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AHORITA LLEGO!!!  

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Alessandra
Scritto da: Alessandra
Località: Cancun
Durata: 7 GIORNI
Data partenza: dal 16/09/2007 al
Viaggiatori: 2
Nomi dei viaggiatori: ALESSANDRA. TOMMASO

Introduzione

Una settimana tra Cancun e Isla Mujeres

Le Tappe del Viaggio

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”

…ed eccoci qua a raccontare un altro fantastico viaggio, che ci vede di nuovo protagonisti oltreoceano dopo appena 2 mesi dal precedente: MEXICO!!!
Squadra vincente non si cambia, così prenotiamo un altro “Stand-by Caraibi”, dove come al solito dobbiamo aspettare l’ultimo momento x sapere la destinazione esatta.

Stavolta è a metà settembre, e mentre l’estate sta finendo, e tutti sono ormai quasi tornati al loro colore naturale, noi decidiamo di fare un altro tuffo nell’estate, anche se non è proprio la stagione + consigliata: è proprio periodo d’uragani nella zona caraibica …

La partenza da Malpensa è prevista per il 19 settembre, e ci organizziamo per partire il 18, e dormire di nuovo a casa di Valentina, tanto ormai abbiamo le chiavi.
Ma ecco l’imprevisto: ci arriva comunicazione via mail che il volo è spostato al 16!!!! PANICO!!! Come è possibile?! Chiamiamo subito il call center e inviamo una mail x farci spostare il volo al 19 ma ci viene risposto che la formula Stand-by prevede che la data esatta sia comunicata una settimana prima, e che può variare fino a 3 giorni prima o dopo quella indicata nella prenotazione (porca miseria non ce n’eravamo accorti, ma rileggendo la conferma che ci hanno inviato è proprio così!!!).

A questo punto abbiamo 2 opzioni: 1 – rinunciare al viaggio; 2 – farci spostare le ferie. Non si sa quale delle 2 porta meno sofferenze… è una dura battaglia… alla fine proviamo la seconda. Siamo fortunati, i nostri capi sembrano magnanimi e accettano la motivazione del cambio d’aereo. Così, con appena qualche giorno di preavviso, abbiamo le ferie confermate e di nuovo di corsa ci catapultiamo a Milano, pronti per esplorare lo Yucatan. Decidiamo di procedere verso nord, a Holbox (una penisola che promette grandi cose, dice il Lerio), e visitare poi Chichen-itza e le città maya nell’interno… e fare poi come ci viene, che tanto abbiamo imparato da Samanà che il viaggio si costruisce viaggiando.

Stavolta Tommi non sente discorsi, si porta anche il fucile da pesca (quello piccolo) sperando che non ci fermino subito all’aeroporto. Va tutto liscio e passiamo il check-in, buttandolo fra i bagagli “speciali”.

L’aereo è abbastanza vuoto, però per sfortuna siamo in 2 posti laterali, e non riusciamo ad accaparrarcene di migliori. Proprio accanto a noi c’è una fila vuota, ma prima che riusciamo a sederci lì ci si mette un tipo dai capelli rossi, che avrà sulla trentina, e che così facendo lascia “sola” la sua ragazza seduta nella fila dietro a noi. “Che stronzo!” penso… questa è la prima impressione che abbiamo di Paolo.

Durante il viaggio non ci danno quasi nulla da mangiare, e dietro non abbiamo niente, così siamo tormentati dai morsi della fame, costretti a richiedere 3-4 volte il pane alle hostess, pur di masticare qualcosa insieme alla misera insalatina che fa da cena. Ci fermiamo all’Avana per scaricare un po’ di gente, e ripartiamo dopo più di un’ora e mezza, per problemi con un passeggero. Durante l’attesa siamo tentati di scendere (l’idea di una vacanza a Cuba era allettante x entrambi), ma non scherziamo, ormai siamo preparati per il Messico… Rimandando Cuba ad un prossimo viaggio ci siamo definitivamente assestati sulla nostra meta, ascoltando “Messico e nuvole” cantata da Giuliano Palmas & the Bluebeaters per tutta la traversata.

