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Origine di Lesina a Lesina  

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Recensioni Origine di Lesina

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Varie sono le opinioni espresse sull’origine, sui fondatori e sull’epoca di fondazione di lesina. I più, partendo da una fonte importante qual è l’Ughelli, ritengono abbia avuto origine da pescatori cristiani dell’isola di Lesina in Dalmazia , quivi venuti per... vedi tutto ragioni di pesca, o, secondo altri, cristiani fuggenti l’invasione sclavonica. Di questi chi non assegna alcuna data all’epoca di fondazione, chi la riporta all’anno 665 dopo cristo. Altri, riferendosi a quello che riporta il Tria, attribuiscono la fondazione ad un vescovo e cittadini di Lucera, fuggiti da questa città assediata e poi distrutta da Costante II nel 663. Vi è infine chi la crede fondata nell’anno 352. Matteo Giuliani asserisce che Lesina fu colonia dell’antica Uria, dalla quale città i lesinesi avrebbero trasportato poi quei monumenti che ricordano l’antica importanza, trovandosi più agevole il trasporto per via di mare. Altri sostennero che questi monumenti, di cui parlerò in seguito, furono trasportati da Teano Appulo (come se quei cippi e quei marmi fossero dei gingilli). Se i lesinesi avevano bisogno di marmi pregiati per abbellire le loro costruzioni, perché sono ricorsi a trasportare i marmi da questi luoghi e non si sono serviti delle vicine rocce garganiche e di quelle della vicinissima pietramaura? Si deve quindi ritenere per certo che quei monumenti siano stati eretti sul luogo stesso dove si trovano. Ammessa pure l’ipotesi che essi furono tolti da Uria e da Teano Appulo, furono certamente collocate in Lesina per ornamento, se non per ricordo di persone stimate e care. Quale fosse l’origine dell’antica città di Lesina, da quale gente fosse stata primieramente popolata e poi tanto accresciuta di popolazione e di fasto, svariate sono le voci. Mi sembra, scrive Angelo Angelucci, che l'opinione di F. Leandro Alberti sia la più plausibile, cioè che Lesina fosse sorta dall’antico Irio nominato da Tolomeo e da altri antichi scrittori, anche se egli stesso ne dubitava, credendo Irio molto lontano da Lesina. Poche miglia, invece, dividono il lago attuale di Lesina da quello di Varano, sulle vicinanze del quale Uria era fondata. Non si può conoscere su quale documento si sia poggiato Pietro Ranzano dei padri predicatori, vescovo della città di Lucera, nel ragionamento: “de laudibus Luceriae”, quando affermava che Lesina nascesse da pescatori dell’isola dello stesso nome in Dalmazia. Date queste divergenze, è necessario soffermarsi a valutare e vagliare le varie opinioni, chiarire la parte oscura e sostituirla nel modo più logico e corrispondente. Che Lesina abbia avuto la sua origine dai dalmati, ce lo dimostrano l’assicurazione dell’Ughelli, la tradizione radicata in quei cittadini, l’industria sempre fiorentissima della pesca e della salagione dei pesci, ereditata dai primi abitanti, il nome stesso imposto alla città. E’ ormai accertato che fu sempre consuetudine dei popoli colonizzatori ed emigratori chiamare con il nome di luoghi ed uomini cari alla patria di origine le terre conquistate ed adottate. mentre la ragione del nome imposto a Lesina ci chiarisce la sua origine dalmatica e rafforza l’opinione di chi sostiene tale origine, quel nome diminuisce, se non distrugge l’ipotesi contraria, non avendo esso per i lucerini nessun significato storico o nessun ricordo patrio. L’Ughelli scrive che Lesina fu fondata da pescatori dell’isola di Lesina della Dalmazia, da cui prese il nome. Nessuno scrittore, che io sappia, di pari autorità lo contraddice. Anzi lo stesso Ughelli, il Fraccacreta, il D’Ambrosio e Pietro Polidoro affermano che i lucerini si rifugiarono in Lesina, anche se nel 663 quell’abitato fu formato da pochi tuguri. il di Meo, poi, trattando delle vicende di Lucera in quei tempi, mentre attribuisce ai lucerini l’origine di Biccari, non accenna per niente da parte loro alla fondazione di Lesina. Ammessa l’esistenza della città prima