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San Pietro in Cariano: cosa vedere, cosa visitare e cosa fare  

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La pieve di S. Floriano
E' nominata per la prima volta in un documento del 905. Sorta con tutta probabilità sul luogo di una più antica pieve longobarda, è l'edificio più bello del periodo romanico in Valpolicella. Nella sua struttura ingloba consistenti brani di costruzioni romane, così da far pensare che in precedenza sul luogo della sua costruzione vi fosse un edificio romano, forse un tempio. La chiesa è a tre navate, evidenziate sulla facciata dalla struttura a salienti e dai due contrafforti che serrano la parte centrale. La bellissima facciata è tutta in tufo a conci regolari. La struttura a tre navate si conserva anche all'interno, molto rimaneggiato nel '700.

Del rimaneggiamento settecentesco è opera anche l'attuale zona absidale che sostituisce l'antica struttura romanica. Elementi decorativi d'epoca longobarda sono sparsi un po' ovunque nelle murature della chiesa. Adiacente alla pieve, sul lato Nord, un poderoso campanile a base quadrata dalla struttura composita: nella parte inferiore è in pietra, sopra è costruito con file alterne di conci di tufo e di cotto. Il complesso è databile a quella fase costruttiva successiva al terremoto del 1117 , cui si devono i più importanti edifici religiosi della Pianura Padana.

Villa Serego a S. Sofia
Andrea Palladio ne progettò il palazzo su commissione di Marcantonio Serego dopo il matrimonio di questi con Ginevra Alighieri (1549). Del primitivo progetto venne costruita solo la parte inerente il primo cortile (due quelli ideati), costituita da un corpo centrale con porticato e loggia e da due altri ad esso normali. L'edificio è a due piani caratterizzati entrambi da un unico ordine di colonne ioniche a bozze rustiche ineguali, sormontate da una trabeazione che corona tutta la fabbrica. Dietro le colonne vi sono i pilastri che sostengono il secondo piano, nel quale una loggia a balaustra fa riscontro al portico girando su tre lati, su due dei quali sono disposti i locali di abitazione. Il complesso edilizio è circondato da un ampio parco ricco di piante ornamentali. La costruzione della villa sembra iniziata negli anni tra il 1561 e il 1564 e terminata attorno al 1590. Tuttavia prima della villa esisteva in loco un palazzo trecentesco di notevoli dimensioni (il palacium magnum) di proprietà degli Scaligeri, donato poi da Antonio Della Scala a Cortesia Serego. Da quel primo palazzo con struttura "a portico e loggia" derivò in seguito gran parte delle ville quattro-cinquecentesche costruite in Valpolicella.

Villa Saibante-Monga (Villa Costanza)
Attualmente la villa porta il nome della fondatrice (Costanza Caldera di Bergamo) dell’istituto religioso che ne è proprietario dal 1953: le Pie Madri della Negrizia. I Saibante ne furono i padroni da fine ‘500 fino all’inizio del secolo scorso, lasciando la proprietà per estinzione del ramo. Subentrarono infatti in seguito i Monga. Le strutture oggi visibili sono databili ai primi decenni del '600. Il palazzo ha forma a ‘U’ rovesciata con due facciate. Quella principale ha un corpo principale e due ali perpendicolari ad essa; quella rivolta a nord guarda una fontana con gruppo marmoreo. Al pianoterra si trova un porticato che percorre i tre lati del palazzo. L’ala ovest, che incorporava già dei rustici, è stata in seguito innalzata, mentre nel tardo ‘700 era probabilmente adibita a scuderie. Le finestre del piano nobile sono rettangolari, mentre il centro della facciata si sporge all’esterno con tre finestroni decorati nelle proprie vetrate da una religiosa dell’istituto. Il cortile è chiuso da un muretto in cui sono collocate sei statue mitologiche precedute da due leoni in tufo. Al suo interno un pozzo del 1623. All’interno del palazzo due vasti saloni: uno, con pavimento in cotto e soffitto a cassettoni, l’altro nel corpo centrale e affacciato al cortile ha il soffitto a stucchi decorati e pareti affrescate con paesaggi. Oggi è adibito a cappella. Nel primo salone, decorato ad affresco dal veronese Paolo Ligozzi (1629), alti piedistalli sostengono due telamoni recanti due capitelli ionici su cui poggiano le travi del soffitto. Dipinti di condottieri e rappresentazioni dei continenti sono inseriti rispettivamente in finte nicchie e nelle sovrapporte. Dell’antico giardino rimane poco: la fontana e una grotta artificiale. Il parco venne devastato dai tedeschi nel corso della seconda guerra mondiale. Vi si conservano ancora alcuni pezzi architettonici derivanti dalla raccolta di Andrea