Durante le 15 ore a bordo dell’aereo abbiamo modo di parlare più volte con Paolo e Marinella (la sua ragazza), e scopriamo che sono una coppia singolare, di Brescia, molto simpatici, lui appassionato di immersioni, lei quasi timorosa dell’acqua. Hanno prenotato una macchina x 2 settimane (loro ce ne stanno 2 si, beati…) e, visto che arriveremo dopo mezzanotte, si offrono x darci un passaggio fino alla città, dove magari possiamo sentire se c’è posto al loro albergo, visto che come al solito non abbiamo prenotato niente. Ci accodiamo volentieri, e già si capisce che sta venendo fuori qualcosa di simpatico!
Atterrati, come al solito, siamo colpiti dall’aria umida e calda, e in questa stagione più che mai (passeremo poi tutta la settimana coi vestiti bagnati, anche quelli nello zaino!).

Ci dirigiamo con Paolo e la Mari all’Avis per ritirare l’auto. Le pratiche sono un po’ lunghe, così nell’attesa Tommi va a prelevare. La moneta di qui è piuttosto debole e vedremo infatti che i prezzi sono più o meno come a Samanà – con 15 euro si dorme e si mangia.

Arriviamo a Cancun verso le 01.00 e piove a dirotto. Non si vede quasi nulla, Paolo guida con la faccia attaccata al parabrezza nell’intento di distinguere le sagome che gli si presentano sulla strada. In effetti i tergicristalli non sono in grado di contrastare l’acquazzone e l’illuminazione messicana non fa la sua parte. Siamo ormai certi di aver perso definitivamente l’orientamento quando uno schianto impressionante ci solleva l’auto in corsa. Riavuti dalla capocciata sul tettino realizziamo di aver fatto conoscenza con una delle famose TOPAS.

Sarebbero gli equivalenti delle nostre “cunette” ma ce ne sono alcune alte 20 o 30 cm e con lo spigolo vivo. Dopo aver girato in lungo e in largo la strada nella quale si presuppone sia l’hotel, senza però riuscire a trovarlo, la pioggia si placa e ci fermiamo a chiedere. Finalmente riusciamo a trovarlo dopo una glorieta (rotonda), e lo scopriamo molto carino, con belle stanze e un giardino al centro. Prendiamo una camera anche noi, appoggiamo le borse e ci lanciamo alla ricerca di un posto dove poter mangiare un boccone, dopo il digiuno forzato a bordo dell’aereo.

Gustiamo ottimi burritos, tortillas, e altre cose tipiche servite da una cameriera senza collo con abito folkloristico (scopriremo che qui tutti i nativi del luogo – penisola dello Yucatan - sono senza collo, e con grosse spalle e corporatura robusta). Ci siamo ingozzati a sufficienza e torniamo in albergo, facendo attenzione alle auto che passano a 100 all’ora che rischiano continuamente di schizzarci a causa delle buche allagate per la strada. Più grande è la buca e più veloce la macchina e più litri di acqua ti arrivano in testa. Non hai speranza.

La mattina dopo è un meraviglioso risveglio, infatti è uscito un po’ di sole, e fa caldissimo. Facciamo un’ottima colazione con frijoles (fagioli) e empanada con salsa di guacamole, e a metà arrivano anche Paolo e la Mari, che erano a farsi fare un massaggio. Loro vanno verso Chichen-itza, mentre noi pensavamo di proseguire per Holbox, e andare poi a Chichen-itza a metà settimana… ma come sempre il viaggio è dinamico, i programmi cambiano a seconda del momento, e così ci troviamo su un’autostrada deserta direzione Chichen-itza, la famosa città Maya.

La strada è quasi vuota, e il tempo un po’ nuvolo, ma si sa: “Messico & nuvole”! Prima di arrivare a destinazione ci fermiamo a 2 cenotes: sono delle grandi grotte sotterranee sfruttate probabilmente nell’antichità come riserve di acqua dolce. Per arrivarci si devono scendere delle scale molto ripide verso il basso, e si arriva a questi bacini naturali dove le persone fanno anche il bagno. Il primo è abbastanza deserto, solo una coppia messicana in acqua, e diversi pipistrelli che svolazzano in alto. Facciamo un po’ di foto e proseguiamo per l’altro. Restiamo a bocca aperta per la meraviglia: ci sono scale scivolose per scendere sottoterra, e si arriva ad una caverna grandissima con un buco sul soffitto, dal quale entra della luce che si riflette sull’acqua e di rimbalzo sul soffitto laterale, creando un effetto molto particolare. Inoltre sul bordo del buco c’è un grande albero, e le sue radici scendono verticali fino all’acqua, creando un piccolo isolotto dove alcuni ragazzi stanno facendo il bagno. Stavolta non resistiamo e anche se non abbiamo il costume ma le mutande ci buttiamo comunque per un tuffo rinfrescante … Dopo un po’ di sollazzo ci rivestiamo e ripartiamo, perché c’è ancora molta strada da fare.

