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Vita da camper - 1  

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Stefania
Scritto da: Stefania
Durata: 3 settimane
Data partenza: dal 05/09/2010 al
Viaggiatori: 3
Nomi dei viaggiatori: Tonino (driver), Tiziana (interfaccia di navigazione), Stefania (traduttore/giullare di corte)

Introduzione

Il primo viaggio in camper: in Normandia attraverso i luoghi dello sbarco, passando dal Benelux con una sosta, sulla via del ritorno, a Parigi e valle della Loira a caccia di castelli.

Descrizione

Domenica, 5 settembre.

Dopo preparativi durati ore, finalmente si parte.
Saremmo dovuti partire due ore fa.
Papà mette in moto il camper, tutti ai propri posti, e via.
Cinque minuti dopo, per caso nomino la carta d’identità e papà realizza di non averla con sé. Torniamo indietro a prenderla:  del resto, se passiamo il confine italiano, la carta d’identità può sempre far comodo.
Questo simpatico barattolino non passa quasi mai i 90 km/h, quindi appena l’autostrada A14 incontra il mare poco sotto Ancona, io già dormicchio sul letto in fondo allo spazio abitabile. Arriviamo tra Cesena e Forlì che sono già le 10 di sera: un traffico terribile ha rallentato notevolmente la nostra tabella di marcia, quindi decidiamo per fermarci alla prima area di sosta utile in zona.
Ripartiremo solo ore dopo.

Lunedì, 6 settembre.

Passata la prima notte in camper, dopo la colazione con un buon caffè come da tradizione, riprendiamo la marcia. Abbiamo viaggiato tutta la mattina e al primo autogrill utile facciamo scorta di zozzame vario, tipo patatine e cioccolata. Che alimentazione sarebbe, senza queste due utilities?...
Raggiungiamo Bardonecchia, circondato dalle Alpi piemontesi, verso l’ora di pranzo, e decidiamo di fermarci lì al confine per l’ultimo “pasto in terra italiana”. Simbolico,ovviamente. Anche in Francia sarà mamma ad occuparsi di sfamare la truppa.
La prima cosa che salta agli occhi superato il confine francese, un paio d’ore più tardi, sono i paesini in legno del distretto di Rhone-Alpes, circondati dalle vette alpine  di doppia cittadinanza. Si tira dritti ancora un centinaio di chilometri verso la Savoia, con capitale Chambery. Grazie a Tom (il navigatore, ndr) troviamo subito l’area camper sull’Avenue Marius Bossoir  e scendiamo per un piccolo tour de la ville. Non ci facciamo mancare la tappa alla boulangerie, perché appena passato il confine è impossibile non approfittare del delizioso pane francese, e ovviamente spetta a me tradurre in francese le richieste dei miei. L’aria è tiepida, e dopo un frugale pasto inizia a rinfrescare fino a piovere.
Non ha dato tregua per tutta la notte.

Martedì, 7 settembre.

Nonostante Tom (il solito navigatore, ndr) ci avesse avvisati di tenere la destra, poi svoltare a sinistra alla rotonda terza uscita, poi andare a destra, poi girare a sinistra e poi prendere la seconda a destra, evidentemente qualcosa è andato storto stamattina, appena usciti da Chambery diretti a Reims. Ragion per cui ci siamo ritrovati sull’autostrada, da cui siamo usciti previo pagamento di cinque euro (che per aver percorso 30 km credo sia anche abbastanza) per proseguire sulla strada provinciale verso Bourg-en Bresse. Attraversiamo deliziosi ed ordinati paesini in legno e mattoni sotto la pioggia, che ancora non dà tregua dopo l’ora di pranzo, e dopo un rapido calcolo chilometrico impostiamo Tom su Calais, passando attraverso Mulhouse, che all’inizio della pianificazione del viaggio era tappa fondamentale, per visitare il museo ferroviario (idea abbandonata in un secondo momento e ripresa nel bel mezzo della marcia).
Viaggiamo sotto la pioggia fino a sera.
Stiamo perdendo un mucchio di tempo.
Nient’altro da segnalare.

Mercoledì, 8 settembre.

Il tempo finalmente sta concedendo una pausa, e dopo la visita in mattinata al museo ferroviario di Mulhouse optiamo per evitare il giro della città dando la precedenza al tirare dritti verso l’estremo nord della Francia passando però per Bruxelles. In realtà, a fine giornata, in perfetto orario sulla tabella di marcia segnalata da Tom, siamo arrivati solo a Lussemburgo, e a questo punto ci fermiamo. Come dire, il secondo stop fuori programma in una capitale europea. Assurdo essere così vicini al Benelux e sfiorarlo appena, così la tappa in quest’ennesima capitale europea è sembrata perfetta. Come lo è stato, in effetti, l’orario di arrivo al camping Bon Accueil, a cinque km appena dal centro, collegato comunque con numerosi autobus. Peccato che il tempo non ci abbia ancora risparmiati.

Giovedì, 9 settembre.

Chiaramente, quando porti l’ombrello non piove. Meglio così comunque! Il giro della capitale Lussemburgo si è rivelato rapido e indolore. E semplice (perché come città non è enorme e si gira facilmente a piedi in poche ore), e inaspettatamente interessante. Resta un doppio muraglione di cinta a testimoniare l’antica fortezza costruita attorno alla città, che la rese inespugnabile per secoli e fu poi distrutta alla fine del diciassettesimo secolo dando il via ad un susseguirsi di domini, colonizzazioni ed invasioni da ogni angolo d’Europa. Multietnica, Lussemburgo, con il piccolo fiume Arzette che scorre nella parte più avvallata, e la sua moltitudine di tetti affusolati e  neri che si rincorrono nei vicoli e lungo le strade principali, e le sue guglie sottili stagliate nel cielo che, seppur grigio, la rende quasi fiabesca. Indubbiamente, dopo averla vista, se non fossi passata di qui mi sarebbe dispiaciuto.
Sì. Mi sarebbe dispiaciuto molto

Venerdì, 10 settembre.

