilometri. In uno spiazzo d'erba lasciamo le bici coricate e legate per terra con un filo d'acciaio di sicurezza, anche se il luogo è deserto. A piedi superiamo un'alta duna per scendere al mare sulla spiaggia. Una grande spiaggia di sabbia finissima. Facciamo il bagno. Passeggiamo raccogliendo piccole pietre nere dalle forme strane da portarci a casa come ricordo, abitudine ancora non tramontata alla nostra età.

Ce le mostriamo a vicenda quasi facendo a gara a chi trova le forme più curiose e i colori più belli. Venti chili di pietre nei sacchetti. Solo alla partenza ci decidiamo a fare una cernita delle più interessanti. Poi il pic nic con frutta, cetrioli, formaggio, affettati e pesce affumicato. Ci scottiamo la pelle sotto il sole diventato caldissimo. Antonio si rotola nella sabbia giocando con i bambini. Anna fa qualche ripresa con la telecamera. Di tanto in tanto il tasto di avvio della cinepresa si blocca. Bisogna armeggiare con un movimento appropriato, forzare un po', incastrarlo nella sua guida.

Bisogna fare sempre così da quando una ventina di giorni prima mia sorella Lina era venuta a farci visita da Ventimiglia e Ferruccio, suo marito, entrando in casa era andato a sedersi direttamente sul divano sopra la cinepresa.
Il sole sempre più caldo. Il ritorno si trasforma in fatica. Ci siamo allontanati troppo. Quando al mattino sei fresco e riposato e pieno di energie una distanza ti sembra normale. Ma dimentichi che esiste il ritorno. E quel nostro ritorno in bici non finiva più, accaldati sotto il sole del pomeriggio con il fiato che si rompeva nelle salite e le gambe che si scioglievano e tremolavano ad ogni sosta. Lo stomaco appesantito dalla digestione. Un filo di sonnolenza che ti sbarrava la vista. Erano anni che non faceva così caldo in Danimarca.

Sembrava che tutto il sole si fosse concentrato su questa terra. Nel resto dell'Europa era pioggia e alluvioni ovunque. La Germania devastata dai nubifragi. Praga allagata con molti quartieri evacuati. Pioggia fitta e ininterrotta in Italia. Solo in Danimarca il sole. Shayela sul seggiolino viaggia con gli occhi chiusi presa da un sonno ingannatore che le fa perdere il bambolotto che stringe nella mano. Più volte fermandoci a raccoglierlo per strada. Fa sforzi enormi per stare sveglia, ma ogni tanto il capo le crolla da un lato, e la mano allenta la presa intorno al bambolotto di pezza che cade per terra in preda ad un attacco improvviso di nostalgia della mamma. Shayela vuole salire sulla bici del suo babbo.

Ma Yuma non vuole saperne di cederle il posto. Un po' di pianto. Antonio convince Shayela ad andare con lui. Facciamo il cambio delle bici per non smontare il seggiolino che avevamo avvitato sulla mia mountan byke. La bici di Antonio è troppo alta per me. Un gran fatica a starci sopra. Sono costretto ad allungarmi oltre le punte delle dita dei piedi per stare sul pedale piegando ora da un lato ora dall'altro tutto il corpo sbilanciandomi, col rischio di cadere per tutto il peso delle pietre ricordo. Dopo un paio di chilometri sono costretto a fermarmi e riprendere la mia bici con Shayela. Non era il caso di raccogliere ora la sabbia che Anna voleva portare a Macondo per il suo laboratorio di ceramica.

Il sudore grondande. La gola secca. Il sole come una padellata in testa. Non si arriva più. Procediamo lenti e distanziati come un esercito in disfatta. Solo l'ombra della casa, le abbondanti bevute di acqua fresca e un caffè triplo, ci hanno rimesso in sesto.
Ma
Alla fine di questa giornata abbiamo percorso 323 chilometri, sino a Skagen Grenen, la punta estrema nel nord della Danimarca dove arriviamo la sera. Ma lungo la strada ci fermiamo a visitare Lindholm Høje, vicino a Nørresundby, nei pressi di Ålborg.
Ci arriviamo percorrendo la statale 11, passando per Struer e Thisted.

Strana, evocativa, solenne, è l'atmosfera che si respira nel cimitero vichingo di Lindholm Høje. Simile un po' all'atmosfera che si respira nella necropoli di Filitosa, in Corsica, dove il vento, anche lì, dimora perenne tra le pietre. Lindholm Høje sorge su un'altura, una specie di ondulata collina. Entrando nella necropoli anche Shayela e Yuma restano in silenzio e parlano a bassa voce. Prima di arrivare alle tombe un boschetto di alberi. Negli spazi verdi, a ridosso del museo, pascolano montoni e capre dal pelo nero.

Le tombe crematorie hanno forme circolari, ellittiche, triangolari, a forma di barca, delimitate da grosse pietre (cromlech). Un vento incessante soffia su quelle pietre. La diversità delle forme si suppone indichino il sesso dei defunti. Le tombe con le pietre disposte a formare un perimetro circolare, o ellittico, erano per le donne. Le pietre che disegnano un perimetro triangolare, o a forma di barca, erano le tombe degli uomini. Il contenuto ritrovato nelle tombe, molti oggetti di uso quotidiano e perfino una spada, e perfino i resti di un cane, portano i segni del forte calore sprigionato dalle pire.

La necropoli fu scoperta nel 1889, ma gli scavi per portarla alla luce furono eseguiti solo negli anni 1952/1958. Lo strato di sabbia che la ricorpiva era alto quattro metri. Se non fosse stato per tutta quella sabbia accumulata dal vento le pietre sarebbero state sicuramente rimosse dai contadini per poter coltivare la terra. Dopo gli scavi tutta la collina fu seminata a erba. Impressionante, girando lo sguardo, vedere all'improvviso Anna vestita di nero che si è distesa per terra, con le braccia aderenti al corpo, il viso rivolto al sole, proprio vicino a una delle tombe delimitate dalle pietre. Anche Reno ha immaginato una pira di fiamme che se la portava via lentamente crepitando.

Scherzo da prete. La necropoli si suppone fosse attiva intorno all'anno 400 dopo Cristo, sino a poco prima dell'anno 1000. Sono tombe crematorie dove i morti venivano cremati sul posto durante il rito funebre. Nel 1989, in occasione del centenario della sua scoperta, la fabbrica di cemento Ålborg Portland ha donato al comune un nuovo edificio per ospitare il museo di Lindholm Høje. È in quell'edificio, all'interno del museo, che abbiamo trovato sul banco, e acquistato, il libro dei detti vichinghi, la saggezza di Odino che ci accompagna da alcuni giorni ormai. Abbiamo visitato attentamente il museo con i suoi vasi di terracotta e i monili ritrovati nelle tombe.

Anche la spada annerita dal fuoco. Uno schema a sezione verticale mostra la tecnica di costruzione delle navi vichinghe con gli incastri delle tavole ben visibili, la formazione della carena, il posizionamento dell'albero maestro, il formarsi della curvatura dello scafo.
Un grande carro con ruote di legno esposto in un angolo. Non si tratta di un vero ritrovamento, ma di una ricostruzione. Anche l'abbozzo di una casa, ritrovata a Lindholm Høje, è una riproduzione.