Arriviamo a destinazione alle 15.30 circa, ed abbiamo meno di 2 ore per visitare il complesso che chiude alle 17.00. Decidiamo di entrare comunque (altrimenti tocca tornare domani!!) ed in realtà il tempo è sufficiente per vedere il tempio dalle 1000 colonne (ormai abbastanza diroccato), la piramide (purtroppo solo dall’esterno perché non è più possibile salirci), il campo per il juego de la pelota, fare un po’ di foto, e visitare anche le strutture minori. La piramide, la cui immagine è famosissima, delude un po’ per la sua misura, ben più piccola di come me l’aspettavo. La sua forma comunque è maestosa e perfetta. Minaccia pioggia da un momento all’altro e così quando arriva la guardia per informare che sta chiudendo ce ne andiamo soddisfatti, sapendo che la sera torneremo per vedere lo spettacolo notturno di luci e suoni. Andiamo in paese e per dormire troviamo solo un paio di “grandi” alberghi così, dopo lunga contrattazione, optiamo per uno di questi.

La cena ha i connotati dell’inizio viaggio: ci avviciniamo sospettosi a un baracchino che all’occhio promette una buona dose di batteri, ma l’odore di pollo sulla brace è troppo invitante. Ci facciamo coraggio e la prima ordinazione è parsimoniosa: un quartino di pollo a testa lasciando la verdura a bordo piatto che si sa magari è lavata male e poi ti vengono gli stranguglioni. Poi iniziamo a consultarci “te hai ancora fame??” … dopo quaranta minuti ci troviamo con una catasta di ossa di pollo sulla tavola mentre con gli ultimi pezzi di pane raccattiamo anche la verdura lasciata all’inizio, mentre i cocineros ci fissano con un sorriso che ha dell’incredulo e del soddisfatto. La sera per le 21.00 siamo di nuovo al complesso Maya per lo spettacolo notturno. Purtroppo siamo tutti stanchi e così un po’ per uno dormiamo per gran parte dello spettacolo.

E’ arrivato il momento di separarci dai nostri amici bresciani. Abbiamo passato per caso 2 giorni insieme che si sono rivelati molto piacevoli, ci siamo trovati bene, così ci scambiamo i numeri e le mail e promettiamo di risentirsi una volta in Italia. Loro vanno verso Merida, noi invece torniamo a Est, facendo innanzitutto tappa nella cittadina di Valladolid. La città è piuttosto piccola, ma assolutamente caratteristica poiché poco battuta dai turisti, così da permettere di vedere uno scorcio di vita reale messicana. In piazza la gente legge il giornale seduta su strane sedie “doppie” (qui le persone sono così basse che quando stanno sedute talvolta neanche toccano terra), ci sono un paio di baracchini con souvenir a prezzi ragionevoli, e decidiamo di comprare qualcosa, perché l’esperienza ci ha insegnato che rimandare tutti gli acquisti all’ultimo giorno è troppo rischioso. Così contrattiamo per 2 maschere Maya di legno, una grande amaca di cotone, e un cappello di Panama.

Soddisfatti dalle compere, andiamo a informarci per il pullman, e scopriamo che per la nostra destinazione ce n’è solo uno alle 02.30… di notte!!!! Panico!!!! Non è il caso di restare qui tutto il giorno, perché non c’è molto altro da fare, così io propongo il taxi. La tariffa è ragionevole così ci lanciamo in una lunga traversata di circa 2 ore e mezzo attraverso lo Yucatan per arrivare al traghetto per Holbox. Lungo il tragitto il tempo migliora, ma il taxi no.

L’unico che non si rende conto che il motore è ormai giunto al suo stadio terminale, è proprio l’autista. Procede spengendo l’auto in corsa tentando di guadagnare metri in folle e appena il falso piano rivolge a salita, riaccende, e avanti così fino alla fusione certa. Se Dio vole, forse notando il nostro sgomento, decide di non poter più procedere e ci imbarca in altro taxi. Trasbordiamo.