Lasciamo il camping lussemburghese intorno alle 9 del mattino e partiamo determinatissimi alla volta di Bruxelles. La distanza chilometrica viene coperta in appena due ore, ma in città è il caos. E poi chi si aspettava che fosse così vasta?! Tentiamo i vari campeggi che a Tom risultavano “vicini al centro” ma non ce n’è traccia! Mentre papà bestemmia nel traffico della capitale belga, io e mamma siamo presissime a buttarci fuori dai finestrini fotografando tutto quello che vediamo. Alla fine comunque, per non perdere ulteriore tempo, siamo costretti ad abbandonare l’idea di Bruxelles e ci dirigiamo a nord, approdando a Bruges, famosa città dei merletti e del cioccolato, dopo appena due ore. Arrivati in un’area di sosta camper trovata per caso prima del camping segnalato da Tom, conosciamo subito una coppia di signori spagnoli di mezza età con cui trascorriamo poi un piacevole e divertente dopo cena in giro per il centro. La città sembra subito molto graziosa, anche se il buio, nonostante le sfocate illuminazioni, non le rende giustizia.

Sabato, 11 settembre.

La mattinata si preannunciava tiepida già alle nove del mattino.
Dopo aver raggiunto la stazione di Bruges per avere informazioni all’ufficio turistico (poche centinaia di metri dalla nostra area di sosta), io e i miei ci separiamo. Loro, due cuori e un… motorino. Ed io, ai vecchi tempi, mappa in mano e le mie fedeli “motofette”, girando per la città e scattando foto a qualunque cosa. E in un istante, con il sole in faccia, mi immergo nell’atmosfera delle fiandre, mescolata al rumore dell’acqua dei canali e degli zoccoli dei cavalli sul pavé dei vicoli. La chiamano “la Venezia del nord”. Veramente dicono la stessa cosa di Amsterdam, ma io non confermo e non smentisco. A proposito di Bruges, però posso dire che è meravigliosa. Meravigliosa e basta, con uno stile edilizio tutto suo, facciate sottili in mattoni scuri che sembrano scenografie teatrali, e gli infissi in legno dipinti a mano. Bistrot ad ogni angolo, fioriere dai davanzali, case che si specchiano nell’acqua dei canali. Acqua che corre sotto i ponti, gioca con le foglie secche dell’autunno che incalza, si insinua nelle fessure del legno delle barche fino a corroderle. Con una giornata così, poi, apprezzare questa città è davvero facile. Nel tardo pomeriggio, impostato Tom sempre su Calais, ripartiamo alla volta della costa nord della Francia. Stavolta sul serio. A Dunkerque abbiamo tirato dritto, tentando la sosta in un’area camper a Gravelines, graziosa fortezza circondata dall’acqua a venti minuti da Calais. Anche lì, tutto pieno. Tom ci conduce allora attraverso sperduti paesini a ridosso della costa per qualche chilometro ancora, fino a Oye-Plage con un parcheggino gratuito vista palude, che a sua volta ha vista mare.
Noi, comunque, in perlustrazione non arriviamo oltre la palude.

Domenica, 12 settembre.

Sono appena le dieci del mattino quando entriamo trionfanti a Calais, con uno dei più importanti porti della nazione proprio in faccia alle scogliere di Dover, un’ampia spiaggia e uno dei pochissimi fari francesi costruiti nel bel mezzo di una città. Quello che ci troviamo davanti, eretto nel 1848, è ora inutilizzato ma visitabile, e dal balcone in cima agli oltre 280 scalini a chiocciola è possibile ammirare un bel panorama della città. Proseguiamo a piedi per un giro sul “lungomare” e sul pontile in legno fino al piccolo faro (quello ufficiale!) e poi riprendiamo la marcia lungo il litorale, incontrando decine di paesini dall’aria tipica marittima di cui si perdono i ricordi (ma non le fotografie, che io e mamma, come sempre, scattiamo buttandoci fuori dai finestrini, in un’assurda gara a chi riesce a farne di più belle – a tal proposito, Dio benedica l’inventore della fotocamera digitale). Subito fuori Calais, tra gli altri, Blériot-Plage e Sangatte (con un’apparentemente coloratissima fête de la plage lungo la via principale, alla quale però non abbiamo partecipato, optando per tirare dritto). Subito oltre, Cap Blanc Nez attira la nostra attenzione: una scogliera bianca a picco sul mare, stupenda… con un’area camper ovviamente piena. Proseguiamo quindi, come da programma, verso Cap Griz Nez, dove invece fortunatamente l’area di sosta è sì popolata, ma quel tanto che basta a creare compagnia e non caos. Anche lì, panorama molto interessante, con itinerario delimitato da una staccionata e punti caratteristici in cui fermarsi per scattare foto al mare della Manica.
Molto, molto bello.
L’occhio è rimasto soddisfatto.
In prossimità di Audresselles, appena fuori dall’itinerario turistico di Cap Griz Nez scendendo lungo la costa, ci imbattiamo in uno dei tanti musei militari allestito in un ex bunker direttamente dalla seconda guerra mondiale, Batterie Todt (ahimé sul punto di chiudere, dato che sono ormai le 18, ma non ci facciamo mancare qualche foto ai carri armati esposti nell’ampio piazzale). Proseguendo pochi chilometri, dopo aver attraversato la graziosa Wimereux, ecco apparire la suggestiva Boulogne sur Mer, dove avevamo già preventivato una piccola sosta, tanto per dare un’occhiata. Il porto e la strada che lo costeggia meritano senza dubbio qualche minuto di attenzione, ma la parte più caratteristica è di certo la vecchia città fortificata, raggiungibile dal centro, con un ampio parcheggio per i camper (gratuito) proprio sotto le mura. In tutti i piccoli paesini visitati finora, più di ogni altra cosa mi entusiasmano le colorate insegne in ferro battuto e ghisa e le vetrine dei negozi, soprattutto quelle di cioccolata e caramelle. Sembra di stare nel paese dei balocchi. Dall’alto del chemin verte della fortezza sono addirittura in grado di vedere un bavino di sole tingere il cielo di rosa e arancione. Il primo tramonto sull’Atlantico.
Beh, Manica, ma pur sempre Atlantico.
Nemmeno le foto gli rendono giustizia.
Questa parte della Francia è di certo la più emozionante.
Panoramicamente parlando, s’intende.
Il viaggio, nonostante l’ora, prosegue per altre… due ore, tra paesini e cambi itinerario alla ricerca di una delle aree camper segnalate nei nostri appunti. Il buio non è di aiuto, ma alla fine approdiamo a Fort Mahon, a non più di cinquanta km da Calais, in un parcheggio a sette euro (con carico e scarico acque compreso), un po’ sterrato ma economico e popolato da altri camperisti.
Cena? No. Troppo stanchi.
Ci penseremo domani.

Lunedì, 13 settembre.

