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Messico e Guatemala - Nel regno del giaguaro  

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Maurizio
Scritto da: Maurizio
Durata: 15 giorni
Data partenza: dal 21 febbraio al
Viaggiatori: 1
Nomi dei viaggiatori: Maurizio Fortunato

Introduzione

E  proseguendo nel lungo elenco ... i messicani non portano forse tutti il sombrero?, si forse ai tempi di Pancho Villa perché oggi viene indossato solo in occasione di importanti festività  o dai gruppi di suonatori ambulanti, i Mariachi, che rallegrano le piazze con la loro musica tipica. Normalmente, invece, chi porta il cappello preferisce il classico modello da  CowBoy americano lasciando ai turisti l'onere di portare un così grave peso sulla testa.

Le Tappe del Viaggio

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

Dopo aver volato da mezza Italia ci ritroviamo tutti all'aeroporto di  Francoforte ( un labirinto di corridoi e gate d'imbarco ) da dove è previsto il volo diretto per Mexico City. L'11 Settembre americano è ancora vivo e il passaggio ai vari controlli puntiglioso e accurato, peccato non si possa dire lo stesso del servizio a bordo del Boeing Lufthansa ( mai mangiato così male in volo ), ma l'importante, come si dice, è arrivare ed è anche comprensibile come ciò sia il naturale riflesso della crisi che stanno attraversando le compagnie aeree dopo che gli attentati hanno generato una diffusa paura di volare. La guida, un simpaticissimo messicano un po' avanti negli anni, ci dirà poi in seguito che siamo uno dei primi gruppi a riaprire la strada al turismo e che per circa 6 mesi dai  tragici eventi non aveva praticamente più lavorato. Undici ore di volo e sbarchiamo a Mexico City 2400 mt. di altitudine e 20 milioni di abitanti, "El Monstruo" come lo chiamano qui. La prima impressione non è male, l'aria è fresca e della temuta cappa di smog non sembra di riscontrarne traccia ( me ne accorgerò però durante il secondo atterraggio, quando di ritorno dal Guatemala  sotto un cielo terso apparve all'improvviso una macchia lattiginosa che faceva da corona all'intera circonferenza del centro abitato ).  

Primo giorno di tour e via con la visita dei tradizionali punti di interesse storico culturale di Mexico City. La vita della città ci scorre accanto mentre "sfrecciamo" a passo d'uomo nel traffico, che in questo non ha nulla da inviare a qualunque città europea, gli occhi incollati ai finestrini lungo strade piene di contraddizioni, ora ricche ed opulente, ora modeste o più dimesse, ma sempre cariche di un continuo andirivieni colorato e indaffarato. E arriviamo cosi fino al cuore della città in Plaza de la Constitucion, meglio conosciuta come lo Zocalo. Sulla piazza, una delle più grandi del mondo, si affacciano in rigoroso stile barocco, eredità della dominazione spagnola, il Palacio Nacional e la Cattedrale (costruita sopra un antico tempio Atzeco, i vincitori non hanno forse sempre cercato di cancellare i simboli della spiritualità dei vinti per assoggettarli ancora di più ?).

Il Palacio Nacional, eretto dal conquistatore Cortés nel 1524, è oggi la sede del Presidente della Repubblica che tutti gli anni, nella ricorrenza dell' indipendenza dalla Spagna, si affaccia dal balcone e lancia il famoso grido "Que viva México !". Proprio sopra il balcone è posta la campana che il 16 settembre 1810 fu utilizzata dal sacerdote Miguel Hidalgo per dare simbolicamente il segnale d'inizio della rivolta, che iniziata come rivalsa contro l'ingiusto sfruttamento dei grandi proprietari terrieri terminerà nel 1821 con la piena indipendenza dalla casa madre spagnola. All'interno del Palacio Nacional si possono ammirare i bellissimi murales del famoso artista Diego Rivera che illustrano tutta la storia del Messico dalla preistoria ai giorni nostri, immortalando così gli eventi e i personaggi più importanti che via via si sono succeduti.

Su un lato della piazza si trova la Cattedrale, la più grande chiesa cattolica del Messico, iniziata nel 1567 e terminata solo nel 1813. L' edificio sorge su un sito Atzeco, esattamente sullo Tzompantli luogo rituale dove venivano esposti i teschi dei guerrieri nemici uccisi, la sua facciata è in stile barocco Churrigueresco ( stile tardo-barocco dal nome dell'architetto Josè Benito Churriguera ) mentre notevole è al suo interno l'Altar de los Reyes ( XVIII sec. ) posto dietro l'altare maggiore e realizzato completamente con foglie d'oro. Poco distante dal Palazzo Nactional si trovano i resti Atzechi del Templo Mayor. Il sito riportato alla luce casualmente nel 1978 non lascia neppure presagire, con le sue scarne rovine, le bellezze archeologiche che incontreremo in seguito, ma è comunque testimone delle antiche origine della città che nel suo frenetico sviluppo moderno ha ormai completamente seppellito il suo passato precolombiano. Gli Atzechi spinti dalle profezie della loro divinità solare e guidati dal famoso sacerdote Tenoch fondarono l'antica Città del Messico sugli isolotti del lago Texcoco posto al centro del un grande altopiano dove sorge ora la città moderna. La leggenda narra che la scelta del luogo fu determinata dalla vista di un'aquila che appollaiata su un cactus divorava un serpente, la visione fu interpretata da Tenoch come il compimento della profezia che li aveva spinti ad emigrare alla ricerca di una nuova patria ed è ancor oggi il simbolo del Messico impresso sulla bandiera nazionale. La nuova città, a cui fu posto il nome di Tenochtitlan in onore del sacerdote Tenoch, prosperò rapidamente e divenne con l'avvento al trono di Moctezuma II la splendida capitale del regno atzeco, cosi come la scoprì il conquistatore spagnolo Cortès l' 8 Novembre 1519.

Lasciata Plaza della Constituction risaliamo in pullman alla volta del Museo Nazionale Antropologico, la cui visita completa richiede almeno mezza giornata. Il museo è una tappa obbligata, prima di addentrarsi nella visita dei siti archeologici veri e propri, per iniziare a fare la conoscenza delle varie culture che hanno popolato il Messico prima dell'avvento degli spagnoli. Costruito nel 1964 ospita al suo interno la più importante raccolta al mondo di reperti precolombiani che attraverso una disposizione cronologica illustrano il succedersi e l'intreccio delle varie civiltà. Tra le sale più importanti quella dedicata alla cultura Atzeca dove troneggia il famoso Calendario Atzeco, una pietra circolare del peso di 24 tonnellate per 3,60 m di diametro utilizzata per il computo del tempo. La visita del Museo ( preventivate di consumare almeno un rullino da 36 ) è stata la prima di una lunga serie di splendide emozioni, peccato solo che la sala Maya, una delle più importanti, non fosse visitabile, chiusa al momento della nostra visita da circa due anni per inderogabili lavori di restauro. Fortuna che avevo avuto modo di visitare la stupenda mostra sui Maya che si è tenuta nel 2000 a Palazzo Grassi a Venezia in cui la maggioranza dei reperti proveniva dal museo di Città del Messico.