Arriviamo a destinazione che brilla un bel sole. Siamo fortunati perché sta partendo un battello proprio ora, così montiamo al volo e ci prepariamo per la traversata, che dura appena una mezzora. Holbox è una penisola a nord dello Yucatan. E’ una zona particolarissima alla quale si arriva infatti solo via mare: è molto paludosa, e le acque ricche di plancton danno nutrimento a tante specie di pesci. Praticamente è come una riserva marina a cielo aperto. Una volta sbarcati scopriamo che il paese è un villaggio di pescatori, con strade di sabbia e una piazza centrale più grande dove i ragazzi giocano a calcio. Le case sono tutte colorate, e ci sono pochi negozi e nessun albergo ma solo posadas, la maggior parte delle quali è sulla spiaggia.

Una volta arrivati al mare andiamo verso destra e ne troviamo subito 2 bellissime, con poca gente, lettini e amache quasi fino alla riva, e casette con tetto di paglia. Ci informiamo e c’è posto: tra l’altro la camera costa anche poco perché da un paio di giorni è iniziata la bassa stagione. Qui è bellissimo e tranquillo, e va bene per isolarsi dal mondo. A riva i pescatori arrivano con casse stracolme di pesci e polpi, e Tommi è incantato dalle spettacolo che i pacari fanno intorno alle lance. L’unica pecca è il mare, che se dall’esterno sembra bello, è in realtà bianco per la rena molto fine, e torbido per il plancton. Passiamo la giornata a baco sulle amache e sui lettini, e la sera andiamo a cena ad un ristorantino poco più in là. La temperatura è meravigliosa, a parte qualche mosquitos… Per domattina abbiamo gradi progetti…
La mattina ci svegliamo con calma, e andiamo a fare colazione. Ordiniamo un sacco di cose perché abbiamo appetito, e confermiamo alla tipa della reception che siamo interessati a partecipare alla gita con la lancia per avvistare il tiburon-ballena (squalo-balena). Qui, infatti, questo animale viene per nutrirsi durante la stagione estiva, e anche se il periodo migliore è appena passato, se si ha fortuna si può ancora vederne qualche esemplare a largo. Ci dicono che la gita in realtà partiva di lì a pochi minuti, così ci ingozziamo di corsa, annullando la metà delle cose già ordinate, e partiamo con altre 5 persone, più il barcaiolo e Achille, un ragazzo che ci farà da “accompagnatore”.

Anche se il mare non è trasparente, per via del plancton presente in grandi quantità, avvistiamo un sacco di cose: una tartaruga di sfuggita, un branco di razze che nuotano sotto la barca, tantissimi delfini tutt’intono a noi, e molte mante, di almeno 2 metri di diametro, che fanno dei salti incredibili fuori dall’acqua. Alcune ci nuotano vicino così fermiamo l’imbarcazione per fare un po’ di foto e osservarle meglio. Quando saltano si rovesciano in aria mostrando il ventre bianco, lo fanno sempre 2 volte, ed è uno spettacolo strano e meraviglioso. Ancora però nessuno squalo-balena. Non è facile avvistarli, soprattutto così a fine stagione, ma io e Tommi siamo sempre fortunati, perciò qualcosa dovrà pur succedere… dopo un po’ che cerchiamo senza risultato un’imbarcazione come la nostra si avvicina e ci dice di averne avvistato uno più in là.