Prima settimana di viaggio appena conclusa.
Con duemila km già percorsi sul nostro itinerario, siamo scesi da Fort-Mahon di buon mattino in direzione Fécamp ed Etrerat, punti particolarmente panoramici per le scogliere. Ancora una volta, numerosi paesini si sono susseguiti fuori dal finestrino fino alla destinazione, tra cui Totes, Yvetot e Ypreville, tutti con fioriere colorate, chiese e comuni deliziosi a vedersi lungo le strade. Dopo Fécamp, risalendo per scavallare la Falaise d’Amont (la prima delle due scogliere), Yport e Taucottes sono stati i due paesini più graziosi della mattinata. Il primo si riempie in quattro vie con casette adorabili dai tetti che sembrano lavorati all’uncinetto, e il secondo si arrampica su per un’impervia stradina, quasi a picco sul mare, che lascia scoprire i tetti scuri delle case. Arrivati poi in prossimità di Etretat, che abbraccia la Falaise d’Aval, abbiamo percorso uno stradello fino a Cap d’Antifer, dove il faro grosso bianco ci ha accolti uno spiazzo per il pranzo.
Fa piacere sapere che in questi posti così suggestivi non si è mai soli.
I camperisti li trovi ovunque.
Il promontorio su cui si erge il Phare d’Antifer è delimitato da filo spinato in stile militare per impedire di sporgersi troppo ad osservare la scogliera. Non è comunque difficile da oltrepassare, se si è abbastanza coraggiosi da camminare su erba tanto morbida da dare l’impressione che il terreno ceda.  Consigliatissimo a chi non soffre di vertigini.
Con il vento che imperversava, siamo ridiscendiamo lungo la litoranea, sempre in mezzo ai paesini marittimi, fino a Le Havre. L’unica cosa che riusciamo a vedere di questa grande città di mare è il porto, notevole direi (non a caso, uno dei più importanti di tutta la Francia). Non mi sarebbe dispiaciuto dare un’occhiata più approfondita del centro, ma tiriamo dritti verso l’imponente e futurista Pont de Normandie, che con appena cinque euro di pedaggio ci consente di attraversare l’estuario della Senna fino ad arrivare a Honfleur. Parcheggiamo nell’area camper in prossimità del Bassin de l’Est, a due km dall’uscita dell’autostrada, e, dopo i dovuti problemi con la colonnina del parchimetro che voleva nove euro in moneta e non accettava le nostre carte di credito italiane, andiamo alla scoperta della deliziosa cittadina, che da un lato si affaccia sull’estuario della Senna e dall’altro lungo la costa della bassa Normandia. Una bomboniera di città, bellissima come tante altre qui sulla costa, caratterizzata da scorci molto pittoreschi sui vicoli, da un interessante quartiere delle Arti e dal Bassin du Centre, dove le piccole barche attraccate fanno da cornice ai locali e ristorantini che al crepuscolo accendono le loro luci riflettendole nell’acqua. Per non dimenticare la Chiesa di Santa Caterina, la più grande chiesa francese in legno. Quando il buio ha ormai riempito gli angoli del molo e l’incantevole Carosello del diciannovesimo secolo proprio di fronte al Bassin du Centre, rientriamo alla base.

Martedì, 14 settembre.

Abbiamo aspettato che i negozietti lungo le vie di Honfleur aprissero per acquistare qualche souvenir, poi tappa  rifornimento viveri (dopo i dovuti scarico/carico acque) proseguendo lungo la Côte Fleurie. Questa parte di litorale prima del tristemente famoso litorale dello sbarco è visivamente deliziosa: il nome di ogni paese in entrata e in uscita è posto su un piccolo cartello bianco bordato di rosso e circondato da fiori, ciascuno ordinatamente posto in un’aiuoletta a lato della strada. Numerose, poi, le aree di sosta o i parcheggi in cui anche i camper possono prendersi una pausa. Come abbiamo fatto noi, che dopo il pranzo nell’ampio parcheggio del porto di Deauville (che assieme a Trouville sono state le cittadine più interessanti attraverso cui siamo passati) siamo arrivati alla prima tappa dell’avventura attraverso i luoghi del D-day: Merville-Franceville, dove si trova il Musée de la Batterie di Merville. Un interessante percorso pedagogico all’aperto che inizia con un aereo Dakota C47 (modello prodotto in quantità quasi industriali durante la Seconda Guerra Mondiale) che fa bella mostra nel prato, e prosegue attraverso quattro bunker tedeschi adibiti a piccole sale da museo, con oggetti dell’epoca, stralci di giornali, vecchie fotografie e proiezioni video con interviste dei sopravvissuti.
Seconda tappa del percorso, giusto un passaggio rapido all’esterno, Ouistrenham. L’antico quartier generale tedesco è diventato ora il Musée du Mur de l’Atlantique, ma la vista dall’esterno non ci ha entusiasmati, quindi abbiamo tirato dritti verso Douvres-la-Délivrande, con il Musée Radar de Douvres. Dopo un piccolo inutile giro a vuoto per trovarlo, eccoci finalmente di fronte a questo grosso radar Wützburg Riese nero, l’unico in circolazione. Il museo dovrebbe spiegare il ruolo fondamentale giocato da questo apparecchio elettromagnetico durante la Guerra ma, essendo esso chiuso, ci siamo accontentati di fare qualche foto e di proseguire il nostro point-to-point. A Ver-sur-Mer ci siamo imbattuti nel Musée America Gold Beach, anche questo all’esterno piuttosto deludente, quindi senza perderci in inutili giri turistici abbiamo tirato verso Arromanches. Bellissima idea. L’area camper, circondata da terreno arato, al prezzo forfettario di 4 euro al giorno,  è a due passi dal Cinéma Arromanches 360° (meta della mattinata seguente) è situata proprio in cima alla scogliera sull’ultimo tratto della spiaggia di Gold Beach, di fronte al paese di Arromanches, base tra l’altro di uno dei due porti artificiali che gli inglesi costruirono subito dopo lo sbarco, del quale ora non rimangono che le impressionanti vestigi scoperte dal mare. Panorama molto suggestivo, e ubicazione comodissima se si considera anche il sentiero sterrato (o a gradini, a scelta!) che porta fino giù al paese in cinque minuti (benché il sentiero sia ad accesso vietato per rischio frana – ma tanto non se ne accorge nessuno, scandiamo pure!). E  il famoso Musée du Débarquement, riconoscibile dai carri armati fuori dall’edificio, è proprio in fondo al sentiero. Per gli appassionati di mezzi militari, questo museo è tappa imperdibile.
Si sta già facendo buio, quindi il mio tour in “avanscoperta” finisce lì, sulla spiaggia che si estende ai piedi della scogliera. Semplicemente indescrivibile. Emozionante.
Peccato l’incessante vento freddo che copre il delicato rumore del mare.
Non dà mai tregua da queste parti.