Ispirandosi a questo modello è stata costruita l'abitazione vichinga di Bork Vikingehavn, quella dove abbiamo cotto il pane di farina, miele, uva passa, dove lavorava Vivian.
Protetti da una parete di vetro nel museo ci sono dipinti sul muro che mostrano come probabilmente si svolgeva il rito f
Facciamo tappa ad Ålborg per una breve visita al suo centro storico. Cittadina vivace, piena di gente in bicicletta e Mac Donald. C'è una via piena di pub e birrerie. Al centro di una piazzetta una scultura in metallo nero rappresenta un uomo, una donna, un bambino che camminano per strada. Sembrerebbe un monumento dedicato alla famiglia. Le case di Ålborg hanno strutture architettoniche diverse. Ce ne sono di quelle tradizionali con le strutture portanti in travi di legno che lasciano sulle pareti un motivo decorativo fatto di quadri, rettangoli, triangoli. Altre case sono più moderne. Convivono alternandosi e mescolandosi nel centro storico.

Tanti negozi popolari. Tantissima gioventù e belle ragazze. Pieno di biciclette-taxi con piccola carrozza dietro, su cui puoi sederti e un ragazzo forte, o una ragazza, ti portano in giro per la città. Le biciclette-taxi sono diffusissime in tutta la Danimarca.
L'imbocco per l'autostrada E45 è poco lontano. Seguiamo le indicazioni fino ad incontrarla. La percorriamo verso nord sino a Frederikshavn. È una zona piena di ferrocalvari, molti con sostegno a traliccio. A Frederikshavn l'autostrada finisce. Ci immetiamo nella statale 40 che costeggia, distante pochi chilometri, le coste dell' Ålbæk Bugt (Baia di Ålbæk, nord-est della Danimarca).

Da Frederikshavn a Skagen il paesaggio è molto bello, un po' meno selvaggio di Bjerregård, ma molto interessante. Si alternano dune di sabbia con estese coltivazioni di pini, rose canine, abeti. Zona di grande produzione ed esportazione di abeti destinati a diventare alberi di Natale nelle case danesi olandesi e tedesche, e chissà, forse anche italiane. In questa zona i paesi sono piccoli e i filari di case hanno architettura omogenea. Curioso incontrare nelle rotonde degli incroci grandi totem naif di legno dipinto.

Come se fossero stati colorati dai dambini. Tutta questa zona sembra dedicare una particolare attenzione all'infanzia. Le sculture in legno nelle rotonde si susseguono con lo stesso stile naif. Poco prima di Skagen un mulino a vento. Ne abbiamo incontrato sei in tutto in Danimarca. Un grande faro spento, forse in disuso, ci preannucia che siamo vicinissimi a Skagen Grenen, la punta estrema della Danimarca. Forse non troveremo niente di speciale, ma raggiungere il punto estremo di un paese dà un'idea di finitezza, di viaggio compiuto. Il punto estremo ha valore di meta raggiunta, come se meglio nella mente si potesse contenere un paese.

Skagen Grenen è una grande spiaggia sabbiosa. Una lunga lingua di terra che entra nel mare. Centinaia di gabbiani volteggiano nell'aria. Il parcheggio è pieno di auto e caravan. Moltissimi i turisti. Il sole è quasi all'orizzonte. Ci affrettiamo a camminare piedi nudi sulla sabbia sino alla punta laggiù. È un luogo suggestivo per i colori e la luce tenue del tramonto, per i gridi dei gabbiani, per le casematte di cemento armato residui della guerra disseminate qui e là, per le canne, per i cespugli di rovi e rose canine che crescono fitti sino a un certo punto prima che inizi la distesa di sabbia che si perde nel mare. Suggestivo, ma sporco. Carcasse di pesci venuti a morire sulla spiaggia, centinaia di meduse morte sulla riva o mollemente galleggianti sull'acqua, mosche, tafani, zanzare. Anche sacchetti di plastica e lattine.

Strano questo sporco in Danimarca, e proprio in una zona così visitata. Ma forse dipende proprio dal fatto che è così visitata. Scattiamo le foto, filmiamo. Ci bagniamo i piedi proprio sulla punta estrema del
Il festival di Tønder è iniziato da due giorni. Abbiamo calcolato di arrivarci nel tardo pomeriggio dopo 374 chilometri di autostrada e di statali. Resteremo a Tønder la sera del 23, e tutto il giorno del 24. Ci siamo lasciati Reno alle spalle.
A Frederikshaven prendiamo l'autostrada E45 diretti a sud. Colline e laghetti intorno.

Un altro mulino a vento. Abeti. Grano. Grano. Ci chiedevamo quando avremmo incontrato un vigneto. Durante il nostro giro di 2700 chilometri per tutta la Danimarca non abbiamo mai incontrato un vigneto. Né un vigneto, né un frutteto. Grano. Grano. Mucche al pascolo nei prati. Mucche. Cavalli. Mucche. Fattorie. Maiali. Erika. Mucche. Mai un vigneto. Ad Ålborg improvvisamente un grande banco di nebbia. Il sole, il cielo azzurro, gli abeti, i laghetti, spariti d'un tratto. Si è abbassata la temperatura. Attraverso quella porta di nebbia sembra di essere entrati nell'inverno. Un banco durato mezzora a 110 chilometri orari sull'autostrada.

Dopo mezzora avevamo l'impressione che l'estate non ci fosse più. Così come improvvisamente eravamo entrati nella nebbia, altrettanto all'improvviso ne usciamo ritrovando il sole e il cielo azzurro. Randers, Århus, Skanderborg, Horsens, Vejle con il suo grande e lungo ponte sul Vejle Fjord. Ci fermiamo in autogrill per il pieno di gasolio. Qualcuno alle spalle ci suona il clacson. È Reno che ci ha raggiunto! Incontro casuale allo stesso autogrill! I bambini contenti di vederci. Festeggiamo con un caffè.

Prima di Kolding le nostre strade si dividono di nuovo. Reno sull'autostrada E20 verso Est, Odense, Copenaghen. Noi proseguiamo sulla E45 sino a Kolding e poi ci immettiamo sulla statale 25 diretta a Tønder. Un'improvvisa margherita incontrata nei pressi di Jels ci fa fare marcia in dietro per andare a visitare il posto segnalato. È così che scopriamo il piccolo laghetto di Nedersø. È proprio un piccolo grazioso laghetto circondato di alberi alti. Un parco accogliente con panchine, prato verde, sentiero lungo il lago. È deserto e tranquillo a quell'ora del pomeriggio.

Ci sono pochissime macchine. Uno spazio di giochi per bambini costruiti con tronchi d'albero. Un grande tronco disteso per terra trasformato in drago. Uno sconosciuto falegname vi ha intagliato, con sega elettrica e colpi di accetta, grossi denti sporgenti dalla bocca, ha modellato occhi di fuoco, sagomato una testa, una schiena, la coda, dando vita a un grezzo drago sulla cui groppa i bimbi salgono a giocare. Un'altalena bellissima con struttura di tronchi verticali e orizzontali, e corde pendenti che finiscono in un disco di legno che fa da sedile.

La superficie di un grande quadrato delimitato da tronchi è stata ricoperta non con sabbia o ghiaia, ma con trucioli di legno. Una capanna su un albero. Un tavolo un po' sbilengo, largo, spesso, lunghissimo, ricavato da un tronco gigante tagliato a tavole più volte longitudinalmente. Una rete di corda spessissima e un po' lenta legata a un quadrilatero di pali dove i bimbi si lasciano andare sballottando il proprio corpo in ogni direzione senza cadere. Un altro tronco d'albero ha la forma di un aereo con grandi ali per giocare. Un albero alto, probabilmente marcito in più punti, è stato spogliato dei rami, e nel nudo tronco rimasto è stata intagliata una figura di cavaliere. Un tronco reciso, con le radici ancora piantate nella terra, trasformato in gufo.