Ci dirigiamo tutti eccitati verso la zona indicata, e finalmente in mezzo a quella distesa infinita d’acqua ecco spuntare una sagoma lunga almeno 10 metri, di colore grigio-verde, con la pelle maculata. Ci prepariamo per andare in acqua, io e Tommi per primi, insieme ad Achille. L’animale è innocuo, perché si nutre solo di plancton, però ha comunque una bella stazza… J Indossiamo la muta, le pinne, la maschera. Aspettiamo che la lancia si posizioni un po’ avanti rispetto a lui, e ci tuffiamo. Gli siamo proprio sopra e cominciamo a nuotare a fior d’acqua, mentre la bestia è appena qualche metro sotto: E’ ENORME!! Quando ci ha ormai distanziato ci fermiamo, e rimontiamo su. Dopo di noi gli altri fanno lo stesso, ed è bello vedere anche dalla barca come lo squalo si avvicini, e poi si giri allontanandosi, e quanto è difficile stargli dietro nuotando! Eccoci al secondo giro: possiamo buttarci di nuovo. Ecco che ci rivestiamo e dopo aver fatto la solita manovra di “accerchiamento” con la barca ci lanciamo in acqua: in un attimo il tiburon-ballena si avvicina incuriosito e ci viene incontro con quella enorme testa schiacciata con piccoli occhi sporgenti dalle parti. Ci guarda e poi si volta allontanandosi (meno male mangia solo plancton!!). Tommi non resiste e deve toccarlo per forza: meno male la guida aveva detto di non farlo!!!! A quel punto aspettiamo che abbia girato e iniziamo a nuotargli dietro, ma in pochi attimi è già lontano. è una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Un’emozione unica.

Dopo questo spettacolo mangiamo i panini che abbiamo portato, e poi andiamo a fare un po’ di snorkelling più vicino a terra. L’acqua non è molto limpida ma riusciamo comunque a vedere un po’ di pesci, e di barriera corallina, e Tommi avvista anche uno squalo gatto in un anfratto del terreno, appena sotto la superficie. Chiama quelli che sono lì vicino per farlo vedere, e siccome l’animale non ne vuole sapere di uscire dal suo nascondiglio, Tommi lo prende anche per la coda, e quello s’arrabbia un po’, ma il barcaiolo ha detto che non è pericoloso.

Torniamo a terra che sono appena le 14.00, e abbiamo tutto il pomeriggio davanti. Tommi propone d’andare a pescare col fucile, così vediamo di prendere qualcosa per cena. Ci incamminiamo verso la parte ovest della spiaggia, lasciandoci alle spalle posadas e ristorantini, e camminiamo per più di un’ora, senza però trovare un posto apparentemente adatto: la zona è paludosa, l’acqua opaca e molto bassa. Proviamo a buttarci in acqua in 2 punti diversi, ma troviamo solo sabbia e non si riesce neanche a vedere i piedi, perciò pensare di prendere qualcosa è impossibile.

Camminando incontriamo un paio di alberghi lasciati in abbandono, e uno che invece è in vendita (magari…). C’è anche una spiaggia dove depositano le uova le tartarughe, però di giorno non se ne vede una. Torniamo a mani vuote alla spiaggia, ma belli abbronzati e affamati. La sera la scelta del ristorante risulta un po’ macchinosa: uno è chiuso e uno è presto, uno è tardi e l’altro non si trova. Poi la soluzione è felice come al solito: infiliamo in una porta, ma senza muri intorno e, inevitabilmente con vista mare ceniamo divinamente. Andiamo a letto presto, perché non c’è molto da fare qui, e siamo anche stanchi. La giornata è stata indimenticabile…
La mattina andiamo a prendere il traghetto presto, e poi un taxi fino a Porto Juarez, dove ci imbarcheremo per Isla Mujeres. Il taxi viaggia in direzione est su uno stradone dritto, aria calda che sventola dai finestrini spalancati, paesaggio monotono che scorre veloce. Proprio quando mi sento piano piano abbandonare i sensi e varcare il confine tra la veglia e il sonno, d’un tratto, il motore smette di girare, el chofer scala le marce e rallenta la vettura fino a fermarla nel mezzo della strada. Ci tiriamo su nell’intento di individuare il motivo della manovra.

Il silenzio assoluto mi provoca un senso di disagio. è come se venissi proiettato in un film di Tarantino. Vedo al replay il tassista che tira il freno a mano, si toglie gli occhiali e poi si gira lentamente, ma invece di puntarci la canna della pistola in mezzo agli occhi, con sguardo da killer, ci dice: - “ME VOY AL BANO..” quindi esce, si dirige verso il retro dell’auto, si ferma dopo qualche metro, rispettosamente rivolto di spalle, e con le gambe ben divaricate lascia andare una sonora pisciata.

Durante il tragitto il cielo è stato abbastanza coperto, e aspettando il traghetto piove pure, ma appena saliamo per fortuna si apre, a facciamo la mezzora di traversata sopra il ponte, su un mare azzurro e trasparente: FINALMENTE!!