Lasciata a malincuore Antigua, che meriterebbe da sola una visita di più giorni, proseguiamo sulla panamericana, il grande serpente di asfalto che unisce gli Stati Uniti a Panama attraversando tutto il centro america, verso la nostra prossima meta il Lago Atitlan. Dopo circa 2 ore di viaggio arriviamo in prossimità del lago, una delle mete turistiche più gettonate anche per i guatemaltechi. Una breve sosta per ammirare il lago dall'alto con il profilo dei vulcani che si staglia all'orizzonte ed iniziamo la discesa. Siamo su un altopiano a circa 1500 metri di altitudine, il cielo è di un azzurro terso, ma il panorama sottostante è offuscato da una densa foschia candida che ammanta tutto di un'atmosfera surreale. Arrivati a Panajachel, vivace paesino conosciuto fin dagli anni '60 come meta dei figli dei fiori, ci imbarchiamo su uno dei tanti battelli che portano i turisti a fare il giro del lago. In realtà più che di un giro si tratta di un'attraversata che in circa un'ora permette di raggiungere la sponda Sud del lago dove si trovano alcuni paesini caratteristici tra cui Santiago de Atitlan. Anche in Guatemala, come in Messico, i riti cattolici si intrecciano con usanze e credenze più antiche esprimendo in alcune manifestazioni, seppur in maniera velata, un dissidio latente verso l'autorità religiosa. E in questo paesino ne hanno elaborato una molto sottile, riservando una particolare venerazione verso una statua che raffigura San Giuda, che detto per inciso non è proprio la figura più carismatica della religione cristiana, sotto le cui spoglie in realtà si manifesta l'entità di una temuta divinità locale chiamata Maximón. La statua è conservata nella casa del capo della confraternita a lui dedicata e nella settimana Santa viene portata in processione, con gran dispiacere del prete locale che nulla ha potuto negli anni per sradicare questa credenza.  Altre interessanti manifestazioni di devozione si trovano nella chiesa del paese, posta sulla piazza principale, dove sono conservate alcune statue lignee prodotte da artisti locali, tra queste si trovano una figura di Gesù, mentre entra trionfante a Gerusalemme a dorso di un asino, raffigurata come un CowBoy americano con tanto di stivali, accanto ad una statua che raffigura il dio Maya del mais.  Per alcuni anni ha operato nel paese il missionario americano Stanley Francis Rother, molto amato dalla gente del posto, prima che venisse ucciso nel 1981 dagli squadroni della morte, probabilmente per il suo impegno a favore dell'emancipazione delle popolazioni indie. Molto caratteristici sono i costumi indossati dalle varie etnie che convivono in questa zona e sulla stradina che dal lago sale verso il centro del paese se ne può trovare un ampio campionario. Rientrati a Panajachel vi trascorriamo la notte in un bell' albergo con un piccolo e interessante museo privato che con dovizia di particolari illustrata la storia civile e geologica del lago Atitlan.

Dopo una notte agitatissima, trascorsa in compagnia di un'indescrivibile acidità di stomaco come solo le piccanti salse di queste parti riescono a produrre (e pensare che ero stato attento per tutto il viaggio, ma la sera prima c'era stata la cena in un ristorante "tipico" e mi ero lasciato tentare da una salsina piccante a base di pomodori verdi), la mattina di buon'ora partiamo per la Bahia di Amatique sul mar dei Caraibi.  Durante il lungo trasferimento ci fermiamo a visitare l'area archeologica di Quiriga. Riportato alla luce nel 1840 questo piccolo sito Maya, inserito in un contesto particolare tra la verde foresta e piantagioni di banane impiantate dalla United Fruit Company, presenta aspetti che lo rendono unico nel panorama del centro america. In particolare per la presenza di numerose stele di pietra arenaria finemente scolpite, alcune di notevoli dimensioni , erette dal re Cielo Cauac per celebrare la  vittoria sul re Coniglio 18 della vicina città di Copan in Honduras che metteva cosi fine ad un lungo periodo di sottomissione. Le stele protette da un tetto di paglia sono disseminate in tutta l'area. Dopo il pranzo riprendiamo la Carretera el Atlantico che termina a Porto Barrios sul Mar dei Caraibi, antico porto caduto ora in disgrazia dopo la costruzione di uno più moderno a San Tomas de Castilla, utilizzato dalle multinazionali per imbarcare la frutta verso gli Stati Uniti. Il cielo plumbeo ha deciso di darci il benvenuto ed una fitta pioggerellina inizia a cadere mentre entriamo nell' hotel Amatique Bay, un moderno ed elegante resort costruito sul mare intorno ad una piccola baia privata dove prima sorgeva una più antica fazenda coloniale di cui rimangono alcune costruzioni in via di restauro. Sarà che siamo stanchi e che il pensiero che il viaggio stia ormai per concludersi ci rende tutti malinconici, sarà che anche il cielo non ne ha più voglia, continuando a spruzzare l'aria umida di piccole gocce sparse, ma dell'atmosfera "Caraibica" non riusciamo a percepirne traccia. La prospettiva di passare il giorno seguente probabilmente ancora sotto l'acqua con la classica "giornata a disposizione", che in altri termini vuol dire buona fortuna e sperate nel bel tempo, ci getta un po’ nello sconforto, soprattutto quando anche la nostra guida ci saluta per tornare a Città del Guatemala, annunciandoci che verrà a riprenderci tra due giorni. Ma d'altra parte una piccola caduta possiamo concederla ad un'organizzazione che fino a quel momento si era rivelata generalmente buona. 

Come meglio non potevamo prevedere, novelli metereologi, la giornata si preannuncia uggiosa in tutti i sensi, proprio come doveva averla immaginarla Battisti quando compose la famosa canzone. Ma lo scoramento dura un attimo e l'ardito sangue italiano, che ci ha portato Santi, Poeti e Navigatori in giro per il mondo, si risveglia e cosi ci organizziamo un'escursione in barca, dividendo la spesa supplementare, per andare a visitare dall'altra parte della baia il caratteristico paesino di Lívingston. In verità la mia idea originale, fin dall'Italia, era quella di sfruttare questa giornata per recarmi a visitare il sito Maya di Copan in Honduras (uno dei più significativi) non molto lontano da questi luoghi, ma la mancanza di un servizio pubblico specifico, il costo del noleggio auto e la ristrettezza del tempo a disposizione mi hanno fatto desistere dal mio proposito, di cui però vi consiglio di tener conto, tralasciando il Caribe Guatemalteco, nel caso vi rechiate da queste parti. Lívingston è comunque un paesino molto caratteristico, fondato nel periodo coloniale dagli schiavi africani che si affrancavano o che riuscivano a scappare dalle piantagioni. I suoi abitanti ne sono i diretti discendenti da cui hanno ereditato, oltre ai tratti somatici, il modo di vivere. Una breve strada in salita conduce dal porto nel centro del paesino che ruota intorno ad un'arteria principale ricca di vita e musica africana, seguendo la strada si ridiscende al mare dal lato opposto, non c'è molto di particolare da vedere a parte l'atmosfera caratteristica che vi si respira se paragonata a quella coloniale di Antigua o a quella india di Chichicastenango. Ritornati ad Amatique Bay trascorriamo il pomeriggio, sempre sotto la minaccia dell'intensificarsi della pioggia, bighellonando in giro per il resort. 
Di questa giornata non c'è nulla di particolare da ricordare se non il lungo trasferimento che nel pomeriggio ci riporta nella capitale a  Città del Guatemala dove il giorno successivo ci attende il volo per Mexico City.

