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Trionfo sul Monte Bianco  

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Diego
Scritto da: Diego
Località: Courmayeur
Durata: 2 giorni
Data partenza: dal 11/09/2006 al
Viaggiatori: 3
Nomi dei viaggiatori: Diego, Giovanni, Spagnolo

Introduzione

Dopo soltanto un mese sono tornato a Chamonix. Non sono qui per ritentare la sfortunata traversata alpinistica Chamonix-Zermatt, sono qui per scalare il re, il Monte Bianco! So bene che sarà una scalata lunga e impegnativa, che le condizioni del tempo dovranno essere necessariamente ideali; insomma tutto dovrà filare per il verso giusto, con un po' di fortuna.

Descrizione

Ieri camminavo tra le verdi praterie e i vasti ghiaioni al cospetto della Presolana, questa mattina sto guidando verso l'aeroporto di Malpensa per accompagnare la guida alpina Giovanni a "recuperare" quello che sarà il mio compagno di cordata, il quale "sbarcherà" direttamente dalla terra di Spagna. Fu proprio Giovanni che, durante la traversata alpinistica Chamonix-Zermatt, mi propose insistentemente la scalata del Monte Bianco ed io impiegai soltanto un paio d'ore per convincermi che, avendo a disposizione un'occasione del genere, non potevo proprio attendere l'anno seguente.

Partiamo nel lungo viaggio per Chamonix; Giovanni è un po' preoccupato perché poco fa gli è stato chiesto di passare dal soccorso alpino francese per chiedere notizie di suoi conoscenti che sono rimasti bloccati per tutta la notte da una nevicata su una delle tante pareti del Bianco. Ci auguriamo che presto il tempo migliori, sia per permettere i soccorsi che per la realizzazione della nostra impresa.

Quando arriviamo a Courmayeur notiamo preoccupati che effettivamente il Monte Bianco è coperto da una coltre di spesse nuvole basse che di tanto in tanto lasciano intravedere il cielo azzurro. Dall'altra parte della montagna il tempo è identico ma in evidente via di miglioramento. Comunque, rassicurati dal fatto che i soccorsi sono finalmente partiti, ci apprestiamo a salire sulla funivia dell'Aiguille du Midi che ci risparmierà molti metri di dislivello.
Splende il sole e, per essere a 3800 metri, non fa molto freddo.

Sono molto emozionato, finalmente sono qui da alpinista e non da turista, finalmente posso entrare nel magico mondo bianco del Monte Bianco! Mentre ci prepariamo indossando le giacche e calzando i ramponi nella galleria di ghiaccio che si affaccia sul ghiacciaio, sento ciarlare alle mie spalle l'immancabile gruppetto di giapponesi assiepato alle mie spalle, dietro una transenna. Appena mi giro verso di loro vengo fotografato come se fossi una star...

Evidentemente, qui anche noi alpinisti siamo una sorta di attrazione turistica, un tutt'uno con la montagna...
È arrivato il mio momento, me la dovrò subito vedere con la famigerata crestina dell'Aiguille du Midi, che mi è stata descritta come affilata e ripida ma che, in effetti, è soltanto molto aerea, visto che cade su un baratro di 1400 metri. Tuttavia, non è la prima volta che affronto una cresta simile che anziché intimorirmi mi rende solo più concentrato e vigile...

Dopo aver atteso l'ascensione di alcuni alpinisti mi incammino lungo la ripida discesa che porta verso il plateau; sopra le nostre teste passano lentamente i minuscoli ovetti della straordinaria funivia del Bianco, una delle opere ingegneristiche da me preferite. La marcia verso il vicino rifugio des Cosmiques è facile e rilassante, fa molto caldo e possiamo scattare tranquillamente delle belle fotografie nonostante la nuvolaglia residua; tutto questo già non mi sembra vero.
Raggiungiamo presto il rifugio che trovo caldo, accogliente e molto luminoso.