Altri tronchi tagliati raso terra sono diventati funghi. I colpi di accetta e di scalpello sono grezzi e approssimativi. La caratt
Sentiamo la musica provenire da diversi punti del centro storico. A Tønder c'è gran movimento. Troviamo per fortuna un parcheggio gratuito proprio dietro la palazzina della polizia, vicinissimi al centro. Una pettinata con veloce lavata di faccia per toglierci di dosso i 374 chilometri percorsi, e scendiamo nelle strade. Arriviamo nella piazzetta centrale dove c'è un concerto jazz-blues.

Centinaia di persone affollano la piazza con boccali in mano. Ovunque chioschi che distribuiscono birra. La gente allegra. Un bel clima davvero. Arriviamo in fondo al paese dove c'è un'alta torre. Seguiamo il flusso di gente che va in quella direzione, oltre la torre. Arriviamo un un campo vastissimo dove sono stati eretti enormi tendoni da circo: la sera vi saranno concerti. Ristoranti, chioschi con birra, panini, salsiccia alla brace, hamburgher, pesce. Oltre la zona dei grandi tendoni si estende un'altro enorme campo messo a disposizione dei visitatori: centinaia di tende, piccole e grandi, camper, furgoni, roulotte, belle donne, macchine, tamburi, flauti, cornamuse, sacchi a pelo.

Giovani e anziani venuti da ogni parte della Danimarca, ma anche dall' Olanda, dalla Germania, dall'Inghilterra. Non abbiamo visto, nei due giorni che siamo rimasti a Tønder, né una macchina, né un camper targati Italia.
Nel parcheggio a ridosso delle centinaia di tende un furgone rosso davvero originale. Sul portabagagli è stato appoggiato un ripiano di tavole. Per tutto il perimetro del pavimento di tavole scorre un recinto di legno con tanto di paramano e cancelletto.

È stata ricavata una vera veranda con vasi di fiori e piante. Sotto un ombrellone, seduti intorno a un tavolino bianco, proprio sopra il tetto di quel furgone rosso, una famiglia di una certa età capelli lunghi e bottiglie di birra chiacchiera e fa salotto. Trentasei anni fa, ai tempi in cui viaggiavo in autostop per l'Europa, ricordo di aver visto un furgone simile, rosso anche lui, che viaggiava sulle strade della Francia del Nord con veranda e salotto di fiori sul tetto. Chissà se erano le stesse persone!

Il cielo si è rannuvolato. Minaccia pioggia qui e là. Qualcuno già passeggia con l'ombrello appresso. Ci sediamo su una panca di legno di fronte a uno dei tanti ristoranti, proprio dinanzi a un tendone da circo dove fra alcune ore ci sarà un concerto di musica folk. Il biglietto di ingresso costa 200 corone (50.000 delle nostre vecchie lire). Tra i molti gruppi e i personaggi importanti che suoneranno nelle diverse serate: Runrig (Scozia), Donovan (Scozia), TimO'Brien (Usa), AllanTaylor (Gran Bretagna), ChuckBrodsky (Usa), Dervisch (Irlanda).

Assaggiamo finalmente lo Smørrebrød (letteralmente pane imburrato). È il saporito piatto nazionale dei danesi, quintessenza della semplicità. Un po' come la nostra pizza o i nostri spaghetti, ma decisamente più semplice e veloce. Si tratta di una banalissima tartina di pane, imburrata, guarnita con diversi tipi di contorni, i più vari, secondo libertà e fantasia di ciascuno. Può esserci una fetta di prosciutto, o salame, o salmone, foglioline di insalata, olive, acciughe, maionese, cipolla. Quella che ci servono al festival di musica folk di Tønder è di dimensioni normali, un tipo di pane un po' scuro, con un insaccato simile al Würstel, foglioline di insalata, fettine di cetriolo, cipollina, maionese, e una striscia di gelatina di pesce. Molto buona. Ne prendo una seconda porzione. E un'altra birra.

Abbiamo assaggiato lo Smørrebrød in al
Partiamo da Tønder alle 15.30 del giorno 24, sabato. Ci avviamo con calma verso Copenaghen all'appuntamento con Reno, con l'intento di fermarci a visitare qualche paese lungo la strada. Deviamo un poco sulla statale 11 per fare un salto a Ribe. Vi arriviamo alle ore 17.00 e scopriamo che il mercato vichingo aveva appena smontato le sue bancarelle. Un mercato che fanno ogni giorno dalle 11 alle 16. Ce lo siamo perso insomma. Solita questione degli orari. Ribe è la più vecchia città del Nord Scandinavo fondata nel 948 dopo cristo. Da qui partirono i vichinghi per conquistare l'Inghilterra nell'anno mille. È una bella cittadina che ha, poco lontano dal centro, un grande parcheggio riservato ai camper.

Molte case, a uno o due piani, storte come quelle d'Olanda, sono costruite con travi di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le finestre sono munite di specchietti retrovisori che consentono a chi si trova all'interno di vedere fuori e riconoscere chi passa nel vicolo o chi bussa alla porta. Anche in altri paesi della Danimarca c'è l'usanza di apporre questi specchietti alle finestre. Tra i filari di case scorrono i vicoli e i carrugi medievali. Davanti ai portoni ogni tanto un carretto con sacchettini di patate, cipolle, verdura. Chiunque passando può prenderne uno, lasciare il danaro corrispondente in una ciotola, e andare via. Non c'è nessuno a vendere. Carretti simili, che possono essere carriole o altri tipi di ripiani, si trovano ovunque in Danimarca. La gente ha fiducia nel prossimo.

La grande cattedrale in mattoni rossi costruita nel 1.117. Il cimitero, semplice ed essenziale. Il Museo Vichingo. Il Museo dei giochi e delle bambole. La ruota di un grande mulino. Sui tetti delle case alcuni ripiani di legno messi apposta con fuscelli intrecciati, abbozzati nidi per accogliere le cicogne di passaggio.
Le tre palline di gelato prese al chiosco della piazzetta centrale non sono buone come quelle di Tønder. Ci sarebbe piaciuto fermarci sino alle 22 per vedere l'accensione dei lampioni e sentire le storie e le canzoni del cantastorie in costume. Ma avremmo fatto tardi. Proseguiamo il viaggio per 207 chilometri facendo tappa a Odense. Siamo già nell'isola di Fyn.

Una telefonata di Reno ci informa che l'attraversamento del lungo ponte sullo Storebælt (specchio di mare che separa l'isola di Fyn dall'isola Sjælland, dove si trova Copenaghen) costa 50 euro! È vero che le autostrade in Danimarca sono gratuite, ma il costo per attraversare quel ponte se le ripaga tutte.
Odense ha un grande centro storico con grande isola pedonale. La visitiamo di notte al buio con tutti i negozi chiusi. Il bar nella piazza centrale è aperto e pieno di gente. Il centro è una specie di labirinto dentro il quale ci siamo un po' persi. A Odense il 6 settembre c'è una grande manifestazione: Cultur Nat, un grande festival di poesia e musica che si riversa nei locali e nelle strade per tutta la notte. Purtroppo non potremo vederla. Dormiamo in un parcheggio vicino al centro. Rivisitiamo Odense di giorno facendo colazione con un caffè lungo nel bar del centro. Una famiglia fa colazione al tavolo vicino, con un bimbo di pochi mesi seduto su un seggiolino di legno messo a disposizione dai gestori del bar. La città è deserta. Il solito religioso silenzio che regna nei paesi. Agli incroci un suono acuto intermittente accompagna il rosso dei semafori.