Appena arrivati cerchiamo un alloggio, e ci sistemiamo alla Casa Espana, in una bella camerina che da su un giardino un po’ lasciato a sé stesso. Il paesino è molto turistico, pieno di bar e ristoranti e negozietti con un sacco di cose, però è ancora abbastanza caratteristico, e i grandi complessi alberghieri sono sul lato nord-est dell’isola, quasi nascosti alla vista. Nel pomeriggio prendiamo uno scooter a noleggio e giriamo un po’ l’isola. Usciti dal paese nuovo, e andando verso sud, si arriva al pueblo originale, dove stanno i messicani, e si respira un’aria davvero “locale”, coi soliti barrettini e mini-market poveri e dimessi dalle insegne colorate, e le case spesso mezze distrutte o in costruzione, per i frequenti uragani che colpiscono la zona.

Passiamo davanti a El Garrafon, un parco naturale con acqua incredibilmente bella, e zona attrezzata con spiaggia e ombrelloni: magari ci veniamo domani. Arriviamo fino alla punta sud, e sulla scogliera c’è una piccola zona recintata con iguane, alcune anche molto grandi, un cartello ci ammonisce “ no les tires piedras” e un giardino con alcune sculture moderne. Entriamo in quest’ultimo e abbiamo così accesso alla passeggiata sul mare, sotto la scogliera. Abbiamo con noi pinne e maschere e così ci buttiamo per fare un po’ di snorkelling.

C’è un’acqua meravigliosa, e già dalla scogliera si vedevano vari pesci: ed ecco pesci sega, pappagallo, tanti barracuda, stelle marine, conchiglie grandissime… ad un certo punto sentiamo fischiare: è la guardia del giardino, che dice a Tommi che è vietato fare snorkelling in questa zona, così usciamo e torniamo verso il paese. Ci fermiamo a vedere dei ragazzi che giocano a calcio, e poi andiamo fino alla punta nord, ma non c’è molto oltre a 2 grandi alberghi. Mangiamo ad un ristorantino sul porto (ce ne sono diversi), proprio sulla spiaggia. Servono ottimo pesce fresco, e birra. J La sera facciamo un giretto in paese e poi a letto presto: domattina…
…El Garrafon!!! Dopo una super colazione a buffet (praticamente un’ingozzata dove non riesci a smettere) riprendiamo lo scooter, il cui affitto dura 24 h (quindi fino a dopo pranzo) e andiamo al parco. Siamo i primi ad arrivare, e anche gli unici per un bel po’. L’acqua è meravigliosa e piena di pesci che si avvicinano fino a poterli toccare, perché sono abituati a ricevere cibo dai turisti e non hanno paura. Ce ne sono di tantissimi colori: dai pappagallo sull’arancione e sul blu, al pesce scatola, e molti altri.

Appena entrati vediamo addirittura 2 aragoste sotto una pietra. C’è una famiglia giapponese che fa ridere troppo: la mamma, vestita con shorts e maglietta, e pure un cappellino per proteggersi dal sole, sta in acqua e osserva i pesci con la maschera stando in piedi. Il babbo invece è in costume, ma nuota sulla superficie aggrappato alla ciambella dove è infilata la figlia: una bambina piccola anche lei tutta vestita (come la mamma).

Ad un certo punto un americano ci ammonisce: “Be careful: there’s a barracude!!” … e noi “Ok, thank you!!”… o come avrà fatto a non vedere gli altri 40?!
Dopo una mattinata nell’acqua caldissima torniamo in paese e cerchiamo qualcuno che ci porti al largo a pescare: Tommi ha portato il fucile senza poterlo mai usare finora! A Holbox non si vedeva nulla e qui è riserva naturale. Si può pescare solo andando a largo, e per questo cerchiamo una lancia. E così conosciamo Fausto, un ex-calciatore che ancora gioca nella squadra dell’isola, che si offre (pagando) di portarci fuori. Intanto il tempo è peggiorato perciò non ci sarebbe molto altro da fare in ogni caso.