Villa Pullè-Galtarossa
La villa fu di proprietà Pullè dalla seconda metà del '600 e ne conserva ancora lo stemma sulla facciata sud, sulla cappella e su alcuni rustici. Pietro Monga, proprietario della confinante villa Saibante la acquistò intorno al 1830, e pose il proprio stemma sulla facciata nord e l’ingresso pubblico alla cappella. Il nuovo signore arricchì la villa con numerosi reperti archeologici: pezzi lapidari murati nel muro di cinta della villa e della cappella, l’arca sepolcrale del grammatico Gaiferio (morto nel 1324). Per ciò che riguarda quadreria e armeria rimane ben poco: quattro piccoli ritratti di giovani e una dozzina di armi da fuoco. Tali armi ornano oggi la biblioteca Galtarossa. Attraversando un maestoso viale di cipressi si accede al palazzo. Quest’ultimo è formato da un corpo centrale con due ali staccate terminanti a destra con una torretta-colombara e a sinistra con la cappella di S.Lucia. In mezzo vi è il giardino. Nell’ala sinistra dimoravano i lavorenti. Sulla parete dove si aprono le abitazioni l’attuale proprietario sistemò negli anni ’60 un affresco raffigurante la Vergine col Bambino, datato 1519 e proveniente da una casa colonica di Corrubio. All’interno del palazzo si conservano, assieme ai ritratti di Camilla d’Arco e di giovani personaggi, sei paesaggi di Andrea Porta .Il tema dello sfondo è sempre il paesaggio circostante, le pendici del Baldo, le colline moreniche benacensi. Va segnalata anche la presenza in villa di un pozzo del 1516 e il parco ricco di piante secolari. Dopo l’8 settembre 1943 nella villa si insediò il comando e il quartier generale del maresciallo Kesserling. Giacomo Galtarossa comprò la villa nel 1929-30 e iniziò a recuperare il complesso.

Villa Giona-Fagioli
Sorge sulla pendice orientale del colle di Castelrotto. La costruirono i Giona, come attesta sulla facciata del palazzo un superstite stemma di questa famiglia. Stando ad un cippo rinvenuto nel parco, che reca la data del 1504, la si direbbe un complesso fine-quattrocentesco: le finestre monofore del primo piano, del resto, hanno le caratteristiche forme rinascimentali. L'edificio subì una trasformazione tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo, con l'innesto dei tre fornici d'ingresso a pilastri bugnati e balaustre, che poco legano con la elegante loggia sovrastante che è pure a tre archi, ma retti da snelle colonne toscane. Si tratta di una bella costruzione, perfetta nelle proporzioni e valorizzata da un restauro che ha avuto il merito di rispettarne, perfino nella patina grigia dell'intonaco, il primitivo aspetto esteriore. Nell'interno dai tipici soffitti a vela e ad ombrello, un ricco arredamento, una copiosa raccolta di stampe antiche, una vasta e preziosa biblioteca, dotata di libri rari, rivelano la dottrina umanistica del proprietario. Il palazzo è fiancheggiato da due rustici ad esso perpendicolari ed in origine staccati, che terminano con due colombare, le quali guardano sul folto parco ricco di fontane e di statue, nonché delle più svariate essenze e percorso da camminamenti che conducono all'antica ghiacciaia, al laghetto, al ponticello sul ruscello e al leccio secolare. Dal 1950 circa ne è proprietario Vincenzo Fagiuoli.

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