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Kenya Blu Bay Watamu Safari: il mal d'Africa  

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Anna Maria
Scritto da: Anna Maria
Località: Mombasa
Durata: 9
Data partenza: dal 6/03/2009 al
Viaggiatori: Uno con un gruppo
Nomi dei viaggiatori: Anna e altri

Introduzione

I colori, la natura selvaggia, la civiltà masai, il ritorno alle origini......

Descrizione

Erano anni che sognavo l’Africa, poi finalmente si parte! Il 6 marzo volo da Bari per Mombasa! Tutto fila a meraviglia, solo un piccolo ritardo alla partenza, ma poi, finalmente si respira quell’aria che mi resta e mi resterà sempre nell’anima! Sono colpita dai nomi delle strade: tutte intitolate a Barak Obama, mi intenerisce l’orgoglio che provano i kenioti per il loro figlio presidente. Per la strada si alternano immagini contrastanti: cartelloni pubblicitari di bibite e prodotti consumistici fra mucche che pascolano fra immondizie!

L’arrivo al Blu Bay a Watamu mi regala una vista spettacolare, è vero, sogno l’Africa vera, ma un rifugio confortevole non guasta. Il villaggio è bellissimo, gestione italiana e cuoco siciliano. Faccio conoscenza con Carlos, già amico dell’agente di viaggio che ha il pregio di aver organizzato quest’ultimo, e subito ci accoglie nel suo locale retrostante il Blu Bay con uno spettacolo di canti e danze locali. La domenica la messa è un commovente incontro di bambini che danzano su musica gospel. I bambini saranno i protagonisti di molti dei ricordi che mi porterò dentro per sempre.

Non servono parole basti vedere le foto allegate. Vigilantes impediscono agli abitanti di accedere nell’area del villaggio, essi possono solo passeggiare sulla spiaggia, ma nessuno mi impedisce di avvicinarmi a loro, così vinco il timore di essere assalita dai beach boys, che poi vogliono solo vendere i loro prodotti e guadagnare qualcosa, e mi immergo in questa splendida realtà.

Si organizza il blu safari, con grigliata sulla spiaggia ecc, come descritta in molti siti, perciò non mi dilungo, ma lascio l’immagine di foreste di mangrovie abitate da famiglie e famiglie di scimmiette. Finalmente il safari al parco dello Tsavo est! Pulmino scoperto, in piedi con videocamera alla mano, vento e terra rossa in faccia e nei capelli, chiedo a Nico, il nostro accompagnatore, se avremmo visto leoni ed elefanti: abbiamo visto quelli e ben altro! Era mattino presto, circa le sei, incontriamo per strada gruppi di bambini che vanno a scuola, tutti contraddistinti dalle loro divise, gonne o pantaloni e camicie dai colori diversi scuola per scuola. Alcuni portano in mano una specie di fascina: sono delle scope, perché prima delle lezioni devono pulire e spazzare le loro scuole! Distribuiamo loro quaderni e matite, ma anche magliette ed indumenti (le valigie all’andata erano praticamente piene di solo roba da lasciare, una volta tanto al ritorno erano più leggere) ed i sorrisi mi fanno stringono il cuore, quanto poco può dare tanto!

I colori del lo Tsavo sono incredibili, il paesaggio maestoso, il silenzio imponente, in armonia con l’andamento lento degli animali, gru, bufali, zebre, giraffe, antilopi, gazzelle, coccodrilli ed ippopotami, sono per citarne alcuni; solo i dik dik, che viaggiano sempre in coppia, corrono veloci e sfuggono alla videocamera. All’imbrunire una leonessa con i suoi cuccioli tenta l’agguato ad un bisonte, attende l’ultimo della mandrie, si avvicina un branco di elefanti, è sola, rinuncerà.

Pernottiamo in un campo tendato con un guardiano masai che ci racconta la storia del loro popolo, le tradizioni locali, seduti attorno al fuoco. Alle undici si spengono le luci del generatore, abbiamo solo una candela ed una torcia, il campo piomba nel buio. Non c’è recinto. Siamo a casa degli animali che possono girare liberamente, siamo noi gli intrusi. Posso sentire il ruggito del leone in lontananza, ma sembra vicino, e i barriti degli elefanti e le voci di chissà quali e quanti animali che non conosco. L’invito, qualora siano accanto alle tende è di non far rumore, non usare flash, restar fermi, ma, in caso di bisogno chiamare: masai. Provata dalle emozioni, stanca mi addormento. Il giorno successivo visitiamo il campo masai, entriamo nelle loro capanne di sterco di mucca distinto in zona comune, camera per i maschi e camera per le donne ed i bambini: il tutto in meno di tre metri metri quadrati! Forse sono costruiti a beneficio dei turisti: si pagano dieci euro per entrare, ma la suggestione è tanta ugualmente!

Le danze sono contraddistinte da salti con i quali i masai cercano di avvistare il leone il prima possibile. Ci mostrano come si accende il fuoco sfregando un particolare legno su di una lama, come pregano il loro dio, ci raccontano del valore che per loro hanno le mucche, che gli consentono di sposarsi, costruire capanne, fare la loro “carriera”! Al termine dei due giorni rimpiango di non poter proseguire per il Kilimanjaro, Amboseli ecc, sarà per un’altra volta.

N.B. la sola malattia che mi è rimasta è il mal d’Africa. Non ho fatto la profilassi antimalarica, ma acquistato nella farmacia di Mombasa il kit che comprende un test e le compresse per la cura e la prevenzione (quindici euro), ma non ho avuto bisogno di usarlo.
Il cibo è ottimo nel villaggio, ma anche in safari!
Veli e pellicole proteggevano gli alimenti, non ho avuto, io come gli altri, alcun problema intestinale.
Consiglio di portare medicinali, ma solo per poterli regalare ai medici degli ospedali! (ai medici, non direttamente alle persone poiché non saprebbero usarli)

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