Fuori intanto ha incominciato a nevischiare e nutro alcune perplessità riguardo alle previsioni meteo che invece dichiarano tempo sereno per domani. Durante l'ottima cena facciamo la conoscenza di una coppia di ragazzi che, per mia fortuna, parlano italiano; sono molto simpatici e diamo loro incoraggiamenti per l'ascesa del giorno seguente. Poco dopo Bicio telefona a Giovanni e, venendo a sapere quello che sto facendo (che ho nascosto a tutti...), mi fa auguri molto sentiti.

Ben presto ce ne andiamo a dormire, la sveglia è fissata per l'1 di notte perciò è inutile indugiare. Mi sento bene e il mal di pancia di questa mattina è passato, ho fiducia che la notte passi bene e che il tempo domani sarà bellissimo.

È ora! Ho dormito bene, sono vispo e in forma, il tempo come sarà? Corro alla finestra, ma prima ancora di controllare il meteo mi rendo conto che oggi ci sono le condizioni per uscire, altrimenti nessuno si sognerebbe di prepararsi. La luna piena fa risplendere le vette bianche, il cielo nero è pieno di stelle e senza nemmeno una nuvola, laggiù a Chamonix, scintillante come un brillante, si dorme ancora profondamente.
Prima della colazione esco per scattare qualche foto (ma ovviamente al buio non ottengo niente) rendendomi conto che non fa affatto freddo, pressappoco potrebbero esserci solo alcuni gradi sottozero tanto che Giovanni mi sconsiglia di coprirmi in modo eccessivo, pertanto decido di indossare solo la maglietta e la giacca nuova di piuma (devo battezzarla prima o poi).

Dopo una gradevole colazione è il momento di prepararsi. All'1:30 partiamo per la nostra lunghissima marcia verso il Monte Bianco, facendoci strada sul ghiaccio con le nostre lampade frontali.

Camminare soli in un ambiente apparentemente tanto ostile, mentre la maggior parte della gente riposa, è una sensazione incredibile che ti fa sentire un po' speciale. È impressionante vedere le luci di Chamonix ben 3000 metri più in basso di noi, ma niente in confronto alle minuscole lucciole che si arrampicano su enormi cascate di ghiaccio verso il Mont Blanc du Tacul; noi dovremo seguirle!

La prima parte di salita è abbastanza dura ma agevole e teniamo un buon passo, io mi sento molto bene e la temperatura è ideale non essendoci nemmeno un filo di vento, insomma sembra veramente una giornata perfetta! Superiamo alcuni tratti ghiacciati su una traccia perfetta, solo ogni tanto si affonda nei 20 centimetri di neve fresca caduta il giorno prima. Noto in lontananza i bagliori affascinanti di un temporale, mi preoccupano pensando a come ne parlano sia Giovanni che i numerosi libri di montagna che ho letto, ma non so per quale ragione ho avvisato Giovanni solo quando ormai non vi era più segno di questa minaccia.

Dopo una rampa molto ripida raggiungiamo la prima crepaccia terminale che superiamo agevolmente. Il cliente spagnolo accusa un po' di malessere preoccupando me e Giovanni, io invece sono in una forma incredibile perché non solo riesco a salire agevolmente sui tratti più duri ma recupero in fretta, come se non fossi a quasi 4000 metri! Ci fermiamo 5 minuti per la prima pausa, io so che devo stare molto attento a non entrare in crisi di fame perché questo è il mio tallone di Achille durante qualsiasi escursione.

Ripartiamo percorrendo un tratto in leggera discesa per poi risalire con ripidezza crescente verso il secondo colle, il col du Maudit, estremamente impegnativo vedendo l'itinerario percorso dalle cordate che ci precedono. Anzi, mi sembra impossibile salire da quella parte, ma so perfettamente che sui ghiacciai è normale avere questa impressione. In ogni caso dovremo faticare parecchio in quanto che ci sono molti tratti ripidi ghiacciati dove ci aiutiamo con la piccozza, ma per nostra fortuna sono stati tutti gradinati (ci mancava solo il tappeto rosso...).