Allo scattare del verde il suono acquista una intermittenza più ravvicinata. Possono udirlo i ciechi.
Vicino a Odense visitiamo la chiesetta
Tenendo i bambini per mano ci incamminiamo a piedi lungo la via Bernstorffsgade verso il centro storico di København (con la "v" che si pronuncia "u") come chiamano i danesi la loro capitale. Dinanzi alla stazione centinaia di biciclette parcheggiate con la ruota anteriore incastrata nelle apposite forcelle di ferro nero. Reno, che da tre giorni si trova in città, ci fa da guida. Al Parco Tivoli dal 28 agosto al 1° settembre, grande festa della birra. Ma noi saremo già partiti, Reno verso casa, Anna ed io per la festa medievale vichinga di Horsens.

È una bellissima città Copenaghen, animatissima, simile ad Amsterdam, piena di colori e movimento, ma con una sua particolare fisionomia e atmosfera. Intorno alla stazione i palazzi sono costellati di cartelloni pubblicitari e insegne. La pubblicità che non abbiamo mai incontrato lungo le strade della Danimarca sembra essersi concentrata tutta qui.
Le auto, i pedoni, le biciclette hanno un ritmo particolare. C'è velocità, ma non fretta.
Ai semafori rossi i fiumi di auto e biciclette si fermano all'improvviso.

Per qualche secondo tutto è immobile. Anche i pedoni. All'apparire del verde il fiume di auto e biciclette si rimette in moto velocissimo e silenzioso. Non si sentono clacson. Dopo qualche secondo ecco di nuovo l'immobilità. Questo ritmo nello scorrere del traffico, con l'alternarsi di velocità e immobilità, non l'ho mai visto in nessuna città, è proprio una caratteristica di Copenaghen. Piena di turisti e caffè stracolmi di chiacchierìo. Macchine fotografiche. Dato un colpo all'interruttore della nostra telecamera per disincepparla, facciamo qualche ripresa anche noi. Dalla piazza Rådhuspladsen, dove sorge il Municipio, e dove un peruviano con guance di eolo soffia continuamente, per dimostrazione, dentro palloncini colorati che sgonfiandosi velocemente fanno volare elicotteri di plastica sopra le teste dei turisti, si vede laggiù il grande complesso del cinema Palads, con le pareti esterne dipinte e illuminate di viola rosa giallo, da sembrare proprio il luogo delle fate e della fantasia.

Ci addentriamo nell'isola pedonale imboccando la via principale del centro storico, la Strøget-Østergade. È un passeggio fitto e continuo, un brulichìo di umanità. Artisti di strada agli angoli, con chitarra, o violino, o fisarmonica, e cappello aperto per terra. Statue viventi immobili che quando metti un' offerta libera nel cappello si muovono rivelando che sono artisti e non statue. Un giovanotto nordafricano lancia piccoli omini di plastica colorata contro un muro su cui rimangono appiccicati per qualche secondo, e poi ridiscendono lungo la parete facendo capriole come se fossero omini arrampicatori al contrario. Sedute ai tavoli dei bar molte ragazze sole, o gruppi di sole ragazze bionde. Spesso in tutte le città della Danimarca abbiamo incontrato ragazze che escono la sera in compagnia di altre ragazze.

Gruppi di due, tre, quattro belle ragazze: nei bar a bere una birra, nelle trattorie a gustare uno smørrebrød, a passeggiare per la strada con un gelato, a chiacchierare su una panchina.
Le vetrine delle librerie illuminate. I libri sono davvero carissimi in Danimarca, come le sigarette. Un libro normale di narrativa con tante pagine quante quelle di Cent'Anni di Solitudine, del Deserto dei Tartari, di Tre Umini in Barca, costa 70/80/90 mila lire!

Nei negozi di abbigliamento, di scarpe, di casalinghi, di stoffe, di guanti e cappelli, di corsetteria e lingeria (dove usualmente si trovano le misure large, ché
L'indomani mettiamo altre 17.500 lire nel parchimetro. Le bici sono pronte. Si parte di nuovo alla scoperta di Copenaghen. Un salto in banca prima. Finalmente a Reno sono arrivati i soldi che Elena gli ha spedito dall'Italia. Ora è più tranquillo anche per il ritorno.
Ne spendiamo un po' seduti a bere birra e caffè in un bar all'aperto della Højbro Plads dove una simpaticissima orchestrina suona musica Dysneland. Nelle vicinanze scalpitìo di cavalli legati a una carrozza. Una selva di biciclette intorno alla fontana. Poi la pioggia improvvisa. Noi al riparo sotto l'ombrellone biancocrema del bar.

Il Wax Museum (museo delle cere) al Louis Tussaud's del Tivoli Park.
Bellissima pausa, dopo il lungo giro in bicicletta, all' Ørsteds Parken, vicino ad una scuola superiore, con cigni, gazze, anatre, colombi e sorbo rosso.
Una visita all' Holmens' Kirgegård, che incontriamo per caso, con il cimitero senza cipressi, discreto, fatto di nude pietre, i sentieri di trucioli di legno, alberi di specie diversa, persino fragole coltivate all'ingresso.
Via Nyhavn, lungo il canale, piena di bar, ristoranti, ombrelloni bianchi, dove c'è un gabinetto pubblico, e dove si prende il barcone per visitare via-acqua la città.

Il Battello Teatro, ormeggiato nel canale con un fitto cartellone di appuntamenti e spettacoli.
E finalmente siamo all'ingresso della piccola libera repubblica di Cristiania.
È una comunità di un migliaio di persone nata ai tempi dei figli dei fiori. Sopravvive ancora con i suoi negozietti, le sue officine, le bancherelle di hashish e marjuana e le sue stranezze offerte ai turisti.

È una zona franca, anarchica, un po' fuori del tempo.
Il territorio di Cristiania è un parco pubblico delimitato da mura di cinta e siepi, probabilmente conquistato con una occupazione intorno agli anni sessanta. È un segno concreto di tolleranza civile e convivenza possibile tra due mondi diversi. Convive perfettamente con la classica Copenaghen che gli pulsa intorno. Colpiscono subito i due cartelli posti all'ingresso di Cristiania, il primo posato orizzontalmente come una trave che delimita la parte alta dell'ingresso:

"BENVENUTI A CRISTIANIA TERRA DI LIBERTÀ".

E il secondo cartello, subito dopo, a grandi lettere:

"SAY NO TO HARD DRUGS"
(dì no alle droghe pesanti).

Potendo dalla strada sbirciare all'interno di Cristiania si ha subito l'impressione che quello è un posto inconsueto. Entriamo con le biciclette spinte a mano che andiamo a parcheggiare in un angolo, legate strette con un filo d'acciaio ed un lucchetto. Un altro cartello, ripetuto più volte in più luoghi: "NO FOTO".
Europei, africani, giapponesi, sudamericani vivono a Cristiania. Un vasto assortimento di caratteri somatici si incontrano passeggiando per le sue vie e le sue piazzette. Capelli lunghi, vestiti colorati, barbe, tatuaggi, volute di fumo azzurrognolo, profumo di marjuana fumata. Una piazzetta e una via sono piene di bancherelle che vendono droghe leggere di ogni tipo.