Oggi ci attende una giornata senza respiro e per ben cominciare sveglia alle 4.00 antidiluviane, trasferimento all'aeroporto e volo di ritorno per Città del Messico. Lasciamo il Guatemala un paese pieno di vita e di contraddizioni che solo da poco, grazie anche al turismo, sta cercando faticosamente di uscire dal lungo tunnel in cui l'aveva spinto una sanguinosa guerra civile. Ci rimangono negli occhi colori e sensazioni uniche che non dimenticheremo tanto facilmente. All'arrivo di buon mattino a  Città del Messico ritroviamo con piacere la nostra simpatica guida messicana, balia della nostra prima parte del viaggio. Il tempo di caricare le valigie sul pullman e via per una nuova escursione, con un plauso all'organizzazione che è così riuscita a riempire un buco di parecchie ore in attesa della coincidenza Lufthansa per Francoforte. Usciamo dal El Monstruo, riattraversando per la seconda volta la sua immensa periferia, e ci dirigiamo a Nord imboccando l'autostrada D57. Dopo pochi chilometri arriviamo a Tula per visitare il sito archeologico dell' antica capitale della cultura Tolteca. L'insediamento ha caratteristiche uniche nel suo genere grazie anche al ritrovamento di statue di pietra giganti, raffiguranti dei guerrieri, sulla sommità della piramide principale, la cui funzione era probabilmente quella di sorreggere una copertura andata persa. All'ingresso del sito archeologico si trova un piccolo ma interessante museo, all'interno sono esposti manufatti e parti di statue gigantesche ritrovate nell'area mentre sulle pareti tavole didattiche illustrano l'evolversi delle civiltà anticamente insediate nella zona. Superato l'ingresso si possono visitare i resti di un muro , detto Coatlepantli muro dei Serpenti, dove sono ancora ben visibili i magnifici bassorilievi raffiguranti il dio Quetzalcoatl che nasce dalla bocca del serpente piumato.  Dietro il muro si trova il tempio dedicato sempre a  Quetzalcoatl sulla cui sommità troviamo le quattro statue di pietra alte più di quattro metri, di cui però (a detta della guida) una sola è originale mentre le altre sono delle ricostruzioni (gli altri originali sono conservati in un museo).  Vicino al tempio si trovano il Palacio Quemado ed il campo del gioco della palla uno dei più grandi del Messico. Lasciata Tula ci spostiamo a poca distanza per visitare Tepotzotlan dove tra il XVII e  XVIII fu edificato il Convento di San Francesco Saverio, uno dei più significati esempi del barocco messicano. Tra le cose più preziose all'interno del convento si può visitare la stupenda Cappella Domestica, attualmente soggetta a restauro, finemente cesellata di madreperla ed oro, molto bella è anche la chiesa maggiore. Nelle sale del convento è inoltre allestito un museo con preziosi oggetti religiosi, quadri, stampe del periodo coloniale e libri antichi. E siamo veramente giunti al capolinea del viaggio, non ci resta che salutare il Messico ed imbarcarci sul volo di ritorno per Francoforte.

Non ricordo praticamente nulla del volo di ritorno, devo aver dormito quasi tutto il tempo e non credo di essermi perso nulla di importante dopo aver assaggiato il menu dell'andata, quello che certo non dimenticherò mai sono le emozioni che un viaggio del genere è riuscito a trasmettermi. Dopo aver visitato l'Egitto e la sua cultura questo era il viaggio che mi ripromettevo prima o poi di compiere. La cultura dei Maya e degli altri antichi popoli centroamericani, le loro città misteriose nascoste per secoli da una natura sfolgorante, i colori e l'atmosfera delle città coloniali, la bellezza delle chiese e dei conventi cristiani, l'allegra confusione dei mercati indigeni e i loro arcaici riti religiosi. Forse nel racconto mi sono lasciato prendere un po’ la mano eccedendo in toni iperbolici, ma solo visitando di persona questa parte del mondo riuscirete a farvi una piccola idea di quanta bellezza ed armonia racchiuda, che da parte mia spero di essere riuscito a trasmettervi almeno in parte, in attesa di potervi raccontare il mio prossimo sogno, magari il Perù.  

Ancora una giornata a Città del Messico con le valigie al seguito e pronti a partire per la seconda tappa, la città di Oaxaca. Prima però il programma odierno che prevede la visita del Santuario de Nuestra Señora de Guadalupe, forse il più importante centro di culto cattolico in America, e del sito archeologico di Teotihuacán che con le sue famose piramidi è uno dei più spettacolari e meglio conservati di tutto il Messico. Dopo una breve sosta lungo la strada per vedere la famosa Plaza Garibaldi, meta notturna di turisti in cerca di un po' di "autentico" folclore ( ristoranti, bar e ritrovi allietati dal sottofondo della musica dei Mariachi, suonatori ambulanti di musica tradizionale vestiti di tutto punto come ai tempi di Pancho Villa, sombrero compreso) che vista di mattina, mentre sonnecchia pigramente in attesa di essere ripulita, sembra uno dei nostri mercati rionali pieni di rifiuti subito dopo l'ora di chiusura, ci dirigiamo verso la periferia Nord per raggiungere il Santuario. La storia narra che il 9 Dicembre 1533 la Vergine apparve in un bosco nei pressi di Tepeyac ad un indio di nome Juan Diego chiedendo che li le fosse edificata una cappella, ma dato che le alte gerarchie della Chiesa locale dell'epoca non prestarono orecchio, la Vergine pensò bene di apparire ancora, imprimendo questa volta la sua immagine sul candido mantello bianco dell'indio. Da quel momento e di fronte all'evidenza la Chiesa dovette riconoscere il miracolo dando così inizio alla venerazione pubblica della Madonna India. Certo è difficile oggi immaginare come siano andate effettivamente le cose, ma quello che si può sottolineare è che se l'evento contribuì da un lato a diffondere la nuova religione tra le popolazioni locali, dall'altro segna il pieno riconoscimento degli indios nel consesso dei Figli di Dio all'interno della Chiesa e per quel periodo non era un significato da poco. La prima cappella venne edificata nei pressi del luogo dell'apparizione e solo nel 1709 fu costruito il primo grande Santuario più vicino alla città. Successivamente nel 1976, in seguito alle lesioni provocate da scosse telluriche, il culto della Vergine e della preziosa immagine impressa sul mantello si spostò nella Basilica moderna ( di gusto piuttosto discutibile ) eretta sulla spianata del vecchio Santuario. Tra i rituali di devozione, a cui abbiamo avuto modo di assistere, quello più ricorrente e caratteristico consiste nel percorrere un tratto di strada inginocchiati prima di entrare nel santuario, mentre in quello più singolare il devoto fa esplodere sul piazzale dei mortaretti, che saettando verso il cielo rischiano normalmente di ricadere sulla testa di qualcun'altro.

Terminata la visita del santuario riprendiamo la strada verso nord-est imboccando una delle tante tangenziali che circondano e attraversano El Mostro, per quasi un'ora la sua immensa periferia continua ad accompagnarci, quasi non volesse lasciarci andare. Il nastro di asfalto si snoda tortuoso tra ininterrotti quartieri popolari brulicanti di piccole case colorate addossate l'una sull'altra su piccole colline come tanti tentacoli della grande città piovra, eppure l'immagine che trasmettono è quella di un'esistenza dignitosa, lontana dalla disperata situazione delle tante favelas Sud-Americane e non facciamo in tempo ad accorgerci di aver lasciato la città che siamo arrivati.