Rallentiamo il passo, così che posso godermi la luna piena che illumina debolmente le vette circostanti; non ho né la più pallida idea di che ora sia né di quanto tempo sia trascorso vagando nel buio... Tra l'altro noto che siamo ricoperti dalla testa ai piedi di un sottile strato bianco di brina che, come fossimo fili d'erba ghiacciati, ci rende un tutt'uno con la natura.

Ed eccoci al punto più difficile dell'intera ascensione, questa volta non avevo studiato il percorso come faccio di solito, ma d'altronde non me lo sarei mai immaginato così impegnativo! Dobbiamo risalire assicurati da Giovanni un canalino di misto di una trentina di metri attrezzato con una corda fissa che però è inutilizzabile essendo quasi interamente sepolta dalla neve. Le roccette sporgenti sono ricoperte di ghiaccio e neve, la pallida luce della frontale mi consente solo di intuire gli appigli e crea ombre sinistre che confondono ulteriormente le idee.

Supero questo difficile tratto in modo relativamente veloce, facendo fondo a tutte le mie forze: non è stato per niente facile restare legato allo spagnolo che mi precedeva dovendo fare una fatica tremenda ogni volta che lui accelerava nel momento stesso in cui io stavo affrontando un difficile salto di roccia piegando completamente la gamba. Credo di non aver mai compiuto uno sforzo tanto intenso prima d'ora, tutta la mia concentrazione e la mia forza è stata dedicata al passaggio di questo ostacolo e, inoltre, cadere qui avrebbe potuto essere molto pericoloso.

Superato il duro ostacolo raggiungo la cima del colle, è già un trionfo! Ci congratuliamo e Giovanni mi rassicura che il peggio è davvero passato. Dò uno sguardo al canalino appena salito accorgendomi di aver scalato un muro quasi verticale di ghiaccio e roccia in piena notte e a 4300 metri, sono incredulo e di nuovo pronto per continuare la salita!

Proseguiamo per alcune decine di metri fino ad un pianoro riparato dalla leggera brezza, qui facciamo uno spuntino prima dell'attacco finale alla vetta, che stimiamo ci impegnerà per altre due ore.

Affrontiamo un tratto di traverso in discesa che un po' infido per via del fatto che la neve fresca scivola sul ghiaccio sottostante, ma qui i ramponi fanno bene il loro dovere. Ecco finalmente la vetta del Monte Bianco che interrompe il nero del cielo; da questo punto in avanti la salita è ancora lunga ma del tutto priva di difficoltà, a parte la quota ovviamente.

Durante il primo tratto, quello più facile e pressoché in piano, ci godiamo il sorgere del sole dietro il Monte Rosa: senza dubbio la più bella alba che io abbia mai visto! Il cielo violetto è sgombro di nuvole da qui al Cervino e al Monte Rosa, ad un certo punto il sole rosso sbuca dietro il Monte Rosa che a questa distanza pare una montagnetta. È il sorgere del sole che tinge il bianco della neve immacolata da blu a violetto sino a diventare rosso e rosa, esattamente come la descrive il mitico Walter Bonatti in uno dei suoi meravigliosi libri.

Affrontiamo il tratto più duro del pendio finale oltre il quale si intravede l'abitato di Courmayeur situato ai piedi del tormentato ghiacciaio della Brenva. A dire il vero non mi rendo conto dell'altezza a cui ci troviamo e penso solamente ad avanzare, passo dopo passo, metro dopo metro, verso la cima. Ho mal di testa, suppongo sia da imputare alla quota, anche lo spagnolo appare un po' in difficoltà, quindi ci giova rallentare ulteriormente il passo fino salire con passo "Himalayano" alternando frequenti pause. Comunque, abbiamo tutto il tempo per arrivare in vetta che ormai siamo certi di raggiungere, non possiamo certo rinunciare qui.

Finalmente, quando ormai mi ero per così dire dimenticato della cima nascosta dietro ad un costone di ghiaccio, un gruppo di alpinisti ci aspetta in festa lassù sull'ampia cima della montagna più alta delle Alpi.