Mercoledì, 15 settembre.

La mattinata inizia con la programmata visita all’Arromanches Cinéma 360° a due passi dall’area camper. Poco più di un quarto d’ora di proiezione circolare su nove schermi, con immagini sia recenti che d’epoca sullo sbarco in Normandia. Prezzo del biglietto, 4 euro circa. Montaggio di grande effetto, ma nel complesso niente di eccezionale. Proseguiamo verso Longues Sur Mer, dove si conserva quasi intatta la batteria militare omonima, la sola batteria d’artiglieria tedesca classificata come monumento storico. Impressionanti le quattro casematte in cemento armato e ferro, di cui tre non sono quasi state scalfite dagli attacchi del 1944, e impressionanti i cannoni, anch’essi perfettamente conservati. Se si considera poi il prezzo della visita (free!), direi che val bene la pena spenderci una mezz’oretta.
Da qui, la tappa obbligatoria è Colleville Sur Mer, con il più grande cimitero della battaglia di Normandia, quello americano di Omaha Beach. Dopo il pranzo nel parcheggio, un bel respiro e si entra. Ero già stata qui ai tempi della scuola, ma era un contesto diverso: ero con i miei compagni, passavamo il tempo a ridere, eravamo scanzonati e non avevamo voglia di studiare. Avevo occhi diversi. Stavolta, il solo entrare mi ha fatto effetto, quasi emozione. Siamo passati attraverso il Visitor Center, con tutta la spiegazione dei preparativi allo sbarco, plastici con le tecniche di difesa utilizzate, pannelli che raccontano passo passo la Seconda Guerra Mondiale, dalla conquista dell’Europa da parte della Germania al D-day e al periodo immediatamente seguente. Due piccole sale lì a fianco proiettano video con testimonianze dei sopravvissuti e lettere scritte da soldati che non hanno mai fatto ritorno. Che assurdità è stata, questa guerra.
E la cosa che fa male è che, alla fine, onestamente parlando, il 70% della gente ha scordato questo episodio dopo quattro o cinque anni. L’altro 30% è la gente che ha conosciuto, in un modo o nell’altro, tutte le migliaia di soldati che, pagando la libertà con la propria vita, hanno salvato l’Europa iniziando da qui, dalla Normandia. Per noi nati trent’anni fa, la Seconda Guerra Mondiale è qualcosa che ci è stata raccontata attraverso i libri di storia o i film. Ci è sempre sembrata così lontana, quasi inverosimile, quasi “scenografica”. E vedere oltre 9300 croci tutte ordinatamente allineate in settanta ettari di verde a picco su una tristemente famosa spiaggia ancora non rende l’idea di ciò che è stato.
Niente rende l’idea.
Tutti con un tacito magone, usciamo dopo un paio d’ore che il pomeriggio è ancora giovane. Indecisi tra il D-day Museum e il Memorial Museum de Omaha Beach, impostiamo Vierville sur Mer a Tom, ma l’aspetto esteriore del museo una volta arrivati non ci soddisfa e optiamo quindi per Saint Laurent sur Mer. On the way to the Memorial  Museum de Omaha Beach, anche noi abbiamo salvato il nostro Soldato Ryan: una Xantia francese si è accostata a bordo strada, finendo delicatamente con una ruota anteriore nella cunetta erbosa a lato. Noi, un pelo dietro, prontamente piazzato le quattro frecce e  aiutati da un gruppo di olandesi sopraggiunti lungo la strada, ci siamo improvvisati Vigili del fuoco, Carabinieri e 118 per aiutare la signora francese a bordo della macchina in difficoltà. Tutto in cinque minuti. Ripresa la nostra marcia, proprio in fondo alla strada del museo, il cuore della spiaggia di Omaha ci abbraccia con un raggio di sole scoprendo un mare blu da cartolina. Ovviamente io e mamma ci catapultatiamo fuori dal camper per scattare foto alla spiaggia, al monumento in mezzo alla rotonda e a “Les Braves”, scultura costruita nel 2004 dal francese Anilore Banon in occasione dei 60 anni del D-day. Una curiosità: “Les Braves” avrebbe dovuto essere dismessa dopo la commemorazione, in accordo con le regole di rispetto del litorale, ma vox populi  è rimasta lì, all’entrata del lembo di spiaggia più famoso  della storia. Abbiamo poi seguito il tour dello sbarco fin dentro al Memorial Museum di Omaha Beach (stavolta solo io e papà) e ancora una volta abbiamo rivissuto i giorni cruciali della guerra attraverso i ritagli di giornali sbiaditi, le foto appese ai muri, gli oggetti in vetrina, le ricostruzioni degli accampamenti americani  e le bandiere naziste. Ovviamente, anche qui non mancano carri armati e cannoni in bella mostra in un padiglione. Interessante. Bisogna comunque ammettere che la grande fortuna di questi piccoli musei lungo la costa è che sono economicamente accessibili a chiunque, anche ai più giovani (se per disgrazia volessero avere un incontro ravvicinato con la storia – io alla loro età, ne stavo alla larga per sicurezza).
Ultimo stop della giornata, la Pointe du Hoc. Credevamo fosse semplicemente un promontorio vista mare, invece ci siamo trovati di fronte una delle più interessanti mete dello sbarco: una batteria militare tedesca con decine di buche scavate nel terreno in cui gli Alleati del Secondo Battaglione si rifugiarono la mattina del D-day quando, per un errore  di navigazione, si trovarono a risalire la roccia del promontorio subito a lato di Saint Laurent sur Mer. Sito gratuito e consigliatissimo. Peccato solo che, per via di alcuni lavori, la punta estrema della falesia sia transennata.
Dato che la visita al Ranger Memorial de la Pointe du Hoc ha preso un po’ più tempo del previsto, l’arrivo a Mont Saint-Michel è slittato a domattina e, con la prima stella coperta dalle nuvole in cielo, per la serata abbiamo deciso di fermarci a Saint-Lô, nell’area camper in Place de la Gare, proprio dietro alla ferrovia e con vista fiume (la Vire). Ancora lontanucci dalla famosa abbazia isola/non isola.
Almeno, finalmente, sono riuscita a connettermi a sbafo ad internet senza passare per Neuf WiFi, che qui domina il web e nega l’accesso ai comuni mortali. Anche se la connessione dura meno di un’oretta.
Vabè. Non si può avere tutto.