Teotihuacán
Sotto un cielo appena velato, ma con un'arietta frizzante, entriamo nel sito archeologico di Teotihuacán posto a 2300 mt. di altitudine, uno spettacolo unico di ingegneria architettonica che con le sue maestose Piramidi lascia ben intravedere come doveva presentarsi nel periodo di massimo splendore. Fondata nel 150 a.C. dalla cultura omonima divenne in breve tempo, grazie anche alla sua posizione strategica, un importante centro politico e religioso come attestano le magnifiche costruzioni che ci ha tramandato. Subito ci accoglie una cittadella fortificata racchiusa dentro un alto muro di cinta, che aveva lo scopo, prima ancora che di difesa, di separare la vasta area cultuale riservata all'aristocrazia dal resto della città. Al suo interno si trovano varie piattaforme utilizzate per scopi religiosi e in particolare il Tempio di Quetzalcóatl, una delle divinità più importanti, raffigurata con sembianze di serpente piumato, di cui numerose teste scolpite ornano le scalinate del tempio stesso. Sulla sinistra della cittadella parte la Grande Via Sacra chiamata anche Avenida de los Muertos , contornata per tutta la sua lunghezza da numerose piattaforme cultuali. La Grande Via Sacra termina con la Piramide della Luna ( 46 m. per 112 gradini ), mentre quella più grande detta Piramide del Sole (63 m. per 365 gradini ) è posizionata a circa metà del percorso sul lato destro. Inevitabile sobbarcarsi la scalata delle due Piramidi ( non particolarmente faticosa se presa con calma ) sulla cui sommità, oltre a godere di una vista d'insieme stupenda, è possibile raccogliere attraverso i raggi del Sole i benefici influssi di una energia primordiale, almeno così affermano gli esperti della cultura New Age che non di rado è possibile vedere, sfere di cristallo alla mano, come novelli rabdomanti. Ma anche se vi siete dimenticati a casa la classica boccia credo che la sola vista vi ripagherà ampiamente della fatica spesa. Prima di riprendere la via del ritorno, proprio nei pressi del nostro pullman, abbiamo avuto la possibilità di assistere ad una danza molto particolare, replica moderna di antichi riti. La danza dei Voladores in cui 4 uomini, legati per i piedi ad una piccola piattaforma posta sulla cima di un alto palo, si lasciano scivolare nel vuoto compiendo, a mano a mano che si srotola la fune che li sostiene, 12 giri rituali prima di toccare terra. Il tutto mentre un quinto personaggio, in equilibrio precario , suona e balla sulla sommità della piattaforma. Questa danza che oggi è ripetuta a favore dei turisti, dietro compenso chiaramente, era in origine una danza sacra. Nel tardo pomeriggio imbarco sulla Mexicana Aerlines e volo per Oaxaca.