Ci siamo! Manca poco! Siamo in cima! A 4810 metri! VETTA!!!
Sui nostri volti, fin qui tesi e concentrati, compaiono larghi sorrisi di soddisfazione e di gioia; io sono incredulo perché adesso sto benissimo vedendo che qualsiasi cosa intorno a me, comprese le montagne più alte, sono più basse di me. Senza indugiare mi scateno a scattare fotografie, tra l'altro anche in cima non fa per niente freddo anche perché ormai il sole illumina tutto l'immenso splendore che circonda il Monte Bianco!

Non c'è nemmeno un filo di vento, che fortuna spacciata che ho avuto (a detta anche di Giovanni, lo spagnolo è la quarta volta che prova ad arrivare fin qui)!
Sarà che in quel momento magico fui tutto preso a fare fotografie, a pensare al mio stato psico-fisico, sta di fatto che ho voluto mantenere una certa concentrazione prima di festeggiare, anche perché come sempre tocca prima scendere, vale a dire affrontare il momento più delicato di ogni scalata.

Come via di ritorno decidiamo di seguire il piano precedentemente elaborato, ovvero scendere lungo la via normale francese anziché ritornare indietro dalla stessa via di salita verso l'Aiguille du Midi, che tra l'altro avrebbe reso necessario scendere in corda doppia dal famigerato canalino. Anche questa volta ho l'onore (nonché onere) di condurre la cordata: affronto con sicurezza il naturale proseguimento della vetta su una cresta molto esposta e molto panoramica.

Dopo pochi metri dobbiamo attendere che molti alpinisti attardati salgano in cima, così ne approfitto per scattare numerose altre fotografie che poi mi guarderò con calma a casa; strano, fin qui desideravo solo la cima, mentre ora ho voglia di tornare presto a casa...
A mano a mano che si scende la traccia si allarga diventando una sorta di autostrada bianca, inoltre la neve diventa sempre più molle consentendoci di scendere molto più velocemente.

L'Aiguille du Bionassay, ben visibile da qui, è un autentico spettacolo della natura così come lo è la via di discesa che pare tracciata da un gatto delle nevi e non da alpinisti. D'altronde non possiamo fare a meno di calpestare la neve ancora vergine, è un piacere assoluto...
Alla capanna Vallot, interessata in quel momento da lavori di ristrutturazione, facciamo una vera pausa dove possiamo rifocillarci a dovere; mi stupisco non poco di sentirmi ancora in perfetta forma dopo tante ore di fatica, conoscendomi non me lo sarei aspettato, anzi mi sento un po' più vicino ai grandi alpinisti che compivano imprese disumane mangiando e bevendo poco o niente.

Inoltre, è stupefacente e assai preoccupante come a questa quota faccia tutto sommato caldo, sembra di essere a 2500 metri a fine inverno non a 2000 metri più in alto a fine estate. Ci apprestiamo così ad affrontare la lunghissima discesa che corre a fianco del Dome de Gouter in direzione dell'omonimo rifugio. Superiamo un'imponente cornice di neve che da una parte si getta dritta verso valle per migliaia di metri finché non giungiamo al rifugio Gouter dove riposiamo ancora un po'; purtroppo qui finiamo tutta la scorta d'acqua. Giovanni chiede in prestito al rifugio un caschetto per me perché la discesa che dovremo affrontare è particolarmente soggetta alla caduta di sassi. Si tratta di una lunghissima ferrata su roccette instabili e oggi ricoperte di neve in molti punti, sarà durissima scendere per 1000 metri lungo questo percorso molto impegnativo e insidioso, per giunta ramponi ai piedi.

Tuttavia, me la caverò molto bene mantenendo sempre la forza e l'attenzione necessarie, concentrazione che manterrò fino all'ultimo metro di questa estenuante discesa che continua ormai da ore sotto un sole sempre più caldo. Giunti alla fine di questo pessimo sentiero posso finalmente togliere i ramponi ritornando ad essere un comune escursionista. Rispetto all'escursionismo, credo che l'alpinismo sia molto più impegnativo non solo fisicamente, ma anche e soprattutto mentalmente.