Giovedì, 16 settembre.

Dopo la colazione gentilmente offerta dal babbo (uscito qualche minuto prima per raggiungere la vicina boulangerie) e il carico/scarico acque al forfettario prezzo di due euro-cento litri, facciamo un giro per la città, lasciando il camper in Place de Champ de Mars. Il grosso muro di cinta, con la Promenade che gira tutta attorno, sembrerebbe essere stato restaurato. Impossibile che sia sopravvissuto ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, anche perché Saint-Lô è stata uno dei fulcri dello sbarco (le truppe scesero qui direttamente dalla costa durante i primi due giorni) e a testimonianza di ciò resta l’imponente Cattedrale “mozzata” di Notre Dame. Qui in Francia ogni città ha la sua Cattedrale di Notre Dame, ma questa credo sia unica nel suo genere. Dopo una costruzione durata oltre quattro secoli (iniziata nel 1400), che attraversa quindi diverse epoche e diversi stili architettonici, la cattedrale è caduta per metà sotto i bombardamenti del 1944, e la restaurazione ha occupato trent’anni. Dal 1975, di questo capolavoro gotico resta una sola torre anziché due e sprovvista di guglia. All’interno, a costante memoria dell’l’assurdità della guerra, statue di pietra e pezzi delle decorazioni esterne rinvenuti tra le macerie.  Troviamo anche una guida rapida sulla Cattedrale per il turista frettoloso. Indispensabile direi.
Risaliti a bordo del nostro mezzo di trasporto, riprendiamo il viaggio verso le Mont Saint-Michel, sotto un cielo sereno variabile tendente a temporali e schiarite qua e là (tipico della Normandia), dove arriviamo per l’ora di pranzo. Paghiamo dieci euro per 24 ore di posteggio nell’area camper proprio ai piedi della rocca, e decidiamo di accamparci seriamente fino a domani. Parcheggiamo con vista sull’abbazia dritta di fronte a noi, che fortuna. La stessa idea l’hanno avuta almeno in quarantacinque.
Non mi sarei sorpresa se i posti migliori fossero finiti.
C’è un gigantesco bagnasciuga attorno: è la secca del Mont Saint-Michel. Ci hanno assicurato che in questi giorni non rischiamo nemmeno di affogare. Ancora non mi è ben chiaro questo fenomeno delle maree, non so esattamente con che criterio l’acqua allaghi la rocca o meno, comunque dicono che questa settimana non la vedremo come un’isoletta. Peccato. Alle tre di pomeriggio sono già in fase “arrampicamento” lungo le viuzze ripide, fotografando ogni angolo di panorama. Sono stata qui ai tempi della scuola, e il ricordo di questo triangolino di roccia dall’aria magica ormai s’è perso tra le poche foto cartacee che riportai allora. Non lo ricordavo così bello. Il pavé ormai logoro, le scale di pietra lisciate da tutti i pellegrinaggi che si sono susseguiti da quando il primo abbozzo di abbazia che domina il cocuzzolo, dedicata all’Arcangelo Michele, fu costruita attorno all’anno Mille. Suggestivi gli angoli verdi, gli scorci sui vicoli. Una sorta di San Marino, forse un po’ più grande ma con la stessa folla. Facciamo incetta di souvenirs, io e mamma, e saliamo verso l’abbazia. La biglietteria per visitarla chiude alle 17, ormai è tardi, ma sono decisa a visitarla e tornerò domattina.
Ancora foto scendendo di nuovo al “pianterreno” della rocca, ancora risate, io e i miei, poi un po’ di relax prima di cena, con le tendine del camper tirate sul parabrezza. Aspettiamo che faccia completamente buio, spegniamo le luci e apriamo il sipario sul Mont Sain-Michel illuminato. Senza parole! Nel freddo quasi polare della sera al confine tra Normandia e Bretagna, giacca a vento su giacchetto di lana, cammino a velocità sostenuta fin sotto la rocca per scattare qualche foto all’abbazia illuminata.
Avrei voluto avere in mano una reflex, invece che la mia compattina ormai scassata.
Questo posto merita davvero.
Ne valeva la pena, nonostante le candeline dal naso.

Venerdì, 17 settembre.

