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Marocco, viaggio dall’oasi di Dubira alle Gole del Dadès  

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dario
Scritto da: dario
Durata: 22 giorni
Data partenza: dal 27 luglio 2006 al
Viaggiatori: 4
Nomi dei viaggiatori: Dario & Co.

Introduzione

Sulle tracce del film “Marrakech Express” di Gabriele Salvatores noi, quattro ragazzi, abbiamo voluto percorrere il Paese con lo spirito dei liberi viaggiatori, senza alberghi prenotati e muovendoci giorno per giorno con i mezzi disponibili in loco...

Descrizione

Un viaggio alla volta del deserto, armati solamente di zaini capienti, dei consigli di chi “ci è già stato” e di tanto spirito di avventura e di adattamento. Questa la filosofia del nostro viaggio, che ci ha portato a percorrere tutta la Spagna da nord a sud, e ad attraversare il Marocco, dal porto caotico di Tangeri alle vette del Rif, dall’incanto di Marrakech alla sabbia rossa di Merzouga, la “porta del deserto”. Sulle tracce del film “Marrakech Express” di Gabriele Salvatores noi, quattro ragazzi, abbiamo voluto percorrere il Paese con lo spirito dei liberi viaggiatori, senza alberghi prenotati e muovendoci giorno per giorno con i mezzi disponibili in loco. Dalle gole del Todra e del Dadès alle vie centrali della moderna e occidentale Casablanca, dalla spiaggia oceanica di Essaouira all’atmosfera montana della medina di Chefchaouen, il nostro percorso è stato caratterizzato da un unico concetto: la varietà. Sì perché le suggestioni, i colori e le atmosfere che il turista può incontrare, in Marocco, sono davvero molteplici.
A chi intenda mettersi in cammino come abbiamo fatto noi, consigliamo una visita al sito www.inter-rail.it e la lettura attenta delle guide Lonely Planet o Routard.
Qui di seguito, il racconto del nostro viaggio dall’oasi di Dubira alle Gole del Dadès, undicesima tappa del nostro viaggio.

[…] Alle 7 di mattina mi tiro fuori dalla tenda berbera, e in breve anche gli altri si svegliano. Non rimane che preparare lo zaino e ripartire. Lasciamo l’oasi nella prima luce del mattino che accende le dune di nuovi colori facendole passare dal rosa pallido al giallo, all’arancione. È un viaggio faticoso, e forse è un peccato che non mi possa godere fino in fondo la bellezza suprema del paesaggio: perché la verità è che ho solo una gran voglia di arrivare per poter scendere. Queste bestie simpatiche, gorgoglianti e odorose di riso in bustina Knorr, sono un vero patimento per il mio osso sacro, e credo proprio che il prossimo viaggio in dromedario lo affronterò con un cuscino di più sotto il sedere. Il caldo intanto già comincia a farsi sentire, e quando arriviamo all’albergo, la cosa più bella che ci possa capitare è di aprire il frigorifero e scolarci tutte le bottiglie che troviamo.

Dopo colazione invece, un bel bagno di sabbia è quello che ci vuole, e la procedura è suppergiù questa: Seid scava una buca e poi ti ricopre fino alla testa, rimani cinque minuti in questa specie di tomba, dopodichè ti copri con un plaid e lo tieni addosso per venti minuti. Sudi un sacco, e in qualche modo la sabbia bollente dovrebbe toglierti l’umidità dal corpo. È una cosa che dicono faccia bene a chi soffre di reumatismi, ma io e Letizia lo facciamo più per curiosità che per mal di schiena veri o presunti.

Tornati all’albergo, una bella doccia diventa una necessità, poi, fatti gli zaini, ci congediamo dalla troupe e dai nuovi arrivati, una coppia di ragazzi spagnoli, lei basca e lui di Barcellona, che rincontreremo per caso nella medina di Marrakech. Salutiamo gli amici di Amhid e, in piena tempesta del deserto, ci infiliamo nel Mercedes bianco con lui, alla volta della prossima tappa: le Gorges du Dadès.