Siamo nella Selva del Petén, che insieme all'attigua regione messicana forma un tutt'uno sia dal punto di vista naturale che storico, essendo questa una delle principali zone di crescita e sviluppo della civiltà  Maya.  Numerosi sono gli antichi insediamenti riportati a nuova luce dopo secoli di oblio, sepolti sotto la folta vegetazione della foresta che qui assume toni veramente spettacolari. Purtroppo in questo caso ( diversamente da altri, come ad esempio in Egitto ) la natura non ha favorito la conservazione dei manufatti umani accelerando anzi, con la sviluppo incontrollato della vegetazione, il lavoro del tempo. Un'idea eloquente si può dedurre da alcuni interessanti pannelli didattici posti nel piccolo museo all'ingresso del sito archeologico di Tikal, il più maestoso ed importante della zona, dove vengono illustrate le condizioni delle piramidi e dei templi Maya al momento del loro ritrovamento. Alcune costruzioni sono state cosi oggetto di indispensabili lavori di restauro, che seguendo le moderne concezioni in materia, sia nell'uso dei mezzi che dei materiali, hanno contribuito a riportarle a nuovo splendore.  Tikal si raggiunge da Flores in 2 ore di pullman e si estende su un territorio di circa 16 Kmq con migliaia di edifici catalogati e per la maggior parte ancora da portare alla luce. Dichiarato  patrimonio dell'umanità dall'Unesco rappresenta uno dei punti più alti raggiunto dalla civiltà Maya. All'ingresso del sito archeologico si trovano un piccolo museo ed all'aperto una ricostruzione su plastico della principale area cerimoniale ricca di templi e piramidi. Data la vastità dell’insediamento per visitare le varie aree si seguono dei sentieri appositamente predisposti, che all’interno della foresta conducono a quelle più interessanti. Subito si arriva nella spettacolare Plaza Mayor dove si trova il Tempio numero I detto del Grande Giaguaro eretto in onore del re Ah-Cacau (tradotto suona come Signore Cioccolato, l'assonanza del nome che richiama la pianta del cacao non è casuale considerando che per i Maya la bevanda ricavata dai frutti era  ritenuta sacra e di valore altamente pregiato), che nel VII secolo liberò la città dall'influenza di un'altra città Maya. Di fronte è situato il Tempio numero II edificato in onore di sua moglie Douze Ara. Piccole tettoie di paglia proteggono stele e grandi mascheroni di pietra scolpita, elementi decorativi delle antiche costruzioni.  Intorno alla Plaza Mayor sono situate diverse acropoli e centri cerimoniali, facilmente raggiungibili seguendo le indicazioni, con numerosi e diversi templi tra cui spiccano la piramide del Mundo Perdito alta 32 m. ed il Tempio numero IV parzialmente ricostruito. Salendo lungo una ripida scala di legno si arriva velocemente sulla cima del tempio da cui si gode una vista mozzafiato sulla foresta circostante con i profili dei templi più alti che spuntano sopra le cime degli alberi, sfortunatamente il tempo umido e nuvoloso non ci permise di ammirare il contrasto sbalorditivo che deve avere qui l'azzurro del cielo che si specchia in un mare di verde. Ma oltre alla bellezze archeologiche non è raro, camminando sui sentieri della foresta ( che è bene non abbandonare ) o arrampicandosi su un tempio, imbattersi in variopinti animali, come uccelli dal becco giallo che costruiscono nidi appesi ai rami degli alberi su cui saltano e gridano le piccole scimmie urlatrici emettendo un suono simile al ruggito del giaguaro, animale che a detta della guida non è difficile avvistare nel folto della vegetazione o disteso tranquillamente sulle antiche costruzioni. Io, più modestamente, mi sono  accontentato di vedermi attraversare la strada da un simpatico animale, che per le mie scarse conoscenze naturistiche non sono riuscito a ben identificare bene (sembrava un orsetto lavatore). L'animale, evidente abituato alla presenza umana, non mi ha giustamente degnato di uno sguardo e si è messo tranquillamente a mangiare. La città di Tikal, dopo un lungo periodo di egemonia, entra in una fase di decadenza a partire dal X secolo e viene successivamente abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma come in altri casi si può ipotizzare una decisione volontaria dovuta a crisi alimentari per scarse risolse naturali oppure a particolari interpretazioni divinatorie dei sacerdoti Maya. Quello che è certo è che se persero le tracce fino al 1848 quando casualmente i signori Modesto Mendez e Ambrosio Tut ne individuarono le tracce. Terminata la visita del sito ritorniamo a Flores per imbarcarci su un turboelica ATR72 che dopo un ora di volo ed una leggera turbolenza ci sbarca all' aeroporto di Città del Guatemala, un'altra grande metropoli centroamericana.
Il tempo di un piccolo giro orientativo senza scendere dal pullman e lasciamo in fretta Città del Guatemala per dirigerci ad Antigua. E d'altra parte Città del Guatemala, sorta nel 1776 dopo che nel 1773 un tremendo terremoto distrusse gran parte della prima capitale Antigua, costringendo cosi i suoi abitanti ad emigrare in un luogo più sicuro, non offre spunti di particolare interesse. Rimarcando anzi con maggior evidenza, la disparità di condizioni di vita tra i quartieri ricchi, chiusi come fortini e presidiati da uomini in armi, ed i quartieri popolari, brulicanti di vita di strada. Pochi chilometri ed arriviamo ad Antigua, il cuore dell'antica colonia spagnola che comprendeva praticamente tutto il centro america. Antigua è l'anima autentica di quell'epoca e ancora oggi, attraverso i secoli e le ferite inferte dalla natura, si fa specchio dello splendore raggiunto e delle miserie sofferte dalle migliaia di schiavi che con il loro lavoro l'hanno costruito. Antigua è l'essenza della bellezza, spoglia di un clamore che è passato, nobile e austera nelle sue rovine, memori d’una potenza che non aveva uguali. E se amate quelle dolci e malinconiche atmosfere, tenui fragranze in una assonanza di colori che da ogni parte vi invade gli occhi, dai giardini fioriti, dalle facciate ocra delle chiese, dai cortili delle case, dai costumi del suo antico popolo, dal blu cobalto del cielo, al bianco sbuffare del vulcano, passando per il verde di una natura mai doma, allora qui riuscirete a catturare le vibrazioni di un'anima che pulsa al di la di ogni tempo per custodirle e portarle con voi per sempre. Fondata nel 1542 con l'antico nome di Santiago de los Caballeros , dichiarata nel 1979 Patrimonio Culturale dell'Umanità dall'Unesco, Antigua è oggi una città cosmopolita che ospita gente di tutte le nazionalità, da artisti ed intellettuali che vi trovano ispirazione a semplici innamorati che l'hanno scelta come punto d'arrivo del loro peregrinare ( come quell' italiano gestore di un locale dove si possono gustare i sapori della nostra terra ). Intorno alla piazza centrale, lo zocalo, troviamo la  Catedral de Santiago, danneggiata dai terremoti, il Palacio de los Capitanes Generales ( sede fino al 1773 del governo di tutta l' America centrale ), un museo dedicato all'arte coloniale ed uno dedicato ai manoscritti antichi. Ma per respirare l'aria di Antigua basta anche solo passeggiare nelle sue antiche stradine, infilarsi in un portone aperto, sbirciare nel giardino di un'antica dimora coloniale senza dimenticare di visitare i monumenti religiosi che qui sono più numerosi e belli che altrove. Tutti i più importanti ordini religiosi avevano qui un loro convento, in uno slancio di evangelizzazione che forse tra i tanti era l'unico, almeno in parte, rispettoso della cultura e degli usi dei nativi. Così troviamo la Iglesia y Convento de Nuestra Señora de La Merced con la sua facciata barocca, la Iglesia de San Francisco con l'attiguo convento danneggiato dai terremoti, il Convento di san Domenico, ristrutturato e trasformato in albergo, dove il sapiente uso del legno e della pietra, tra spazi aperti pieni di colore, crea delle emozionanti suggestioni, all'interno si trovano anche un piccolo museo privato e l'antica fabbrica delle candele ancora in uso, mentre l'antico altare maggiore viene utilizzato oggi per celebrare matrimoni sfarzosi ( per chi se lo può permettere). E se ritenete che sia arrivato il momento di pensare ai regali da portare a casa, ricordate che questa è una delle poche zone al mondo dove si estrae la giada. Numerose sono in città le manifatture artigianali dove si creano gioielli ed oggetti con il prezioso minerale e dove è possibile assistere alle varie fasi della lavorazione. Terminata la giornata trascorriamo la notte ad Antigua ed alcuni di noi più fortunati, tra cui io, prendiamo alloggio alla Posada Don Rodrigo, una bella dimora coloniale trasformata in albergo dove sembra veramente di essere trasportati indietro di qualche secolo.
Il mattino riprendiamo il viaggio verso Chichicastenango, a 2071 mt. di altitudine, per visitare il famosissimo mercato che si tiene tutte le domeniche. Chichicastenango è la perfetta antitesi di Antigua e ad una sobria ed elegante atmosfera coloniale contrappone un' esplosiva vitalità indigena, conservando come comune denominatore una multiforme tavolozza di colori che rifulge su cose e persone. E' difficile dire se il mercato che vi si tiene ha assunto la fama e le dimensioni attuali con l'arrivo dei turisti o fosse così da sempre per le popolazioni locali, ma quello che è certo è che ormai la "nostra" presenza ha assunto connotazioni irrinunciabili finendo per divenire un'altro punto di vista del colore locale. Frotte di persone di tutte le nazionalità si aggirano tra i polièdrici banchetti, dove si può trovare praticamente tutta la produzione artigianale mesoamericana a prezzi, come ho potuto constatare, veramente concorrenziali. In particolare sono molto rinomati i tappeti e le stoffe colorate, ma si possono trovare anche caratteristiche maschere di legno, oggetti in ceramica, amache ed infinite altre cose. Ma prima di gettarvi nella bolgia, se riuscirete a trattenere la frenesia di spendere che vi assalirà, fendete la folla (tenendo ben stretti zaini e portafogli) e fate una visita alla chiesa di San Tomás. All'ingresso della chiesa, eretta nel 1540, gruppi di donne pregano agitando artigianali incensieri, mentre piccoli sbuffi di incenso bruciato salgono verso l'alto. La stessa spiritualità si ritrova all'interno dove interi gruppi familiari compiono le loro devozioni fondendo le rituali esortazioni cattoliche con pratiche ancestrali giunte fino a noi da tempo immemorabile, in tutto e per tutto simili a quelle viste in Messico nel paesino di San Juan Chamula. Di fronte alla chiesa un viale conduce alla chiesetta del Calvario, assolto l'impegno culturale potete ora tranquillamente gettarvi nella mischia per immergervi in quella che è la vera anima di Chichicastenango, il suo coloratissimo mercato. Non esiste un itinerario particolare da seguire, lasciatevi trasportare dalla corrente umana, a cui d'altra parte sarà ben difficile resistere. E se vi avanza un po' di tempo andate a dare un' occhiata al cimitero del paese, le piccole e multicolori tombe sono anche loro testimoni di come questo popolo interpreti l' eterno gioco che contrappone la vita e la morte. Lasciata Chichicastenango torniamo per la notte a Città del Guatemala.