Partiamo noi 3 verso ovest, e navighiamo un bel po’. è fresco e pioviscola, ma ci ripariamo sotto la tettoia della barchetta. Lui è un pescatore di qui, e ci porta dove siamo sicuri di prendere un bel po’ di pescado. Passiamo paralleli alla barriera corallina, che anche se siamo a largo affiora in molti punti, dove infatti hanno messo (chissà come…) dei piccoli fari per segnalare la rocce in superficie. Ci fermiamo in mezzo al nulla, a pochi metri dalla barriera, e Fausto e Tommi si buttano in acqua entrambi col fucile per pescare. Io mi metto la maschera e le pinne e un po’ faccio snorkelling, un po’ accompagno Tommi, un po’ salgo in barca perché sono stanca. Avvisto grossi pesci balestra, un pesce palla, una grossa razza… chiamo Tommi per fargliela vedere: GLI SPARA!!! Incredibile!

Tutto soddisfatto la porta verso la barca anche se tira da morire, ma non sa come toglierla dal fucile perché lo spunzone che ha è velenoso. Arriva Fausto e si mette a ridere: non avrebbe dovuto sparargli, è troppo complicata da pulire e non si mangia molto. Così la lasciamo andare, con la sua ferita di guerra che la trapassa… Purtroppo il problema è sempre lo stesso, posto che vai usanza che trovi, in ogni luogo pescano determinati pesci e ne graziano determinati altri e te non sai mai a quale specie tirare combattuto tra non fare figuracce perché non prendi un tubo o prendi roba per loro ridicola. Stiamo fuori circa 3 ore, la maggior parte in acqua, e ad uscire è freddino, anche perché il sole ormai ci ha abbandonato e le nuvole ricoprono quasi tutto l’orizzonte. Ci sono almeno una dozzina di pesci, perlopiù carangidi e cernie, alcuni abbastanza grandi, e questo significa un’ottima comida (pasto) questa sera!! Arriviamo a riva verso le 19.00. comincia a fare buio, e i 2 pescatori puliscono il pesce per la cena sul pontile, mentre io mi intrattengo con i 2 figli di Fausto (una bambina e un bambino).

Dopo un’ora finalmente i filetti e un pescado intero sono pronti per essere cucinati: li diamo al proprietario di un ristorantino sul molo, che ce li cucina splendidamente, serviti con insalata, riso e patatine fritte. Al tavolo siamo noi 3 e la figlia di Fausto. Facciamo un’ingozzata incredibile, tanto che alla fine ci troviamo a discutere sul proverbio “Abbiamo mangiato come lupi” in italiano e spagnolo. Loro infatti dicono: “Hemos comido como los leones”. Domattina cerchiamo di organizzarci per andare a Isla Contoy, un parco naturale al quale si arriva da Isla Mujeres con la lancia. Durante la notte Tommi non riesce a dormire bene perché ha mangiato troppo a cena: si sveglia senza potersi riaddormentare… esce e va al supermarket a comprare la coca cola sperando che gli sia d’aiuto, e il dentifricio che era finito… io intanto dormo profondamente…
Oggi purtroppo è brutto tempo e pioviscola. Andiamo al molo per fissare la gita alla Isla, tanto per fare comunque qualcosa, e ci dicono di tornare fra una mezzora. Dopo la colazione viene a cercarci Pedro, il barcaiolo che doveva portarci: ci dice che la capitaneria non da il permesso di andare per via delle previsioni metereologiche. Che peccato!! Alla fine passiamo tutto il giorno fra la camera e il paese, uscendo giusto per comprare qualche maglietta e un po’ d’acqua, e giocando a Citadels a letto.

Purtroppo oggi non si fa nulla: ci godiamo allora un po’ di riposo. Evitando le strade e i locali principali, ceniamo in un ristorante su una stradina un po’ nascosta, che è in realtà una baracca adibita a ristorante. Siamo gli unici clienti, però è accogliente e si mangia bene. Intanto abbiamo finito i soldi, ci bastano appena per pagare l’ultima notte in hotel, e l’unico bancomat non fa prelevare (abbiamo la stessa carta BNL). Speriamo che domattina sia aperta una casa di cambio.
Pedro ci propone una gita sulla costa per fare un po’ di snorkelling. Accettiamo anche se è sempre un po’ nuvolo e il prezzo ci sembra un po’ esoso. L’incertezza ci viene spazzata via da due semplici parole di Pedro alle quali, anche a casa, ripenseremo più e più volte:
PEDRO – “VAMOS??”
ALE - “PERO QUE HACEMOS SE LLOVE?”
PEDRO - “……ES LA NATURALEZA!!!”