Osserviamo dal finestrino le trombe d’aria che alzano dai campi spirali minacciose di sabbia, mentre il caldo secco che entra nell’abitacolo battuto dal sole asciuga la bocca e gli occhi, secca la gola. Poi ci fermiamo a Erfoud, la destinazione di Amhid: un altro addio. E siamo di nuovo da soli.
Ci fiondiamo in un bar per bere e mangiare qualcosa di veloce, e non sono certo che la kefta di pollo mezzo bruciacchiata non sia in realtà carne di piccione. Fuori dal locale intanto si alzano nuvole di polvere, e l’atmosfera è da paese fantasma.
Il viaggio prosegue su una strada occupata per metà dalla sabbia, poi lentamente si passa da paesi in tinta unita, tutti gialli, o verdi, o arancione, a un paesaggio di rocce rosse. Ed eccoci, dopo qualche ora, alle Gole del Todra, scavate nella pietra come lunghi canyon rigogliosi di palme e giardini. Le case sono tutte rosa e alla fine della lunga gola attraversata dall’asfalto, si intravede l’inizio di un ruscello di acqua fredda e limpida in cui i turisti locali, dall’aria non proprio rassicurante, si bagnano fino alle ginocchia.

In realtà, non sappiamo bene perché, ma a parte la bellezza del paesaggio, c’è una sensazione di decadenza che ci lascia perplessi... Il tassista ci invita cortesemente a uscire dall’acqua e risalire in macchina... e non importa se gli bagneremo i tappetini.

Basta fermarsi in un punto panoramico per scattare una foto, che subito dovresti sentirti obbligato a salire su un cucciolo di dromedario e farti ritrarre con la macchina digitale, (ovviamente a pagamento), comprare turbanti berberi a cifre modiche, e scambiare i tuoi sandali di gomma con quelli di peli di cammello dell’anziano tuareg dalla faccia simpatica, che prima ti sorride e poi ti maledice. Ecco dove sta la decadenza! Sembra proprio che per la stragrande maggioranza di queste persone il turista occidentale abbia l’obbligo morale di erogare mance a iosa e comprare a tutti qualcosa di tipico. E se non lo fa è perché è malvagio e senza cuore. L’insistenza poi la fa da padrona in tutte le transazioni o i potenziali scambi. Occorrono tempo, senso dell’umorismo e pazienza, anche solo per rientrare in macchina senza dover pagare gabelle od oblazioni.

Nella seconda parte del viaggio attraversiamo un paesaggio che sa tanto di America, di grandi spazi e strade che si perdono alla vista, ma... dipinte sui paracarri bianchi piantati tra le rocce a margine della carreggiata, ecco le prime indicazioni chilometriche per Marrakech.

Arriviamo solo di sera alle Gole del Dadès, ma da quello che lasciano intuire la luna e i radi lampioni dei villaggi, uno dei quali molto animato per via di un matrimonio, aveva ragione Amhid a consigliarci di passare la notte qui, anziché alle Gole del Todra: questo posto ci sembra da subito meno turistico, quindi più genuino e meglio tenuto. Lo si vede dalle case, dall’ordine dei giardini e, non ultimo, dalla strada che, per chissà perché, qui è più larga e agibile. Vista anche l’esperienza di Tangeri e Fés, mi viene da pensare che forse, in Marocco, questo è il clichè: posto più turistico = più trasandato; località meno turistica = ordine e pulizia.

Ci fermiamo in un albergo in stile kasbah, rosa e intonacato di fango, dentro molto pulito, decorato e ammobiliato in uno stile che, se fossimo in Occidente, definiremmo semplicemente “etnico”. La cena, sulla terrazza, è ottima, e l’aria è fresca e buona. Le piante qui hanno un odore diverso rispetto a tutti gli altri posti di montagna e campagna dove sono stato. Sotto di noi, oltre la strada, scorre un fiume, e tutto parla di relax e di preparativi per una nuova avventura.

Siamo i soli nell’albergo, assieme al nostro tassista, anche perché in Marocco, adesso lo abbiamo capito, agosto è considerato bassa stagione.
Il figlio del proprietario, Mustafà, è un personaggio curioso e loquace: ci mostra con un pizzico di orgoglio il registro sul quale conserva le dediche, i commenti e gli indirizzi dei turisti e dei viaggiatori che hanno soggiornato all’hotel. E sono davvero tanti, e tutti hanno qualcosa da raccontare.
L’aria fresca della sera concilia il sonno, ma sarebbe un peccato addormentarsi in terrazza! […]

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