Zapoteco di Monte Alban
Oaxaca, capitale dello stato omonimo, è una città coloniale superbamente conservata. Il suo centro storico, una miniatura di case coloniali dai tenui colori inserite in un reticolo di strette stradine acciottolate che si aprono all’improvviso su deliziosi giardini e sagrati di piccole chiese, lascia trasparire un' atmosfera d'epoca sorprendente. Ma prima di addentrarci nella città ci rechiamo, a pochi chilometri di distanza, a visitare la perla archeologica della regione il sito Zapoteco di Monte Alban. Per l'occasione ci accompagna una simpatica guida locale di discendenze zapoteche, nonché perfetto sosia di Maradona, che oltre a guidarci nei segreti del sito archeologico ci illustra in maniera orgogliosa il livello culturale raggiunto dai suoi antenati, in netto contrasto con l'immagine primitiva che ne avevano riportato i primi conquistatori. Certo oggi con una più approfondita conoscenza questi preconcetti sono caduti, ma come dargli torto se con tanta foga si premura di sottolinearlo. Il sito archeologico di Monte Alban, o perlomeno ciò che ne è stato portato alla luce, domina dalla sommità di una bassa collinetta l' altopiano circostante contornato da spettacolari rilievi che si stagliano sulla linea dell'orizzonte. Inutile dire che l'effetto d'insieme ci lascia ancora una volta a bocca aperta. Centro politico e cerimoniale Monte Alban fu fondato nell' 800 a.C. dagli Olmechi, a cui nel tempo subentrarono nell'insediamento gli Zapotechi . Nel 950 d.C. inizia la decadenza della città che viene in breve tempo abbandonata, non se ne conoscono le cause specifiche, ma da quel momento il sito è conosciuto come luogo di sepoltura di una civiltà successiva i Mixtechi. Numerose tombe riccamente adornate sono state rinvenute nella zona ed alcuni reperti sono conservati nel piccolo museo che si trova all'ingresso del sito archeologico e nel più importante museo regionale ospitato nella chiesa di San Domenico ad Oxaca. Nel punto più elevato di Monte Alban si trova il centro cerimoniale, una grande piazza chiusa da una piattaforma Settentrionale ed una Meridionale e contornata da altre piattaforme cerimoniali più piccole a chiuderne il perimetro, mentre al centro si trovano altri edifici il cui utilizzo rimane ancora sconosciuto. Nei pressi della piattaforma Meridionale è collocata una raccolta di stele scolpite molto interessanti, tra cui colpisce quella in cui è raffigurato un parto podalico ulteriore dimostrazione del livello di conoscenze raggiunto da queste popolazioni. Di fianco alla piattaforma Settentrionale, sulla strada che porta verso l'uscita, si trova il campo del gioco della palla, elemento ricorrente in tutte le civiltà mesoamericane, più piccolo di altri ma molto ben conservato.

Oaxaca
Terminata la visita del sito di Monte Alban ritorniamo a Oaxaca per visitare la città ed immergerci nel suo clima coloniale. Iniziamo dalla chiesa di San Domenico, dall'imponente facciata barocca prospiciente su una bella piazza. All'interno si può ammirare tra l’altro l'albero genealogico del santo realizzato in legno massiccio. Il convento attiguo è ora sede del museo regionale in cui sono ospitati interessanti reperti, come gli stupendi corredi funerari rinvenuti nelle aree limitrofe, in particolare quello cosiddetto della tomba numero sette che spicca per la ricchezza dei suoi gioielli. Nel chiostro del convento è sistemato un ordinato giardino ricco di piante grasse e tropicali. Dirigendosi verso sud si arriva in breve tempo nel centro della città, lo Zócalo, una bella piazza fiorita contornata da portici dove si trovano colorati locali che contribuiscono a farne una meta di ritrovo. Sui lati della piazza si trovano il Palacio del Gobierno (primi del '900) e la Cattedrale con la classifica facciata barocca. In città si trovano numerosi altri luoghi degni di nota ( il coloratissimo mercato locale, deliziose chiesette, interessanti musei d'arte ), ma la cosa più piacevole è senza dubbio girovagare senza meta lungo le sue stradine cariche di storia, immersi in un caleidoscopico mutare di colori e sensazioni. Trascorsa un'altra splendida giornata al rientro in albergo veniamo informati di un contrattempo organizzativo (che viaggio sarebbe se ne mancasse almeno uno). Il volo della Mexicana Aerlineas per Tuxla Gutierrez previsto di buon ora il mattino successivo è spostato in tarda mattinata e così, in barba alle tabelle orarie e sposando lo spirito messicano di prendere la vita così come viene, ci organizziamo, grazie anche alla collaborazione di "Maradona", un'escursione fuori programma.

El Tule
In Messico non mancano certo luoghi interessanti da visitare e i dintorni di Oaxaca non sono da meno. Così in attesa del volo facciamo una rapida puntata ad El Tule, graziosa cittadina a poca distanza famosa per possedere il più grande albero del mondo ( stando al libro dei Guiness ). L'albero posto davanti alla chiesa è un cipresso ahuehete, misura 58 m di circonferenza per 42 di altezza e dovrebbe avere più di 2000 anni . Tutti gli anni in onore dell'albero (che per riuscire a riprendere nella sua interezza necessita di un adeguata distanza) si celebra una festa, continuazione di più antichi riti precolombiani. Proseguiamo per Mitla effettuando prima una deviazione attraverso il paesino di Teotitlán del Valle, sede di un vivace mercato artigianale di tappeti e tessuti, dove veniamo eruditi sulla preparazione dei vari colori vegetali che vengono qui utilizzati per colorare le fibre. E' un classico di tutti i viaggi non si riesce mai a capire dove finiscono le commissioni delle guide e dove inizia l'interesse dei viaggiatori, ma se si riesce a non farsi contagiare dalla smania di comprare tutto visitare questi mercati ed assistere alle dimostrazioni di corredo è comunque utile ad approfondire altri aspetti delle tradizioni e degli usi locali.

Mitla
Finalmente ci incamminiamo per Mitla capitale locale della cultura Mixteca, la città era ancora abita all'epoca della conquista spagnola e deve essere apparsa ai primi europei in tutto il suo splendore. Dell'antico insediamento sono visitabili cinque palazzi realizzati in bello stile architettonico e che conservano ancora i loro colori originali. I muri perimetrali esterni sono decorati con motivi geometrici a rilievo realizzati con piccole pietre intagliate di diversa forma disposte a mosaico. Le stesse decorazioni si ritrovano anche nelle stanze interne, in una accessibile da una piccola porta e priva di luce esterna sono state posate con un'abilità tale da formare linee senza soluzione di continuità lungo tutto il suo perimetro. Il significato di un così complesso lavoro artistico è probabilmente legato a motivi religiosi e forse veniva utilizzato dai sacerdoti, raccolti in meditazione, come guida nella recitazione di una qualche orazione. Nel piazzale del più grande dei palazzi sono state rinvenute due tombe. Negli ambienti sotterranei di una di queste, bassi e molto umidi, è stata scolpita nella roccia una particolare colonna chiamata "colonna della Vita". Sulla strada del ritorno in direzione dell' aeroporto un blocco stradale, causato da una manifestazione sindacale indetta contro la cronica mancanza di lavoro ( la "globalizzazione" dei problemi ), ci blocca il passaggio. Fortunatamente e dopo aver trascorso una buona mezzora d'angoscia, grazie anche alla perizia dell'autista che è riuscito a districarsi con il pullman all’interno del centro storico come un elefante in negozio di cristalli, riusciamo ad arrivare appena in tempo per prendere il volo che ci porterà a Tuxla Gutierrez.