del 663, cade ogni ipotesi sulla posteriore fondazione nel 665. Così pure non è ammissibile che la sua origine abbia avuto per causa la fuga in quell’anno dei Dalmati in conseguenza della invasione sclava, quando è certo che quell’orda invase l’Illiria dal 518 al 627. Dopo aver devastato, infatti, la regione e le isole della costa, nel 643 - 644, si riversava in Italia e una parte, sbarcando a Siponto, Rodi, Vieste, afflisse tutta la Puglia. Ora, come si potrebbe spiegare che i Dalmati, volendosi liberare dagli invasori, solo nel 665 si fossero decisi a fuggirli e ricoverarsi in un luogo vicino al quale quelli li avevano già preceduti? Non questa fu dunque la causa della venuta dei dDlmati a Lesina, ma, come accenna l’Ughelli ed interpreta l’avv. Mascia, quella della pesca e della speranza di guadagno che dalla stessa avrebbe ricavato. A tal proposito, Raffaele Centonza così scrive sul foglietto del 11 luglio 1899, anno II, numero 98: “ con piacere ed interesse ho letto il pregevole articolo del signor Ottaviano su la leggenda di S. Pardo, cui diedi occasione io con la mia corrispondenza inserita nel foglietto n. 92. E siccome in quell’articolo è detto che, adeguata al suolo, nel 663 dell’era volgare, la città di Lucera, il vescovo del tempo insieme al capitolo della cattedrale e a molti scampati alla ferocia dell’imperatore (Costante II d’Oriente) fuggì da Lucera e fondò, dicesi, una terra in Capitanata, che chiamò Lesina, mentre altri vogliono che l’ampliasse semplicemente, così mi parve non inutile chiarire questo punto oscuro della storia della mia città nativa. Ed osservo innanzitutto che un vescovo ed altre persone ragguardevoli che lo seguirono – per quanto modesti e di facile contentatura – difficilmente si sarebbero indotti a vivere in qualche misera capanna, mal costruita, privi dei necessari mezzi di vita ed esposti a tutti i pericoli di un luogo aperto e disabitato; mentre non avrebbe potuto mancar loro un'ospitalità più comoda, con sicurezza maggiore, in una delle tante città allora esistenti in Puglia. Aggiungo che appena un secolo dopo la distruzione di Lucera (nel 780) Lesina era una città cospicua, metropoli della vasta e rinomata contea dello stesso nome, con città e castaldi sottoposti alla giurisdizione del suo conte. E si comprende benissimo che, per quanto celere possa essere lo sviluppo e il progresso di un paese, un solo secolo non può bastare a trasformare un luogo disabitato in una città cospicua. Conviene, quindi, ritenere che nel 663 Lesina esistesse e che l'immigrazione dei profughi lucerini ne accrescesse il numero degli abitanti, fino al 668, in cui – ucciso nel bagno a Siracusa il temuto distruttore di Lucera – molti di quei profughi tornarono ad abitare la loro terra natia. Ritenuta, per tali ragioni, la preesistenza di Lesina alla distruzione di Lucera, rimane da indagare da chi e quando essa fosse fondata. Su ciò le opinioni sono discordi. Alcuni – e sono i pochi – vogliono che Lesina sia stata fondata da una colonia dell’antica Uria, ricordata dal Tolomeo. Altri – i più – ritengono invece sia stata fondata da pescatori dell’isola di Lesina in Dalmazia, attrattivi dall’abbondante pescagione del lago, attiguo alla spiaggia dell’Adriatico, in direzione opposta alla detta isola. Questa opinione dei più è pure la mia, anche perché avvalorata da alcune interessanti notizie date, nel 1893, al municipio di Lesina dal coltissimo signor Gregorio Bucchich di Lesina dalmata; cioè: - 1. che sopra uno scoglio di quell’isola esiste ancora un’antica chiesuola dedicata a san Clemente, come pochi metri lontano dall’abitato della nostra Lesina, nel lago, esiste ancora un’isoletta chiamata con lo stesso nome e ricordata nella cronaca casauriense del Muratori, in cui si legge che nel 1164 il conte Goffredo di Lesina donava all’abate di san Clemente a Casauria un luogo – prope Alisinam pantano circumdatam, versus septemtrionem, in quo ecclesia beati Clementis quondam fuerat. - 2. che in Lesina dalmata e paesi vicini esistono ancora, o sono da poco estinte, le famiglie Troiano, Augelli, Tartaglia, Rinaldi ed altre, pure esistenti