Nel frattempo Giovanni ci raggiunge arrivando dal rifugio Tete Rouse, nel quale ha restituito il mio caschetto, si riparte verso il Nide de l'Aigle, meta finale della nostra traversata. Quindi, ancora una buona ora di marcia su un sentiero relativamente facile ma alquanto scomodo che richiede l'uso delle nostre ultimissime riserve di energia. Quando ormai il traguardo è in vista confesso a Giovanni di aver realizzato il mio grande sogno, essere diventato un vero alpinista, e lui si complimenta con me sottolineando che il Bianco è sempre il Bianco e anche per lui oggi l'impegno è stato grande! Questo era un mio grande sogno e dopo solo un anno sono riuscito ad avverarlo, con impegno costante e tanta fortuna, che non guasta mai.

Dopo ben 13 ore di fatica ci fermiamo definitivamente, esausti e increduli. Ci scambiamo altri complimenti, ma a questo punto è troppa la voglia di sdraiarsi per rilassarsi. Io mi sdraio su una roccia e mi massaggio i piedi, benedicendo i miei ottimi scarponi nuovi (menomale, con quello che l'ho pagati...). I miei pensieri vagano, ripercorro le tappe di questo anno più bello del bello, oggi ho realizzato qualcosa di più grande di un sogno e insieme la vita mi ha regalato l'affetto di un'altra persona davvero speciale che mi aspetta e che non vede l'ora di sentirmi raccontare questa meravigliosa avventura. Anzi, scrivo subito alcuni SMS che invierò appena possibile, poi telefonerò a tutti quando saremo in Italia.

Finalmente, dopo un'oretta di riposo, possiamo salire sul trenino e poi sulla funivia che ci riporteranno brevemente e senza sforzo giù nel fondovalle. Per nostra fortuna due spagnoli, per restituirmi il favore di due scatti fotografici, ci danno un passaggio fino a Chamonix dove recuperiamo le auto. Dal parcheggio mi soffermo per qualche istante sul Monte Bianco cercando di individuare la via in mezzo a tutto quel bianco accecante, ma rinuncio incredulo...
Brindiamo alla vittoria e ripartiamo per Milano. A Courmayeur finalmente possiamo mettere qualcosa di sostanzioso sotto i denti; ho recuperato e sono perfettamente in grado di guidare.

Guiderò per tre ore e mezza fino a Milano, infine sarò costretto a girare per l'odiata città per ancora un'ora e mezza alla ricerca di un alloggio per lo spagnolo alquanto disorganizzato. Finalmente, dopo più di 24 ore mi sdraierò nel mio comodo lettino. Il giorno seguente, di nuovo seduto alla scrivania dell'ufficio, sarò incredulo sentendomi ancora fresco e pimpante come una rosa, soltanto con un leggero male alle ginocchia e tanta, tanta adrenalina ancora in circolo...

Che dire di più, pensavo e ripensavo - e tutt'ora ripenso spesso - a come sia stato possibile fare tutta quella strada lassù, dove pareva impossibile anche soltanto arrivare. Figuriamoci fare la traversata del Monte Bianco! Quando ero lassù, ogni volta che potevo contemplare il panorama cercavo di individuare il nostro punto di partenza sotto l'Aiguille du Midi stupendomi sempre di più, allontanandomi, per quanto avevamo percorso.

Ricordo che a giugno potei vedere benissimo il Monte Bianco, seppur dalla Val Ferret, riuscendo addirittura ad individuare dei piccoli esserini intenti a scalarlo per la nostra stessa via; immaginare di arrivare fin là non lo reputavo nemmeno un sogno bensì un desiderio irraggiungibile.

Beh, evidentemente mi sbagliavo; l'amore per la montagna è stato più forte di tutto!

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