L’alba.
La poesia preistorica per eccellenza. Il sole che sorge, parliamone. Sorge e smaschera gli adolescenti che rientrano tardi a casa, sorge dopo una notte in bianco sui libri prima dell’esame all’università. Sorge quando un bambino apre per la prima volta gli occhi sul mondo. Il sole se ne frega sempre, lui sorge comunque. E’ sorto anche la mattina del D-day e ha illuminato le terre già squassate dai bombardamenti notturni.
Ecco, stamattina l’ho visto illuminare la rocca di Mont Saint-Michel. Ho aperto gli occhi che era ancora buio, solo lievemente schiarito all’orizzonte, e sono rimasta in attesa per un po’. Poi sono scesa. Chiusa in un’enorme giacca a vento, ho camminato lungo la strada facendo slalom tra alcuni giapponesi con super reflex e teleobbiettivi da cinquanta cm (gli unici a popolare il paesino alle sette del mattino). Mi sono arrampicata lungo le scale scoscese della rocca, Gli occhi pungevano e lacrimavano per il freddo, e pungeva il mio stesso respiro, lì sopra la torre est, proprio in faccia al pezzo di cielo più rosa, alle nuvole più chiare. Poi il primo puntino luminoso ha fatto capolino tra le nuvole. Era l’est. Decisamente est.
Direi che, nonostante la secca, l’alba è sempre uno di quegli spettacoli per cui val bene perdere due ore di sonno e svegliarsi che è ancora buio per aspettare il giorno.
Beh, solo a volte magari.
Riscendo felice al camper per la colazione e di nuovo risalgo in cima per la visita all’abbazia, che apre alle 9.30. Ho evitato le audioguide e cose simili e mi sono accontentata della mia visita all-by-myself a prezzo semplice con un dépliant gratuito (in italiano) sulla storia della Cattedrale e dell’abbazia voluta dal vescovo di Avranches, Aubert. Ancora una volta, tornare in questo posto ha un sapore speciale. Anche la terrazza dell’ovest, su cui misi piede dieci anni fa con i miei compagni di classe, adesso non sembra la stessa senza di loro. Ma la vista della Baia è ancora quella che ricordavo da quell’uggiosa mattina di marzo di tanti anni fa.
La visita in generale richiede almeno un’ora, se non ci si perde in dettagli. Attorno alle 11.30 sono di nuovo alla base. Decidiamo di tagliare Brest e tutta l’estrema punta ovest della Francia fuori dai nostri programmi, e una volta salutata la rocca più famosa del mondo ci dirigiamo a sud, verso Combourg, prima meta del viaggio attraverso i castelli della Loira e Parigi. C’è un bel castello in cui si racconta che François de Chateaubriand passò parte della sua infanzia, ma ci soffermiamo nel paesino solo per un pic nic in un parco, facendo qualche foto al castello (dall’esterno) e al lago e partiamo alla volta di Chartres, che dista circa 280 km. Una sosta doverosa per rifornirci di zozzame vario al vicino Super U (grande catena di supermercati francese) e un viaggio lungo tutto il pomeriggio, con una buona mezz’ora sprecata grazie alle mappe non aggiornate del navigatore, e quindi alla freccetta di Tom che perde la bussola a campi più di una volta e ci costringe a girare quasi in tondo nei pressi di Bellâme.
Bellissimo comunque il tramonto lungo la statale, e buono anche il Camping Le Bord de l’Eure, a circa 3 km dal centro in Rue De Launay. Posteggio per le 24 ore, con camper, tre passeggeri, elettricità, carico/scarico acque e utilizzo delle docce, 20 euro. Non ci sono autobus per il centro, ma in compenso la tipa alla reception ha parlato di una bella promenade lungo il fiume.
Boh. Dalla piccola piantina che ci ha dato non mi risulta. Comunque domattina vedremo.

Sabato, 18 settembre.

L’aria pungente del mattino ha visto papà tirare giù il motorino dalla sponda e prepararlo per il tour della città. Io, borsa alla mano e voglia di camminare, mi sono avventurata a piedi verso il centro.
Chartres è una cittadina come tante, con le case a graticcio che finora non sono mai mancate in questo viaggio, piena di boulangeries (anche queste piuttosto frequenti ovunque!) e aiuole curate. La sua particolarità svetta invece nella piazza centrale ed è visibile da almeno trenta km prima di raggiungere il centro abitato. E’ un tuffo al cuore in piena regola, di quelli che per poco non ci rimani steso. Conclusa nel tredicesimo secolo dopo sessant’anni di lavoro, la maestosa cattedrale di Chartres è uno dei capolavori sacri in stile gotico. Oltre al grandioso portale scolpito con centinaia di figure, l’esterno è caratterizzato dalle due altissime torri diverse tra loro (la più alta delle due fu aggiunta un paio di secoli dopo la conclusione dei lavori), e l’interno  è quasi più bello della facciata, con coloratissime finestre e rosoni che incorniciano l’immenso coro di marmo con episodi della vita di Maria e Gesù. Le altre chiese della città, tutte di una certa importanza (l’Eglise Saint-Pierre, tanto per citarne una) sono affiancate da botteghe artigiane come quelle del vetro. Dal giardino del Musée des Beaux Arts invece (una volta Palazzo episcopale) è possibile ammirare un bel panorama di Chartres. Girando un po’ ci sono diversi punti caratteristici, affacciati sul fiume Eure o su ripide scale, o mercati popolari, come quello di frutta e verdura di Place Billard o quello di vestiti su Butte des Charbonniers.
Una doccia e qualcosina da mangiare, e di pomeriggio ci lanciamo verso Parigi, dove arriviamo attorno alle 18. Il camping, ovviamente, è il noto Bois de Boulogne. Sembrerebbe l’unico campeggio conosciuto o esistente nella zona, quindi papà sborsa simpaticamente 112 euro per tre notti (tre persone + elettricità).
Non mi sembrano poi tanto teneri da queste parti.
Il campeggio, affacciato su un’ansa della Senna, è immerso nel verde alla periferia della città, a quattro km da Porte Maillot, ad ovest dell’Arc de Triomphe. Un servizio navetta, ovviamente a pagamento, ogni mezz’ora porta i clienti lì alla fermata della metro, linea gialla.
Di sera facciamo un giro in centro, tanto per mostrare a “Princesse” (mamma) l’illuminazione parigina. Dalla nota fermata metro Charles de Gaulle-Etoile percorriamo parte degli Champs Elysées con l’Arc de Triomphe alle spalle, poi di nuovo la metro fino a Palais Royal et Musée du Louvre, bellissimo con le luci riflesse nelle piscine delle Pyramides.
Rientriamo. Domani ci aspetta una lunga giornata.

Domenica, 19 settembre.