o esistite,in Lesina nostra.” In grave errore cade, quindi, il Colasanto, quando afferma che nel 352, a causa dell’assedio di Lucera per la guerra condotta da Costanzo, figlio del grande Costantino, contro Magenzio e Vetranione, il vescovo di Lucera insieme con i sacerdoti si trasferì in una contrada dell’Apulia, ove edificò Lesina e vi stabilì la sua dimora per molti anni. Gli studiosi di quel periodo concordano nel riportare quella fuga nel 663 a causa dell’assedio e della distruzione di Lucera. Questo avvenne per opera del secondo Costante, successore di Eracleone, e non del terzo figlio di Costantino, il quale non distrusse la città. Né diversamente si legge nel Tria, l’unica fonte, cui, pare, abbia attinto il Colasanto, dove è detto che Costanzo (o Costante) figlio (invece di discendente) di Costantino e successore di Eracleone nel 663 devastò tutta la Puglia con il suo esercito, e, assediata lucera, la rase al suolo, facendo prigionieri tutti quei cittadini che non avevano trovato scampo nella fuga. Ma prima che Lucera fosse assediata, i lucerini ed il vescovo con il clero fuggirono dalla città e, fermatisi in un luogo dell’Apulia, fondarono un villaggio, che chiamarono Lesina, nel quale dimorarono per molti anni. A conciliare le varie divergenze, il Rossignoli esprime la sua convinzione che, trovandosi riportata l’origine di Lesina nel 663 a cura del vescovo di Lucera con altri profughi di questa città, non è ben fatto pensare fosse stata fondata due anni dopo da alcuni abitanti dell’isola di Lesina di Dalmazia. Sembra piuttosto opportuno credere che i primi abbiano fatto costruzioni limitate per i singoli loro bisogni e che gli altri le abbiano poi ampliate, prendendone stabile dimora. Da quello che fin qui si è potuto capire e dal fatto che Lesina nel 780 fu prescelta come capoluogo di contea, secondo come fa rilevare il Fraccacreta, l’origine della città deve ricercarsi in un tempo anteriore a quello che comunemente da molti è assegnato. Anche se Strabone, Plinio e Pomponio Mela non ne fanno cenno diretto e Lesina non si trova segnata neppure nelle opere dello Zannone, del Dell’Isle e del Mazzocchi, i quali due ultimi parlano di un borgo, da molto tempo scomparso sulla parte est del lago, chiamato Cornelium. E’ poco probabile, scrive Giuseppe di Perna , che in epoca romana l’insediamento che s'immette nella laguna si sia chiamato Alexina, come la tradizione sostiene. Potrebbero essere stati i Longobardi a dare questo nome. Il toponimo, infatti, potrebbe derivare dal germanico Alisna, che è un ferro di lavoro sottile e acuto, che serve a forare le pelli e il cuoio. Da Alisna il nome poi verrebbe volgarizzato in Lisna, Lisena, Lisene, Lesine e Lesina, come si rinviene nei primi documenti medievali. Successivamente, qualche amanuense pieno di classicismo, lo trasforma in Alesine/Alexina, come si ritrova in qualche documento più tardo . Se non ché, a confermare l’opinione che l’esistenza di Lesina possa risalire a tempi più antichi, possono essere presi a testimonianza le reliquie dei sepolcreti e di oggetti svariati dissotterrati in vari punti, alcuni dei quali risalgono all’epoca etrusca. Anche la colonna lapidea, ritrovata nella primavera del 1815 negli scavi dietro il duomo di Lesina, testimonia l’antichità della cittadina. Essa portava incisa la seguente epigrafe: fl. uranio. v. p. reg. prov. vindici. legum ac. moderatori iustitiae ordo. splendidissimus civitatis. theanens una. cum. popularib suis. digno. patro no. posuerunt. Questa colonna che forse era sormontata da una statua equestre, certamente risale ai tempi felici di Teano Appulo, l’antica Civitate. Se si volesse ritenere sia stata eretta in Lesina, si dovrebbe credere che la città fosse esistita prima del 300. Giustamente dice il Fraccacreta che nella decadenza dell’impero romano, il lago e l’agro adiacente dipendevano da Teano. Quel Flavio Uranio, moderatore della nostra provincia (funzionari quasi uguali ai prefetti odierni) garantì o concesse ai teanensi qualche diritto su quel territorio. Essi perciò gli eressero colà quel monumento, quale patrono del luogo. Può darsi