Un gran caos di bidoni dell'immondizia ancora da svuotare.
Nella piazzetta dei bar e dei ristoranti centimetri di cicche con filtro giallo sulla ghiaia.
Distesi su gradini alcuni ragazzi si stanno gustando la tranquillità e il torpore di una canna. Mosche. Un'officina meccanica. Dietro una maschera una ragazza tatuata salda pezzi di lamiere.

Espongono e vendono oggetti artigianali costruiti col ferro: sculture, candelabri battu
Abbiamo costeggiato il grande canale. Ora siamo al porto di fronte alla Sirenetta la famosa statua tra gli scogli dedicata ai marinai, simbolo di Copenaghen. Decine e decine di turisti sono di fronte alla Sirenetta. Scattano foto a ripetizione.

Una ragazza scende tra gli scogli e abbraccia la Sirenetta per la foto. Un'altra poggia la sua borsetta a forma d'orsacchiotto di peluche nel grembo della Sirenetta, e presa la statua a braccetto ecco un'altra foto. Ognuno si inventa una posizione, un sorriso, un abbraccio, una smorfia, un atteggiamento, per essere immortalato in una foto con la Sirenetta nera.

Dato il solito scappellotto all'interruttore inceppato della nostra telecamera, facciamo qualche ripresa. È una piccola statua la Sirenetta. In verità una statua qualunque. Ma ci dice quanto può diventare forte e potente e significativo un simbolo che si diffonde. Questa piccola statua è conosciuta in tutto il mondo. Ci sono più turisti qui al porto venuti per vederla, che non al Museo dei Guinnes Mondiali sulla Strøget-Østergade.

Dalla Sirenetta al Churchillpark. Nella piccola chiesetta di pietra bianca e grigia una donna africana con foulard a fiori in testa, con carnagione lucente color noce scuro, è così immobile, così fissamente immobile, che al primo sguardo, entrando in chiesa e vistala a sinistra seduta sulla panca a pregare con le mani giunte, io, Anna e Reno l'abbiamo scambiata per una bellissima statua di legno.
A ridosso della chiesetta una grande fontana senz'acqua (forse per lavori di ristrutturazione) con più vasche a discesa e un carro enorme di pietra trainato da grandi buoi di pietra. Una donna di pietra con frusta a guidarlo.

La grande caserma con tante palazzine rosse, parco pubblico. Superando una breve salita si giunge a una sorta di altipiano con prato verde grandissimo al centro del quale campeggia maestoso un vecchio mulino a vento. I bambini, superato l'orlo della salita e approdati nel prato, alla vista del grandioso, suggestivo spettacolo del mulino a vento con le sue pale di legno che si stagliano nel cielo come ali di Icaro, esclamano con gli occhi dilatati dalla meraviglia: "Guardate ci sono uno, due.. tre, quattro cannoni!".

C'erano infatti alle estremità di quel quadrato di campo quattro vecchi cannoni neri.
Il mulino non l'avevano visto.
È mercoledì 28 agosto, dieci del mattino. Sono già tre giorni che siamo a Copenaghen. Per Reno è arrivato il momento di partire. Ci separiamo di nuovo. Vediamo il camper allontanarsi con i bambini un po' tristi che salutano dal finestrino. Anche la rossa bandierina danese con strisce bianche a croce orizzontale, comprata a Legoland, saluta dall' antenna sventolando. Ciao Reno, a presto.
Facciamo l'ultimo giro nel vie del centro di Copenaghen.

Anche noi cominciamo a sentire l'atmosfera del ritorno. Ogni volta che siamo in vacanza ci dimentichiamo che in verità le vacanze finiscono sempre quattro giorni prima. Nel senso che a quattro giorni dalla fine la testa ricomincia a pensare alle cose che ti aspettano a casa, cominci a pensare al lavoro, agli impegni, alle cose da fare, e cominci a non essere più troppo presente nei luoghi dove ti trovi.

Al mattino il centro storico di Copenaghen è pieno di automezzi che scaricano merci. I negozi hanno appena aperto e si attrezzano per il lavoro della giornata. Casse di bibite, verdura, frutta, pane, vengono scaricate dai furgoncini in sosta. Passa il camion della nettezza urbana a svuotare cestini e bidoni dell'immondizia e a ripulire le vie. Prendiamo un lungo caffè danese seduti al bar sotto il tepore del sole.
Anna eccezionalmente scrive una cartolina a un'amica a cui forse l'ha promessa. Io approfitto di quella tranquillità per aggiungere qualche riga ai miei appunti di viaggio. Ma ecco all'improvviso la banda musicale.

La sua musica ci fa scattare in piedi. Il conto era già pagato (normalmente in Danimarca si paga subito al cameriere quando ti porta al tavolo le ordinazioni). Anche noi ci mettiamo a seguire la banda accodandoci al già folto numero di persone che la segue. È la banda musicale dei cadetti diretti alla piazza ottagonale del Palazzo del Re, per il puntuale e quotidiano cambio della guardia. Pantaloni azzurri con striscia bianca laterale, ciberna di cuoio bianco a forma di x sulle spalle che termina con una valigetta nera sui lombi, sciabola pendente sul retro, baionetta, fucile automatico, grande colbacco di pennato nero, giacca blu, guanti bianchi. Procedeno segnando il passo scortati da vigili gentilissimi sino alla grande Piazza Ottagonale dove c'è il monumento di Federico Quinto a cavallo. Il traffico rallenta formandosi una coda di auto, biciclette, carrozzine.

Gente affacciata alle finestre sino al quarto piano a guardare la banda che passa. Alla telecamera devo dare questa volta più di uno scappellotto perché si metta a funzionare. Anche il pubblico che segue è tentato di accordare il suo passo al ritmo della musica e inconsapevolmente marcia con brio. La pavimentazione della Piazza Ottagonale è fatta di porfidi grigi rettangolari spezzati da linee di porfido nero che delimitano lo spazio al di là del quale deve stare il pubblico. Centinaia di persone con macchine fotografiche ogni giorno alle ore 12.00 vengono a vedere il cambio della guardia al Palazzo del Re. I vigili controllano che nessuno del pubblico sorpassi la linea nera di porfidi.

Ogni tanto una vecchietta o un giapponese tentano di avvicinarsi per vedere meglio i dettagli del cambio della guardia rompendo la perfezione del quadrato formato dal pubblico assiepato dietro la linea nera dei porfidi. I vigili pronti a rimetterli al loro posto, con un sorriso, una battuta, con una mano sotto il gomito sospingendoli. Dopo una mezzoretta è tutto finito: il pubblico rompe le linee e si riversa in piccoli rivoli in ogni direzione. Ritorniamo nel centro storico. Pranziamo in un locale con un piatto di Shawarma e Shish
Da Kakse a Præstø, con pausa pisciatina sulle canne del bellissimo Præstø Fjord.
A Kalvehave passiamo sul ponte che attraversa lo Stege Bugt, e siamo sull'isola di Møn. Porticciolo di Stege, e finalmente siamo vicini alle Møns Klint. Intorno a Stege ci sono tanti negozi di ceramica e antiquariato, coltivazioni di barbabietole, moltissimo verde e filari alberati. Le Møns Klint sono un luogo affascinante. Per arrivare alle scogliere si attraversa un bosco sterminato con alberi altissimi che mi ricordano la foresta di Shervood di quando bambino ero un Robin Hood. Nel bosco un grande campeggio con decine e decine di tende camper roulotte.