La notte è stata fresca, ma per fortuna, vuoi perché è una bellissima giornata di sole, vuoi perché sono quasi le nove e mezzo del mattino e siamo ancora alla colazione, ora l’aria sembra calda.
Ognuno poi si gira Parigi come vuole. Le cose da vedere sono tante, e se si hanno gambe buone si apprezza di sicuro molto meglio camminando lungo la Senna piuttosto che prendere la metro. Infatti io (che tra l’altro sono già stata a Parigi e quindi la parte 100% turistica l’ho già avuta) lascio i miei all’entrata del camping (prenderanno la navetta fino a Trocadéro) e me ne vado a piedi per una lunga passeggiata nel Bois de Boulogne (un bosco in piena regola) fino a Porte Maillot. Anzi, fino a Trocadéro, da cui si ammira la famosissima Tour Eiffel. Ritrovo i miei proprio sotto la torre. Una fila lunga chilometri testimonia che è domenica e che la gente vuole salire ad ammirare la capitale francese dall’alto. Peccato che un’insegna luminosa spieghi, a chiare lettere, che la cima della torre è chiusa per congestione, quindi nessuno andrà oltre il secondo piano.
La cima resterà chiusa per ore.
Skippiamo l’idea della scalata alla torre più famosa del mondo e facciamo un pezzo di strada assieme a piedi lungo la Senna (evitiamo i Bateaux-mouches unicamente per il prezzo). Arriviamo fino al Pont de l’Alma e, dopo le dovute foto al fiaccolotto dorato che troneggia ad un lato (impossibile non notare la foto di Dady Diana e le frasi di solidarietà a lei dedicate sul muro del ponte) riprendiamo la metro per Notre Dame. Io e mamma scendiamo con la metro a Chatelet-Les Halles, il cuore della città, affacciata sull’omonima piazza (Place du Chatelet). Attorno ad essa, nel raggio di un chilometro, alcuni degli edifici più importanti di Parigi, come la Concièrgerie, la chiesa di Saint-Germain l’Auxerrois, la Tour de Saint-Jacques, le chiese di Saint-Martin e Saint-Gervais. E, nell’isolotto formato dalla ramificazione della Senna, il Palazzo di Giustizia con la gotica Sainte Chapelle al suo interno, il Tribunal du Commerce  all’altro lato della strada e, ovviamente, la Nostra Signora di settanta metri d’altezza che ha ispirato Victor Hugo all’inizio del diciannovesimo secolo in uno dei suoi capolavori e dopo di lui registi, musicisti e Walt Disney. “Parigi val bene una messa”, disse qualcuno. Soprattutto se la messa è quella di Notre Dame. Gremita di gente, forse cinquemila persone, con un gruppo di scout che ha sfilato con il vescovo poco prima. Persino le preghiere sembrano belle. Descrivere questa cattedrale, da quasi vent’anni patrimonio dell’Unesco, è impossibile a parole. L’architettura è indescrivibile, la luce colorata che si frantuma sui pavimenti all’interno della cattedrale è indescrivibile. Va soltanto vista. La Square Jean XXIII, su cui la parte posteriore della cattedrale si affaccia, è un brulicare di turisti da ogni lato del mondo ad ammirare la Senna e i batobus in un viavai di persone. I fiori ordinati in grosse aiuole ai lati della passeggiata, sembrano ascoltare silenziosi il vociare multietnico della gente che scatta foto, e non manca nemmeno la sposa.
Riprendo la mia passeggiata nel senso opposto lungo la Senna scattando foto ai ponti. Da citare Pont Bir-Hakeim, dopo il Pont d’Iena della Tour Eiffel, da cui è possibile vedere la torre e il Sacré Coeur di Montmartre alla sua sinistra. al Pont de Grenelle, dove si erge una sorta di miniatura della famosa Statua della Libertà americana. E sono stati proprio gli Stati Uniti d’America a omaggiare la Francia con questo dono di una cinquantina di metri (niente in confronto alla vera, per chi l’ha vista!). Torno poi alla Tour Eiffel, nel frattempo la sera le ha donato un’illuminazione diversa e il Trocadéro è popolato di turisti che scattano foto da ogni angolo. Ritrovo i miei proprio sul Pont d’Iena, in attesa che la torre “sfrigoli” con le lucine azzurre. Restiamo lì in contemplazione almeno fino alle dieci di sera, poi rientriamo.
Direi che è ora.

Lunedì 20 settembre.

La stanchezza incalza, dato che ieri ho consumato le scapre a forza di camminare su e giù per la città, ma non mi arrendo. Anche stamattina cammino attraverso il boschetto fino all’Arc de Triomphe, poi prendo la metro fino a Notre Dame. Ho deciso che salirò a visitarla, più che altro per vedere da vicino le chimere che popolano la prima galleria della cattedrale a quarantacinque metri d’altezza (ovvero gli amici di Quasimodo, Victor, Hugo e Laverne). L’entrata costa 8 euro, entrano venti persone alla volta ogni dieci minuti. La fila dura circa un’ora e mezza, niente in confronto alla celebre torre. La scalinata a chiocciola, con oltre 400 gradini (senza ascensore, ovvio!), è una taglia 52 nel punto più largo: fa concorrenza al vicolo più stretto che abbia mai visto in vita mia a Mont Saint-Michel. La visita nel complesso è stata un po’ deludente, ma ne è valsa la pena per la vista della città dall’alto quel tanto che basta, senza strafare (come farebbe la Tour Eiffel). E comunque, le chimere così vicine sono proprio come quelle del cartone animato di Walt Disney. Questo è stato emozionante!
Nel pomeriggio raggiungo i miei a Montmartre, il cuore artistico della Parigi di fine Ottocento. Visitina al Sacré Coeur (foto vietate all’interno della chiesa, ma basta eludere la sorveglianza e non ci sono problemi!). Così pittoresca la piazza e la lunga scalinata, piena di musicisti, mimi, cantanti, rumoristi e quant’altro. E che bella è la vista della città. Da un’altra angolazione però, e così lontana che si fa quasi fatica a distinguere i tetti degli edifici più importanti. La piazzetta degli artisti, proprio dietro l’immensa chiesa che sovrasta Parigi, è popolata di pittori. Resterei a guardarli per ore, ma è arrivato il momento di riprendere la metro e rientrare. Scendendo dalla via principale (piena è la fermata metro di Anvers (linea blu). Due stop e si arriva a Blanche, che in una rampa di scale ci scarica quasi dentro al Moulin Rouge (saltando a piè pari Pigalle, il quartiere a luci rosse). E’ proprio così, come nei dipinti. Come nelle cartoline. Un mulino rosso.
Che ha fatto storia.
- Creole Lady Marmalade… -
Rientriamo al camping per l’ora di cena. Doccia. Nanna.

Martedì 21 settembre.

Nonostante la sveglia sia suonata alle otto, tra un morto e un ferito lasciamo il campeggio parigino solo attorno alle dieci, dopo aver pulito, scaricato/caricato l’acqua e ripreso la carta d’identità del babbo alla reception. Considerazioni: sarà anche l’unico campeggio vero e proprio qui a Parigi (e non è nemmeno molto economico, a mio avviso!), ma il personale è un po’ scortese. Avessi visto un sorriso su quelle facce in tre giorni che siamo stati qui!
Partiamo alla volta di Versailles ma rinunciamo dopo due giri della reggia in mezzo al traffico e impostiamo Tom su Orléans, la piccola capitale medievale divenuta simbolo storico della Guerra dei Cent’anni con Giovanna D’Arco. Lungo il tragitto ci fermiamo ad un Carrefour per il carburante, ma decidiamo di scendere per il pranzo con moules frites à volonté nella caffetteria vicina. Per smaltire le cozze, poi, niente di meglio di una bella passeggiata tra gli scaffali del supermercato, passando tre ore a comprare inutilità (io e mamma soffriamo di sindrome compulsiva all’acquisto). Oggi la giornata si preannuncia di svago.
Ripartiamo, ma in prossimità di Orléans facciamo giusto un giro lungo la Loira imboccando svariati sensi unici in mezzo ad un traffico convulso (probabilmente dovuto all’ora di punta – che qui credo siano le 17) e decidiamo di cambiare itinerario tirando dritti verso Blois, dove pare ci sia un castello interessante da visitare.
Lungo il tragitto ci fermiamo nuovamente per la spesa. Stavolta quella seria.
Beh, più o meno.
Già che ci siamo, ancora un paio di cose al Super U.
Insomma, oggi non abbiamo fatto un tubo.
E finalmente, con il sole che ormai sbatte in faccia al conducente del camper, arriviamo a destinazione, nel punto sosta gratuito in Quai St Jean, con vista splendida sulla Loira.  Il lato opposto del fiume si illumina piano piano mentre il sole, ad ovest, non ha ancora spento del tutto la luce.
Con un panorama simile, non mi sorprende che il parcheggio sia già pieno.