pure che quella colonna sia stata trasportata dai lesinesi e dai civitatesi al tempo della rovina di Civitate. Mi ricordo, scrive Angelucci, che nella mia giovinezza i fratelli Temistocle e sacerdote Salvatore Pacifico mi dicevano che negli scavi delle fondamenta della chiesa si era trovata una gradinata in fabbrica molto al di sotto delle acque del lago. Esso, dunque, doveva trovarsi ben lontano da quel luogo. Presso la stazione dei sandali al lembo del lago fu scoperto, nel 1815, un monumento marmoreo, come base di statua, ornato di triplice cornice laterale e con epigrafe latina. “Che l’ordine splendidissimo della città di Teano ed i cittadini ponevano ad Uranio loro patrono”. Ora questo cippo fa parte di un fabbricato privato con la iscrizione prospettante l’interno di una stanza a pian terreno. Un’altra base di statua si vede di fronte alla chiesetta del Rosario con iscrizione latina. “ Che Numisio Quintano patrono del municipio, sacerdote, laurens lavinas, flamine florale dedicava a Pomponia Drusilla coniuge rarissima”. Pomponiae Drvsillae Numisius memncor Quintianus laurenslavinas flamenfloralis patronusmunic coivgirarissimae l d d d cippo romano sacro - tombale una terza lapide con migliore maestria era incastonata nel palazzo municipale, la quale lapide, da una prima lettura, sembrava contenere un logogrifo alquanto impudico. E’ dedicata a Giorgia serva da due suoi mariti, Marsua ed Epafra e dei figli dei due padri all’unica madre. Uno dei due figli, Epafrione, era “ponderarius”, misuratore. Epafra saltuarius, ossia guardiano di tenute a pascolo o custode di villa. Chi sa se non era una villa il primo nucleo civile di Lesina? L’illustre Agostino Gervasio che fu a Lesina nel 1830, visitando parecchi luoghi, incontrò marmi antichi, alcuni interi e altri infranti. Da questi ultimi non poté trarre alcuno studio, ma chiarì molto bene gli altri con un corredo meraviglioso di dottrine archeologiche. Egli, studioso insigne e di fama mondiale, accademico dottissimo, pubblicò le sue opere nel 1853 in Napoli. Ci sono alcuni scritti originali di Agostino Gervasio, riguaranti i cippi dell’antica Lesina. Essi riguardano Numisio Quintiano, patrono del municipio, interpretati nell'anno 1789. A conclusione si può ritenere più rispondente al vero la seguente ipotesi: nelle frequenti escursioni degli illirici nei porti di Apeneste, Garnae e Fortore, del cosiddetto golfo Hyrio o Fortore degli antichi, il vicino lago dovette richiamare l’attenzione di quei naviganti. I pescatori e i marinai dell’isola di Lesina in Dalmazia, esplorato il bacino e trovatolo ricco di abbondanti e scelti pesci, decisero di farne una loro pescheria per trarre grandi guadagni dalla pesca. Prescelto per tale scopo un luogo a sud ovest del bacino, vi costruirono all’inizio del VI secolo poche capanne, che, fiorendo man mano l’industria della pesca, aumentarono, migliorate in adatte abitazioni. Trasformato quindi in borgata, il misero villaggio dai suoi abitanti fu chiamato Lesina, in ricordo della loro patria di origine. Verso la fine del VI secolo vi giunsero numerosi altri dalmati, chiamati dai compatrioti per cercare rifugio e scampo dalla persecuzione. Così pure avvenne all’inizio del VII secolo. Questo affollarsi di gente contribuì a far crescere in modo incredibile la fiorente città. L’accennata fuga dei lucerini in Lesina, il racconto dell’assedio e della distruzione di Lucera e di altre città, la descrizione paurosa delle stragi e delle devastazioni compiute da Costante, la continua immigrazione di altri dalmati consigliarono ai lesinesi di allargare la cerchia dell’abitato e di fortificare le mura. Così in breve la borgata si vide trasformata in vera e propria città. Il rimpatrio dei lucerini nel 668, dopo la morte del tiranno Costante, influì minimamente ad arrestare lo sviluppo meraviglioso della nuova città. Essa verso la metà dell’ottavo secolo si trovava elevata a tale grado di prosperità, potenza e popolazione da eguagliare altre forti ed antiche città ad essa limitrofe, quali, fra le altre, erano Termoli e Larino.
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