Zona ideale di passeggiate e bellissime escursioni a piedi e in bicicletta nel bosco. La strada bianca di terra battuta si inerpica con curve e zig-zag fino alla cima di questa vasta collina. Entriamo nel parcheggio delle Scogliere di Klint. Costa 25 corone e puoi fermarti tutto il giorno. Ci sono spazi verdi e all'ombra e apposite tettoie di legno per il pic-nic.

Un chiosco di souvenirs e cazzatine. Una caffetteria, un ristorante. Un parco giochi per bambini con il solito stile di tronchi intagliati grezzamente a formare figure di draghi e di animali, con trucioli di legno per sabbia, altalene con corde verticali che finiscono in sedili rotondi fatti con dischi di albero tagliato. Un grande albero mozzo del parco è chiodato per fare giochi di arrampicata. Cominciamo a salire a piedi lungo il sentiero che ci porta verso il punto più alto del promontorio. Le radici affioranti dei grandi faggi sembrano scalini.

Dall'alto del sentiero ci sono punti panoramici da cui si possono ammirare le bellissime scogliere bianche di Møn. Un cartello ci informa che nel bosco e sulle scogliere ci si può imbattere nel falco pellegrino. È un bosco di sogno. Un gran silenzio abitato dal vento e dagli uccelli. Mi viene da chiamarlo il Bosco degli Innamorati. Ad ogni passo si incontra un albero su cui una mano a volte tremolante, a volte ferma e decisa, ha inciso sulla corteccia o scritto con la pietra bianca della scogliera, il nome di un uomo o di una donna.

Cuori trafitti, dediche, speranze, auguri, promesse, nomi. Il bosco sembra abitato da spiriti invisibili che hanno lasciato quelle scritte sulle cortecce, sui parapetti di legno che proteggono dal precipizio, sui mancorrenti delle staccionate, sulle tavole dei gradini. Nel silenzioso Bosco degli Innamorati che costeggia le Scogliere di Møn decine e decine di nomi il falco pellegrino incontra nel suo volo.

Scendiamo verso la spiaggia lontana percorrendo una lunga e ripida scala di legno che sulla costa del promontorio si insinua a zig zag tra gli alberi e piccole forre. Ora la vediamo dal basso quella maestosa muraglia verticale. Sbricioliamo tra le dita un pezzettino di scogliera per sentirne la consistenza. Puro caolino bianco. Anna ne raccoglie un paio di manciate che infila nella tasca dello zaino.

La spiaggia è sassosa. Non c'è più l'ombra dei faggi. La maglia di lana che avevamo indossato nel bosco ora dobbiamo toglierla. Anche la canottiera. Il sole è cocente. Si cammina a fatica sui grossi sassi della spiaggia. I tafani pungenti sono di casa anche qui. Visto dal basso, con la mano a solecchio per proteggerci dai riflessi del sole, il bosco che sovrasta la scogliera sembra una grande, fitta capigliatura. La parete verticale della scogliera diventa la fronte vastissima di un gigante.

Altri turisti arrancano sui sassi. Percorriamo un paio di chilometri di spiaggia in direzione del ritorno, f
Ci avviamo sulla statale 59 in direzione ovest, sino al vecchio ponte di Vørdingborg sullo stretto di Stor Strømmen, dove ci passa sopra anche il treno. Raggiungiamo la statale 153. Piccola tappa per un caffè a Sakskøbing, vicino all'Ostello Internazionale. A Sakskøbing c'è un bel laghetto e un mulino a vento senza le pale sulle cui pareti sono stati dipinti occhi bocca e naso rosso su sfondo bianco da sembrare un grande viso di clown.
Tocca ora alla statale 9 che ci porta sino a Tårs dove prendiamo un traghetto per l'isola di Langeland. Tårs è un piccolo villaggio formato da due filari di case basse, lungo non più di tre tiri di fionda. Un porticciolo malandato con vecchie barche in secca e rottami. Un piccolo giardino con un tavolo al centro e una barca dove ci si può sedere e fare pic-nic.

Saliamo sullo Odin Sjdfjen, il traghetto delle 19,15. Tre quarti d'ora di traversata sul Langelandsbælt e siamo Spodsbjerg, bellissimo porto con barche e tanti motoscafi tutti uguali che ti portano a fare un giro intorno all'isola. Casette ben curate con orto, giardino, fiori, fontane. Gli stendibiancheria sono come delle sculture messe in giardino, una specie di piramide a base quadrata capovolta. Un albergo, campeggio, spiaggette di sabbia, piazzale con parcheggio.
Sulla Statale 9 campi da golf con l'erba verde verde brillante.

Raggiungiamo la sera Svendborg deserta e silenziosa con grande centro pedonale. Nei due bar principali della Via Gerritsgade avventori con la birra soffuso brusìo chiacchierano.
Da una casa privata qualcuno fa festa con canti dal balcone sparano mortaretti casarecci fuochi d'artificio. Alle 22 in punto suonano a lungo le campane della chiesa medievale.
Il museo delle stufe. L'immancabile Apoteka (farmacia) all'angolo di piazza Torvet.

Una fontana, da cui attingiamo acqua con una batteria di bottiglie di plastica riempiamo il serbatoio vuoto del camper. In lontananza un mulino a vento con le pale illuminate da un perimetro di piccole luci intermittenti come a Natale. Molte le case con la struttura di pali di legno che lasciano decorazioni quadrate e triangolari alle pareti. Le poche donne che passano a quell'ora non hanno le scarpe a puntalunga come si usa oggi in Italia. Non abbiamo visto simili scarpe in Danimarca, solo pochissimi esemplari a Horsens.

Al porto un'elica gigante di ferro, monumento ai caduti del mare e alle navi. Troviamo un posto per dormire nei pressi del porto. L'indomani si riparte per raggiungere Horsens e la sua festa medievale vichinga. Sull'autostrada E45 durante la guida per passare il tempo interrogo Anna: come si chiama il paese dove abbiamo visto tanta gente uscire da un boschetto con le seggioline a tracolla e i cestini da pic-nic? Dove abbiamo conosciuto Søren, il barista che ha dato i chupa chupa a Yuma e Shayela?

Qual era il paese che aveva tante statue e panchine di pietra a forma di animale, dove Reno ha comprato un rullino per la macchina fotografica? E il posto dove abbiamo cotto il pane vichingo sul fuoco? E quel parco giochi fatto con tronchi d'albero scolpiti a forma di drago e di aereoplano, sul laghetto, con ristorante…specialità pesce…? Come si dice zanzara in danese? E castello, come si dice castello? Dove abbiamo comprato il libro con le massime vichinghe? E dove abbiamo incontrato le rotonde che avevano totem di legno colorati dai bambini? Ora dimmi dove abbiamo dormito a Kakse? Dove abbiamo visto quella donna africana così immobile da sembrare una statua di legno?

Anna comincia a fare confusione: colloca un evento in un posto sbagliato. Ad alcune domande non sa proprio rispond
Horsens è strapiena di macchine. Tutti i parcheggi sono occupati. Un gran via vai di pedoni e di auto. Ci vorrà un'oretta prima di trovare un posto dove lasciare il camper. In una via privata, un po' lontana dal centro.
Moltissimi i figuranti in abito medievale. È tutto un fermento di musiche e spade. I visitatori sono migliaia. Nel prato, a ridosso della Klosterkirken, chiesa del 1200, il primo accampamento. Decine di tende ospitano artigiani in abito medievale. È un medioevo diverso dal nostro, diverso intendo dalle feste medievali italiane, che conosco benissimo perché vi ho lavorato come poeta amanuense in costume.