Mercoledì 22 settembre.

Sette e tre quarti a Blois, sveglia con il sole che sorge sulla Loira. Ovviamente mi infilo rapida i pantaloni sopra al pigiama ed esco a scattare foto. E’ senza parole, quasi più bello che a Mont Saint-Michel.
Attorno alle nove siamo pronti per visitare le Château de Blois. Giriamo tipo mezz’ora in camper, cercando di eludere le indicazioni di Tom, che pretende di farci passare a vicoli impraticabili, fino a che non ci infiliamo nel parcheggio Saint Michel (fondamentalmente non più di un chilometro dalla Quai Saint Jean, dove abbiamo dormito la notte scorsa), al forfettario prezzo di 5 euro per le 24 ore. Decidiamo di restare lì per la notte (ma andremo in giro in camper tutto il giorno per far poi ritorno all’ora di cena). Verso mezzogiorno, terminata la visita (rigorosamente esterna) del castello, che di fatto non ci ha entusiasmati, ce ne andiamo al Château de Chambord. Anche qui, visitiamo il castello solo esternamente (pagando 6 euro di parcheggio) ma rimaniamo comunque soddisfatti: il giardino ha una lunga pista ciclabile attorno al fossato, con barchette per un tour romantico del laghetto, punti snack e negozietti di souvenirs… c’è davvero tutto. Dopo l’insalatina nel parcheggio e una piccola siesta del conducente, partiamo verso il Chateau de Chaumont sur Loire. Una volta arrivati, scopriamo che è praticamente inaccessibile senza pagare, quindi decidiamo di passare oltre, accontentandoci di scattare un paio di foto dal lato opposto della Loira. Cerchiamo altri castelli in zona, ma le strade sterrate non ci convincono e il conducente non vuole allontanarsi troppo da Blois, perciò rientriamo alla base, dove scopriamo, sfogliando una guida sui castelli della Loira comprata oggi, che nelle vicinanze c’è il Parc Mini- Château, una sorta di “Italia in Miniatura” con le riproduzioni di oltre quaranta castelli. Domani dovrebbe iniziare il lungo viaggio di rientro a casa, ma siamo fermamente intenzionati a visitare questi due ettari di parco.
Dobbiamo soltanto scoprire dove si trovi esattamente!

Giovedì 23 settembre.

Dopo una notte infelice, mi sveglio con la febbre, ma passiamo oltre.
Alle nove e mezzo, “colazionati” e “scaricati/caricati”, siamo pronti per ripartire. La gentilissima receptionist dell’accueil del parking in prossimità del castello di Blois ci illustra come arrivare al Parc Mini-Châteaux (e ci procura una mappa in cui, se non altro, il parco è segnalato), e dopo esserci persi un paio di volte nelle immediate vicinanze di Amboise, finalmente arriviamo. Non siamo completamente stupidi, nessuno dei tre, è che le indicazioni per il Parc Mini-Châteaux sono piuttosto discontinue e Tom non lo rileva nemmeno come punto di interesse. Insomma, l’entrata costa 13.50 euro ma ne vale la pena. Come da descrizione (anzi, meglio!), nel parco ci sono le riproduzioni in scala 1:25, con tanto di pannello di presentazione, dei principali castelli della Loira, e naturalmente i fiumi (che, oltre alla già citata Loire, quelli su cui i vari châteaux si affacciano sono Vienne, Eure, Cher e Indre). Molto grazioso, soprattutto se lo scopo è dare un’occhiata ai castelli solo all’esterno e non visitarli nei dettagli. Stanze di re e saloni da ballo, visti uno, visti tutti: personalmente, come per la stessa Versailles d’altronde, credo sia solo uno sfarzo ostentato. Piuttosto preferisco girare attorno alle mura, per apprezzarne l’architettura e i giardini, e questa visita attraverso molto più che un solo castello è stata deliziosa. A tutt’ora però non abbiamo capito come mai il parco non fosse popolato. In tutta la mattinata saremmo stati una decina. Forse che le indicazioni discontinue servono a confondere le tracce del parco per non sviare l’interesse dai castelli veri? Mah.
Comunque, io sfido chiunque a visitare tutti i castelli della Loira in mezza giornata.
Il resto del tempo l’abbiamo passato viaggiando verso casa, sotto la pioggia battente, proprio come venti giorni fa, all’inizio della vacanza. Arriviamo a Mâcon alle otto di sera, giusto in tempo per fermarci in Allé du Parc, sul piccolo porto del circolo nautico, con l’Ain sull’altro lato.
Non smetterà di piovere tutta la notte.
Proprio come all’andata.

Venerdì, 24 settembre.

Niente da segnalare.
Il tempo uggioso prosegue anche durante la sosta all’ultimo Carrefour per la spesa, intorno all’ora di pranzo. La pioggia che fa concorrenza al miglior novembre non smette nemmeno passato il confine salutando ormai le Alpi dal lato italiano e definitivamente la nostra vacanza.
Dormiremo lungo l’autostrada. O a Torino.
E vabè… tanto doveva finire. E’ stato bello.
La hit parade della vacanza:

1 - lo magnà  J
2 - le cartoline di Heula (e noi sappiamo!)
3 - Bruges
4 - le docce del camping a Lussemburgo
5 - le salviettine struccanti
6 - le boulangeries-patisseries
7 - la coperta da “bozzolo”
8 - la costa della Normandia, tutta
9 - le foto scattate fuori dal finestrino
10 - “princesse” e “filippino”

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