Tuxla Gutierrez
Certo che a volte la realtà della vita supera tutte le fantasie e quella che è la fortuna di un attimo può diventare la disgrazia del momento dopo. L'aereo inizia a rullare sulla pista, noi siamo tutti seduti ai nostri posti con le cinture rigorosamente allacciate e i tavolinetti tirati su ( quante volte ho sentito ripetere queste raccomandazioni ), la velocità aumenta ed in un attimo ci stacchiamo dal suolo. Con il muso puntato verso dritto l'alto l'aereo inizia a salire, ma trascorrono pochi secondi e inizia a cambiare assetto virando a sinistra, sotto di noi il paesaggio è ancora così vicino che sembra di poterlo toccare, strano penso forse vorrà mettersi subito in rotta prima di continuare

San Cristóbal de las Casas
Il programma odierno non prevede la visita della città di San Cristóbal de las Casas e così decido di ritagliarmi un po’ di tempo per visitarla da solo. Anticipo la sveglia e quando tutti gli altri ancora dormono io sono già fuori. Le prime luci dell'alba rendono più sfumati i tenui colori pastello dei palazzi, mentre la pietra nera che lastrica i vicoli del centro, umida per la notte appena trascorsa, brilla per contrasto ancora di più. Su un angolo della cattedrale barocca del 1528 ( ricostruita poi nel 1696 ), posta a chiudere un lato dello zocalo, un gruppo di contadini indio con i loro caratteristici poncho ha passato la notte all'addiaccio, in un improvvisato picchetto di protesta per rivendicare, come ci spiegherà poi la guida, migliori condizioni di vita. Siamo in pieno territorio del Chiapas, stato federale a maggioranza india, dove sono presenti da anni forti tensioni sociali con il governo centrale. Mentre passo fanno colazione bevendo del latte messo a scaldare dalle loro donne su fornelli d'emergenza, evito di disturbali e mi dirigo a Nord verso il Mercado Municipal. E' uno dei mercati indio tra i più interessanti del Messico ed al mattino presto è animato da un frenetico andirivieni di contadini che arrivano dai paesi vicini, a bordo di minivan giapponesi, per vendere e scambiare i loro prodotti. Sono l'unico straniero che si aggira tra i banchetti in preparazione e ho quasi la sensazione di arrecare disturbo. Ma nessuno sembra curarsi della mia presenza, d'altra parte non mi sento di essere li a spiarli nella loro intimità e così mi viene naturale non scattare foto cercando invece di familiarizzare con loro, aiuto anche due simpatiche vecchiette a sistemare il loro pesante bancone. Lasciato il mercato visito poco distante la chiesa di San Domenico dove si sta celebrando la messa in spagnolo. Sulla facciata laterale della chiesa slogan inneggianti alla rivoluzione zapatista, che non si vede ma è sempre presente nei pensieri di questo popolo. Soddisfatto del mio piccolo giro mi riunisco al gruppo appena uscito dal ristorante per la prima colazione e tutti insieme partiamo per visitare due caratteristici paesini indio San Juan Chamula e Zinacantán.

San Juan Chamula
Il paese è senza dubbio quello più sorprendente, in particolare per l'atmosfera mistico religiosa che vi si respira. Qui gli indio hanno elaborato delle particolari pratiche di culto, unendo in uno straordinario sincretismo riti cattolici con credenze e pratiche mistiche di più antica origine. La presenza dei preti ufficiali è occasionale ed a malapena tollerata, mentre la chiesa locale è autonomamente gestita, in una sorta di collettivo, dalla popolazione indigena. Soprattutto qui è severamente proibito fotografare direttamente le persone ( tra le quali resiste l’antica credenza di poter perdere in questo modo l'anima, intrappolata dentro la foto ), oltre ai riti e alle feste religiose che si svolgono dentro e fuori dalla chiesetta, pena il sequestro della macchina o peggio. Allo scopo vigila una particolare milizia locale, armata di un corto bastone di legno e riconoscibile per un pellicciotto di pelo bianco senza maniche indossato sul vestito, che ha anche il compito di verificare che sia stata pagata un'apposita tassa, presso il locale ufficio del turismo, per poter fotografare il paese. L'ambiente dentro la chiesa è quanto di più incredibile si possa immaginare. Sul pavimento, completamente ricoperto di aghi di pino messi li a purificare prima di essere utilizzati sulla piazza principale durante la festività del carnevale, interi gruppi familiari pregano inginocchiati accendono davanti a loro piccole candele colorate. L'aria è così satura di fumo e di odori che è quasi irrespirabile. In un estremo bisogno di contatto con le varie divinità, che la chiesa cattolica è riuscita nel tempo a sostituire con i nostri santi, alcuni ( uomini e donne indifferentemente ) cadono in una sorta di vigile trance grazie anche all'effetto di generose dosi di Tequila. Non è raro poi che in questi riti, a volte ufficiati da praticanti stregoni, vengano utilizzati degli animali ( normalmente dei polli successivamente sacrificati ) a cui con rituali magici si cerca di trasferire il male che ha colpito il postulante. Male (malattia) che può inoltre venir espulso dalla bocca, sempre secondo le loro credenze, pensate un po', anche facendo largo uso di Coca Cola, che inevitabilmente agevola lo scopo producendo grandi quantità di gas. Altre pratiche prevedono invece che le statue dei santi, a cui si chiede l'intercessione per l' ottenimento di una guarigione o la risoluzione di un grave problema, vengano asperse con abbondanti getti di liquore, mentre un particolare accorgimento è dedicato al colore delle candele votive offerte, che sono bianche ( problemi di nervi ), verdi ( problemi con la foresta vista come entità spirituale ), rosse ( ferite di sangue ), marroni ( problemi con la terra o i raccolti ) e nere ( pericolo di morte ). Quando infine le richieste vengono esaudite per ringraziamento le statue dei santi sono rivestite con colorate e preziose stoffe. A detta della guida la chiesa ufficiale ha provato negli anni a scalzare queste autoctone pratiche religiose, ma a quanto sembra con scarsi risultati.

Zinacantán
Terminata la visita ripartiamo in direzione di Zinacantán, certi che non dimenticheremo tanto facilmente quello a cui abbiamo assistito oggi. Zinacantán è un altro paesino indio, abitato dall'etnia Tzoziles, normalmente inserito nei tour, ma che a mio avviso non possiede il fascino arcaico del precedente. Il suo aspetto pulito ed ordinato dà l'impressione che stia assumendo connotazioni sempre più moderne. Dopo aver fatto tappa nell'ennesimo bazar ricco di tessuti e tappeti artigiani, di fronte al quale stazionava un numeroso gruppo di donne e bambini nei loro costumi tipici in attesa di entrare in quello che sembrava un consultorio sanitario, ci siamo recati a visitare le due chiesette locali, stranamente pulite e vuote, adornate con belle sculture locali in legno. Durante il nostro breve soggiorno nel paese siamo stati comunque protagonisti di un simpatico episodio, mentre attendevo con altri che il gruppo finisse le sue spese nel bazar, osservavo il gruppo di donne con i loro bambini in attesa davanti al consultorio quando dal fondo della via compare un venditore di granite. Il ragazzo spingeva un triciclo sul cui piano era appoggiato un grande blocco di ghiaccio contornato da numerosi barattoli di vetro pieni di vari sciroppi. Il costo della granita era di un peso messicano, una cifra irrisoria, ma evidentemente non per quelle mamme, dato che poche erano quelle che si avvicinavano a comprarne una per i loro bambini. Detto fatto mi viene un'idea, metto mano al porta monete ed inizio a chiamare a gran voce tutti i bambini per offrire loro una granita, subito imitato da tutto il resto gruppo Quando siamo ripartiti il ragazzo era ancora lì che grattava, probabilmente in un giorno gli abbiamo fatto guadagnare l'incasso di oltre un mese, ma certamente la cosa più bella è stata vedere la felicità negli occhi di quei bambini con in mano il loro sacchetto di ghiaccio colorato. Ultimata la parte culturale della giornata ci avviamo verso le cascate di Agua Azul per ammirare uno degli spettacoli naturali più belli della zona e di tutto il Messico. Arrivati verso l'ora di pranzo mi separo nuovamente dal gruppo, che lascio alle prese con le piccanti pietanze messicane ed inizio ad esplorare le cascate da solo cercando di sfruttare al meglio la luce che c'è in quel momento.