Le feste di Chieri, di Villanova, di Cuorgnè, di Saludecio, di Monteriggioni, di Alba, e tutte le altre che ho visto in Italia, non hanno niente a che fare con la festa di Horsens. Questa è una festa medievale nordica, una festa vichinga. Hai davvero la sensazione di essere ritornato come per magia in un tempo antico. Addobbi minuziosi, coreografia attenta e ben studiata creano un'atmosfera medievale che pervade ogni angolo di strada. È un grande campo vichingo realizzato nel centro storico di Horsens. Un grande mercato. Le bancarelle, a centinaia, costruite con una struttura di tronchi incrociati coperti da un telo, vendono oggetti d'ogni sorta coerenti con l'epoca medievale.

Artigiani giunti da ogni parte della Danimarca, dall'Olanda, dalla Sassonia, persino dall'Italia, a costruire l'atmosfera di un'epoca. Anche la piazza antistante la Vor Frelsers Kirke, tutta la via Borgergade, Piazza Torvet, Piazza Rådhustorvet e altre vie secondarie, sono stracolme di bancarelle. Centinaia di bancarelle costruite con tronchi di legno incrociati e teli. A fianco di ogni bancarella un fuoco, un bivacco, una catasta di ciocchi di legno. L'asfalto e i porfidi della strade coperti da un fitto manto di trucioli di legno che la gente calpesta passeggiando. Anche quella sensazione di trucioli morbidi sotto la suola delle scarpe aiuta a creare l'atmosfera medievale.

La sera, tolta la luce elettrica dei lampioni, sarà uno spettacolo vedere lo scintillìo delle decine e decine di fuochi accesi ovunque. I lampioni, le panchine, i bidoni dell'immondizia, sono stati mimetizzati con una copertura di tronchi. Decine di torce ad olio a illuminare fievolmente le strade e le piazze. Un bambino sulle spalle di un uomo li accende ad uno ad uno all'imbrunire. Alcuni grossi tronchi, alti sino all'ombelico, sono stati scavati leggermente nel centro. Si accende l'olio versato nello spazio concavo e per tutta la notte funzionano da torcia e da riscaldamento. Ce ne sono a dozzine vicino ai chioschi e alle bancarelle, qualche volta producendo fumo se non hanno preso ben fuoco.

In ogni angolo musicisti in abito medievale e canzoni. Figuranti con armature e lance. Si cammina a rilento in tutte le vie stracolme di turisti e visitatori che tengono in mano un boccale di argilla ricolmo di Øl. La birra è protagonista assoluta in questa festa. I boccali di terracotta momentaneamente vuoti vengono tenuti con un laccetto legati alla cintura. Sono bellissimi boccali creati apposta per l'occasione. Acquistando la birra puoi anche acquistare il boccale, cosa che tutti fanno per averlo come ricordo. Noi ne acquistiamo cinque. La gente passeggiando sbanda leggermente per la troppa birra bevuta. E canta e applaude ai musicanti e compra ogni tipo di merce.

Decine di bambini figuranti vestiti di yuta e stracci, sdraiati per terra agli angoli delle strade nelle posizioni più assurde con una ciotola dinanzi mimano con viso sofferente i reietti i lebbrosi gli appestati in cerca di cibo e di
Il viaggio di ritorno inizia con una tappa ad Århus, a Nord. Non è proprio la direzione di casa. Ma avendo ancora, a conti fatti, una giornata a disposizione, la spendiamo per visitare il Den Gamble By di Århus.
Al mattino incontriamo nel grande parco di Århus un fiume di corridori che partecipano ad una grande gara podistica. Alcuni blocchi di polizia ad impedire l'ingresso delle auto nelle strade del parco. Abbiamo contato tra i cartelli numerati appesi al petto del corridori il numero 47.163. È davvero una gara podistica immensa.

Di fronte alla stazione di Århus imbocchiamo la Via Ryesgade, poi la Via Søndergade, sino a raggiungere la piazza antistante la Domkirken bellissima chiesa del 1200. Nella piazza un giovanotto con un gran cerchio di gente intorno sta facendo il suo spettacolo di strada. Assomiglia nel viso e nella mimica al nostro caro amico Jacques del Circo Hulon. La Via Åbulevarden che costeggia il canale è piena di bancarelle, bar, ristoranti. La gente qui è più eterogenea: ci sono molti sudamericani, algerini, marocchini, gente di colore. Un cartello pubblicitario ci informa che dal 30 ottobre all'8 settembre c'è l' Århus Festuge Festival una rassegna di musica blues e jazz in molti locali della città, sotto appositi tendoni da circo e per le strade. Il giovanotto che faceva il suo spettacolo di strada faceva parte dell'animazione di questa rassegna.

Nel centro storico capitiamo nel bel mezzo del festival. La musica blues arriva da molti locali pieni di gente che beve birra. Un bel clima di festa e musica. Ma non abbiamo il tempo per goderci la festa come abbiamo fatto a Tønder. Il nostro obiettivo ad Århus è la visita alla città-museo.
Percorriamo la Via Vestergade che ci porta direttamente a Den Gamble By (La Città Vecchia). È un museo all'aperto molto particolare. Le case stesse e i negozi della Città Vecchia sono il museo. Un piccolo borgo ricostruito con negozi, botteghe, case, vie, piazzette, cortili originali del 1700/1800. Alcune case provengono da diversi paesi della Danimarca.

Erano destinate all'abbattimento, ma sono state smontate e ricostruite con le stesse pietre a Den Gamble By. Altre case sono state ricostruite di sana pianta con lo stile identico alle case vere che esistevano in alcuni paesi. È un borgo composto di 75 edifici di cui 34 laboratori artigianali con relativa abitazione, 10 abitazioni di commercianti, 27 abitazioni private. Den Gamble By esiste grazie alla ferrea volontà di Peter Holm (1873-1950) un maestro di scuola elementare che si è battuto per tutta la vita per realizzare questa straordinaria città-museo. Di giorno i negozi e le botteghe sono aperti e la città vecchia si anima di abitanti in costume che danno vita a una atmosfera ottocentesca straordinaria.

Con un biglietto di 60 corone si può visitare di giorno, dalle 10 alle 17. Ma noi siamo arrivati alle ore 17.30. Ancora una volta ci siamo dimenticati degli orari danesi. Le botteghe hanno chiuso alle 17.00. Anche lo sportello per fare il biglietto è chiuso. Il borgo è completamente deserto. Non ci sono barriere e si può entare comunque. È una grande emozione la visita a Den Gamble By in quest'ora deserta.

Nel silenzio godiamo in pieno il forte clima che Den Gamble By emana. È come essere davvero nel 1800. Dalle finestre chiuse sbirciamo all'interno delle abitazioni e delle botteghe. Sono arredate con mobili e oggetti originali del '700 e dell'800. Nella penombra scopriamo un mondo affascinante. Ecco la bottega del farmacista
Ora siamo diretti davvero a Sud. Lunedì 2 settembre. Raccogliamo un mazzo di bacche di rose canine selvatiche da far seccare, e qualche mora mangiata lì, alla torre panoramica di Ejer Baunehøj segnalata da un cartello con margherita. È una di quelle torri che i danesi hanno costruito qui e là, dall'alto delle quali si può osservare il panorama.