Inoltre, anche se piove, sottacqua non fa differenza! Il bancomat ancora non funziona, e la casa di cambio apre tardi… ci mettiamo d’accordo per pagarlo dopo la gita. Arrivati sulla sua lancia non siamo soli: c’è un’allegra e variegata compagnia di muratori messicani già mezzi o tutti ubriachi e già dotati di giacchetto di salvataggio rigorosamente allacciato che viene con noi a fare un giro perché è domenica e non lavorano.

Andiamo bene… ci sono 2 fratelli giovanissimi e abbastanza tamarri, e poi altri 2 fratelli più grandi, entrambi già completamente andati, e un altro tipo più tranquillo, gordo e loquace con la testa rasata. Nel complesso sono simpatici ma quando parlano i 2 fratelli più grandi non si capisce assolutamente nulla… sarà che hanno bevuto… comunque capiamo che sono di Guadalajara, e che lì c’è un bel parque national. Queste sono le uniche 2 parole che riecheggiano nei loro discorsi deliranti… Il più tondo è sempre con la birra in una mano e con l’altra, indice e medio in su, indica sempre DUE, ..boh?? L’altro fratello comunque li supera tutti, viene irrimediabilmente colto da un bell’abbiocco alcolico e si accuccia inerte a prua. I più sobri del resto della ciurma non lo graziano, lo coprono con un telo di nylon e se la ridono fino alle lacrime ripetendo “el naufrago….. el naufrago”. Durante il viaggio cantano spensierati, facendo duetti col barcaiolo.

Arriviamo vicino a 2 relitti di barche, abbastanza piccole. Ci immergiamo tutti in acqua, anche se il fondale è molto basso (si tocca). Da lì andiamo a nuoto per un bel pezzo lungo un tratto di barriera corallina, e troviamo diversi pesci. Intanto il mare si è un po’ agitato, e ha iniziato a piovere. Ma noi siamo in acqua e neanche ce ne accorgiamo. Ci sono un sacco di pesci pappagallo, cernie, e altro ancora. Ad un certo punto avvistiamo ad appena pochi metri un branco di barracuda. Mi fa un po’ impressione, mi sento a disagio… passo dal lato più lontano, lasciando Tommi a farmi da scudo, e proseguiamo. Arriviamo a una roccia con una torretta sopra e Tommi esce dall’acqua e si arrampica sui sassi. Subito arriva Pedro a raccoglierci: è vietato salire lì!!!

Proseguiamo verso sud lungo la costa, fino ad arrivare a Playa Tiburon, dove ci fermiamo per il pranzo. In fondo al pontile ci sono 3 squali gatto in una piccola piscina recintata. La gente si può tuffare e fare il bagno, tanto sono innocui. Ci buttiamo in acqua incuriositi, ma gli animali sono piuttosto passivi. Purtroppo non abbiamo soldi dietro, ma pagano gli altri per ora. Ci beviamo un po’ di birre tutti insieme, mentre continuano i racconti improbabili e incomprensibili sul parque national di Guadalajara, e ci mangiamo dei bei pescioloni fatti alla griglia. Davvero squisiti! Siamo proprio una strana compagnia, il barcaiolo, i muratori, e noi! … Sull’altro lato della spiaggia c’è anche un piccolo allevamento di tartarughe marine, e proprio all’entrata c’è una vascona evidentemente troppo piena, ma non abbiamo neanche un soldo per l’entrata.

E’ l’ora di rientrare, così torniamo in barca e andiamo a nord. Ad un certo punto assistiamo ad un coro di Pedro insieme ai muratori: memorabile, impagabile. Una volta scesi finalmente riusciamo a prelevare e pagare, davvero poco per lo show a cui abbiamo assistito per tutto il giorno. Poi di corsa a raccogliere gli zaini e a prendere il traghetto: da Isla Mujeres a Porto Juarez, e da qui all’aeroporto di Cancun in taxi. Infatti stasera si torna a casa.

L’Ale prova a stemaprare l’amarezza del fine vacanza divorando un pacco di patatine formato famiglia. Ma sappiamo che non servirà. Abbiamo vissuto un’altra settimana intensamente riuscendo a dilatare il tempo, è certo che non potremmo più tornare indietro da questo Mexico. Rientreremo si nei soliti ritmi stressanti, ma non potremo più evitare di sentire una voce chiara e serena “AHORITA …LLEGO…”
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