Le cascate di Agua Azul
Sono uno dei siti più visitati durante tutto l'anno, ma per poterne apprezzare al meglio i colori e la trasparenza dell'acqua, in cui si può fare il bagno, è consigliabile recarvisi nel periodo asciutto perché durante il periodo delle piogge sono cariche di detriti ed il loro colore assume toni scuri e marroni. Le cascate si sviluppano lungo il corso del fiume e pur non essendo imponenti riescono a creare delle bellissime suggestioni realizzando salti ed anse in perfetta armonia con la lussureggiante foresta in cui sono inserite. E' possibile ammirarle risalendo a piedi lungo un sentiero che le costeggia per un lungo tratto, ma è opportuno non spingersi da soli troppo dentro la foresta perché, come recita un cartello affisso dalle autorità, sono state segnalate aggressioni ai turisti. Terminata la visita delle cascate riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Palenque, il tempo sembra volgere al brutto, ma l'aria che ci avvolge è calda e umida e prima di cena con altri due temerari compagni di viaggio ci rilassiamo con un bagno in piscina, mentre le ombre della sera ormai incombono sulla nostra giornata.

Palenque
Durante la notte si scatena un violento temporale e la mattina tiriamo fuori i nostri K-way sotto la minaccia di una pioggia che fortunatamente non arriverà mai. La giornata inizia con la visita al meraviglioso sito archeologico di Palenque . Il cielo plumbeo e una leggera nebbia sospesa nell'aria contribuiscono a rendere ancora più misteriosa l'atmosfera della giungla che ci circonda. Il sito è stato riportato alla luce negli anni '50 dopo che per secoli se ne erano perse le tracce. La città Maya, abitata gia in tarda età, visse il suo apogeo tra il 600 e l'800 a cui segui un lungo periodo di decadenza fino al completo abbandono probabilmente a causa di guerre con più potenti città vicine. L'area visitabile è solo una minima parte dell'estensione totale, in cui sono tutt'ora in corso scavi archeologici, ma senza dubbia è la più bella e significativa. Un breve vialetto ci introduce dall'ingresso nel cuore della meraviglia. Subito incontriamo tre costruzioni piramidali sormontate da templi, sono il Tempio dei Teschi (nome che deriva da alcuni teschi scolpiti alla base delle sue colonne), il Tempio delle Iscrizioni che in una cripta interna ospita la Tomba del re Pakal (governatore dal 615 al 683), uno dei più importanti ritrovamenti Maya. Sul pesante coperchio del sarcofago reale è scolpito un disegno che ancora oggi, avvolto nel mistero, lascia aperto il campo alle più diverse interpretazioni. Tra i due templi troviamo la Tomba della moglie di Pakal. Le tre piramidi sono prospicienti la grande piazza su cui si affaccia un'altra delle più grandi costruzioni del sito chiamata il Palazzo, che elevandosi per 10 metri su una base lunga 100 e larga 80 racchiude numerose stanze riccamente decorate sistemate intorno al cortile interno. Sul palazzo domina una torre probabilmente usata come Osservatorio Astronomico. Uscendo dalla piazza e seguendo il percorso di visita si arriva in un'altra area dove sono state riportate alla luce altre costruzioni tra cui il Tempio della Croce ed il Tempio del Sole, all'interno si possono ammirare alcune stele scolpite che raffigurano famosi re nell'atto di fare offerte agli dei. Dietro il Palazzo, leggermente distaccato, si trova il campo del Gioco della Palla. Con la visita di Palenque termina la parte messicana del nostro viaggio, salvo una piccola parentesi l'ultimo giorno in attesa del volo di rientro per l' Italia, ed inizia la nostra avventura in Guatemala.

In terra guatemalteca
Sarà per il modo scelto dall’organizzazione per attraversare il confine o forse per la poca esperienza dell'accompagnatore locale ( il Guatemala ha riaperto al turismo da poco tempo, dopo decenni di sanguinosa guerra civile), ma almeno all'inizio sembra proprio di essere capitati in un'avventura in piena regola. Lasciata Palenque ci accingiamo ad un lungo trasferimento attraverso la stupenda e selvaggia Selva dei Lacandona. L'etnia dei Lacandona rappresenta un fenomeno a parte nella variegata discendenza Maya, di cui rappresentano la più naturale e diretta discendenza. Infatti questo popolo, per sfuggire alla dominazione spagnola, si rifugiò per secoli nella parte più inesplorata della foresta, evitando così qualsiasi contatto con l’esterno. I scarsi mezzi di sussistenza, le malattie ereditarie e la mancanza di un ricambio genetico ne hanno ormai ridotto il numero a poche centinaia di persone a cui recentemente il governo messicano ha dedicato uno speciale programma di aiuti. Almeno questa è la versione ufficiale della nostra guida messicana, perché l'altra faccia della verità narra di decenni di lotta di questo popolo contro le varie forme di speculazione, interessate a vario titolo a sfruttare intensivamente le risorse naturali della loro foresta. All'ingresso del sito di Palenque si trova un piccolo stand di loro prodotti artigianali gestito direttamente in proprio, dove è possibile, oltre a ripercorrerne la storia apprendendo le tradizioni, gli usi e i costumi, acquistare vari oggetti come archi e frecce, tuniche di cotone, statuette in terracotta, monili di varia fattura, ed altro. Finalmente alla fine del trasferimento arriviamo nell'ameno paesino di Corozal, un pugno di case sulle rive del Rio Usumacita che lungo il suo corso segna il confine tra Messico e Guatemala. Superato un primo momento di stupore ci imbarchiamo sulle piccole barche di legno e attenti a bilanciare il nostro peso con quello delle valigie partiamo verso il Guatemala. Dopo circa trenta minuti di navigazione approdiamo su un piccolo scoglio, in piena giunga, sulla riva Guatemalteca del fiume. Siamo arrivati in un agriturismo forestale nei pressi del paese di Betel, posto di confine dove al termine del pranzo ci aspetta il pullman per riprendere il viaggio. Beh pullman è una parola un po' grossa per definire il mezzo che in circa 3 ore di strada, per la maggior parte sterrata, ci condurrà a Flores, la nostra prima tappa in Guatemala.

Flores è una piccola cittadina posta su un'isola al centro del lago Petén Itzá collegata alla terraferma mediante una strada costruita su di un terrapieno. Arriviamo mentre la luce del sole ci sta ormai abbandonando e non riusciamo più di tanto ad ammirare il bel panorama del lago che si gode dal nostro albergo, e dati i tempi ristretti del programma, il mattino successivo, non riusciamo a vederne molto di più.

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