Pausa caffè a Åbenrå che sorge su una collina con via pedonale prima in salita e poi in discesa, case a due piani colorate, piena di negozi di vestiti e fontane e sculture di pietra, e diversi negozi di ceramica Raku. Raggiungiamo la frontiera. Mentre guido Anna piega gli ultimi volantini seduta al tavolo del camper. Si viaggia in silenzio. Entrambi stiamo pensando alle cose viste in Danimarca, e alle cose che ci aspettano a casa. Superiamo Kassel.
Nei pressi di Baden Baden c'è un autogrill. Un cartello in autostrada segnala: "Autobahnkirke" (chiesa dell'autostrada). Non abbiamo mai incontrato un autogrill con una chiesa.

Ci fermiamo a visitarla. È una chiesa a pianta quadrata le cui pareti salgono inclinate sino ad unirsi in alto in un punto, al centro del quadrato. Una piramide a base quadrata insomma. Una chiesa moderna costruita nel 1978. Dal di fuori ha la freddezza solita delle chiese moderne. La facciata, con scalinata centrale, è un triangolo in cemento con vetrate dipinte.

Prima dell'ingresso un grande obelisco in pietra con figure che non sembrano scolpite, ma realizzate con una tecnica che ricorda la colata, un po' come si fa con i castelli di sabbia sulla spiaggia facendo scivolare da sotto il pugno chiuso della mano un filo sottile di sabbia bagnata. Le figure rappresentano aquile, scimmie, teste di uomini primitivi, archi. L'interno è accogliente. Un bel silenzio. Un'oasi di tranquillità e pace nel cuore caotico e assordante dell'autostrada. A vista gli spioventi, travi di legno chiaro, massicci.

Le pareti con bellissimi vetri cattedrali incastonati nel rude cemento. L'altare e la croce poggiano su una pedana di legno a forma ottagonale. Intorno le panche disposte a semicerchio. Alle pareti sedili di pietra e legno. Una musica e una canzone a bassissimo volume escono dagli altoparlanti. Avvolgono l'aria come una preghiera. Autobahnkirke, la chiesa dell'autostrada. Forse protettrice degli automobilisti, affinché non vadano un giorno a schiantarsi contro un muro di fuoco e di lamiere contorte annerite.
Basilea. Lucerna. Il viaggio è lungo.

In Danimarca non siamo mai scesi in strada a suonare, Reno con la chitarra, io con il mio jembè. Non c'è stato il tempo. Ma ce li portiamo sempre dietro gli strumenti, come cari compagni di viaggio. Saranno con noi anche in Norvegia. Non abbiamo mai fatto la carne alla brace. In fondo non abbiamo scoperto nessuna danza popolare danese. Ripassiamo ad alta voce i nomi e i luoghi che abbiamo visitato in Danimarca. Dovremmo riprendere a studiare le lingue per poter essere più sciolti e comunicare meglio nei paesi futuri che vogliamo visitare. L'anno prossimo allora si va in Norvegia. Giochiamo a ripassare l'inglese. Ci ripromettiamo di trovare a casa venti minuti al giorno per studiare l'inglese. Facciamo l'elenco dei difetti che abbiamo riscontrato nel camper. Ora che lo abbiamo vissuto per venti giorni ne abbiamo scoperto qualcuno. Ci auguriamo che la Elnagh e le altre case costruttrici li ascoltino con piacere e trovino il modo di applicare miglioramenti e soluzioni là dove è possibile. Eccone alcuni:

1) perché non aggiungere una catenella al tappo del serbatoio dell'acqua? Non costa nulla. Si eviterebbe di dimenticare il tappo prima o poi da q
Ho trovato Bruno al telefonino. Ci diamo appuntamento per l'ora di pranzo a Chiasso in un ristorante all'interno di un grande centro commerciale. Bruno è stato in Croazia con i suoi figli. Si è trovato benissimo e si è molto divertito. È un carissimo amico d'infanzia Bruno, compagno di molte avventure. In gioventù, studenti entrambi a Torino, lui ha abbandonato gli studi di medicina, io quelli di ingegneria. Da quando vive e lavora a Chiasso come groupier al Casinò (e sono molti anni) non ci siamo più frequentati. Il lavoro, la famiglia, la geografia, ci hanno separati. Ora che ho il camper non sarebbe male combinare un paio di giorni una volta ogni tanto e andarcene via, io e lui, come un tempo, in giro da qualche parte a fare filosfia e baldoria insieme. Prima che il peso degli anni costruisca e innalzi le sue nostalgie.

Reno è ormai giunto a Rimini, senza problemi. Beh, era nell'aria. La relazione con la sua compagna sta andando a rotoli. È ormai sicura la separazione.
I cartelli, nelle autostrade della Danimarca, segnalano gli autogrill e tutti i servizi offerti: se c'è lo scarico per i camper, se c'è la benzina, il ristorante, i bagni. In Italia un cartello con disegnata la pompa di benzina ti segnala l'autogrill, una tazzina di caffè ti segnala il bar, due posate parallele e un piatto ti segnalano il ristorante, un letto ti segnala l'albergo, una chiave da meccanico ti segnala l'officina. Ciò che non manca mai nei cartelli italiani è l'elenco delle carte di credito che nell' autogrill vengono acccettate per il pagamento.

Mercoledì 4 settembre. Siamo giunti all'autogrill di Crocetta Sud, vicino casa. C'è un cartello che indica la possibilità di scaricare le acque grige e nere del camper. Non ci posso credere. Da Como a qui non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Ci siamo fermati apposta in molti autogrill per controllare se questo servizio esiste, e in che misura. Praticamente non esiste. Sì insomma, una goccia d'acqua nel deserto. In Italia c'è bisogno di stampare una guida! Una guida con l'elenco dei luoghi dove i camperisti possono scaricare le acque nere e grigie! In Danimarca, questi luoghi trovandosi ovunque, non hanno bisogno di stampare una guida. E sono tutti gratuiti. Al servizio di chi viaggia. Seguiamo il cartello per andare a scaricare a Crocetta Sud. Ma una barriera impedisce l'ingresso alla piazzuola. Chiedo al benzinaio come mai.

Il benzinaio mi parla di collaudi che non hanno fatto, che dovevano venire, ma non sono mai venuti, che da tre anni è così, non ne so nulla è lì da tre anni, ma è chiuso, non so cosa dirle. Da tre anni dunque nell'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti esiste la piazzuola per lo scarico delle acque dei camper, ma non l'hanno mai messa in funzione! E ora sta andando in rovina.

Affiora una grande nostalgia della Danimarca. Monta prepotente una rabbia con voglia sadica di spargere acqua grigia e merda sull'asfalto di questo nostro paese che spesso è una vergogna. I sorpassi delle auto sfreccianti mi passano rasenti. Suonate di clacson, gesti di vaffanculo perché per un momento ho guidato troppo vicino alla linea bianca di mezzeria. Siamo rientrati in un vortice di insulti, di prepotenza, di menefreghismo, di nebbia triste e autunnale, di barriere-mostro caselli autostradali a pagamento generatori di code infinite specialmente d'estate. E dopo qualche giorno riprese le attività di sempre andando a Torino e a Chieri per lavoro il ritmo frenetico il rumore gli allarmi ovunque gli antifurti scattano da soli acuti e lunghi e perforanti traffico caotico aggressivo che inquina le orecchie ed il cerv
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