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Capodanno in Marocco tra il deserto e il mare di Essaouira  

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Fabrizio
Scritto da: Fabrizio
Località: Essaouira
Durata: 8
Data partenza: dal 28/12/2008 al
Viaggiatori: 15
Nomi dei viaggiatori:

Introduzione

Un Capodanno da ricordare camminando tra le dune desertiche e le spiagge della costa atlantica del Marocco.

Le Tappe del Viaggio

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

28 Dic 2008 - 4 Gen 2009

Aiutoooo... memoria aiutami, fotografie aiutatemi, compagni di viaggio fate anche voi uno sforzo: sono sicuro che in questo racconto dimenticherò una, dieci, mille cose... cari neuroni è ora di rimettervi in azione.
Premetto che è stranissimo parlare ora della nostra avventura in Marocco, mentre fuori nevica a larghe falde...

Domenica 28 Dicembre
Scena: aeroporto di Malpensa, terminal 2. Tra i check-in girano gruppetti di zombie con occhi dilaniati e un biglietto che mosciamente penzola dalle mani. Bella forza: sono le 5:15 della mattina e la sveglia è stata a dir poco traumatica. Ecco la banda: metà la conosco, metà no, ma soprattutto sono loro che non conoscono me.
Imbarchiamo il bagaglio, intrugolo il secondo caffè e ci mettiamo a chiacchierare, tanto durante il volo si dormirà alla grande.
Sorvoliamo Marrakech a lungo, in attesa di un corridoio libero per l'atterraggio. Segue l'infinita coda burocratica per il timbro sul passaporto e già assaporiamo i ritmi tutt'altro che padani: d'altronde se siamo qui un motivo ci sarà pure.
All'uscita ci viene a prendere Mohamed, il capo dell'agenzia locale: infagottato da capo a piedi, due occhietti vispi e un sorriso a 48 denti ci vengono incontro. L'aeroporto è a pochi minuti dalla città, ma il traffico qui non ha nulla da invidiare alle giornate di punta milanesi. Il nostro riad è a due passi dalla piazza di Djemaa el-Fna, il cuore pulsante di Marrakech. Siamo accolti dal primo the alla menta e dal pranzo luculliano: per molti è il primo incontro con la tajine, che diventerà un po' il simbolo gastronomico di questa settimana.
Poi tutti in piazza. Accompagnati da una guida locale, attraversiamo il centro e ci tuffiamo nel mondo dei souk, i mille mercatini che popolano la medina. Ma la guida ha la bella pensata di abbandonare questi luoghi, che possiamo visitare in modo autonomo, per infilarci nel dedalo di viuzze che stanno alle spalle, dove la gente vive. Uno spettacolo: qui Marrakech, la rossa, viene fuori al 100%. Andiamo anche a visitare una conceria, che purtroppo di domenica non funziona (ignoravo che osservassero la domenica di riposo). All'ingresso ci viene dato un mazzetto di menta da tenere sotto le narici: oggi non serve, ma quando la conceria è in funzione il tanfo è micidiale e la menta aiuta a superare la crisi olfattiva.
Rientriamo nei souk dove, guarda caso, facciamo una sosta in un'erboristeria... la stessa che la guida di due anni fa ci aveva portato. Tra aromi, oli di argan, spezie e creme assistiamo alla solita dimostrazione, alla quale segue la solita vendita. Se questo è marketing, i marocchini lo fanno davvero in modo globalizzato.
Ci facciamo un giro in piazza e poi rientriamo per la cena. Seconda abbuffata, davvero pesante. Ma c'è chi, con la scusa di non avere fame, se ne sta tra le bancarelle, per poi finire a mangiare le lumachine di terra, qui servite come specialità locali. Seguirà il morbo di Montezuma? No, né a lui né a nessuno di noi, nonostante... ma questa storia la racconterò più avanti.
Alla cena conosciamo Abdullah, detto Abdù, la nostra guida: un ragazzotto di 28 anni, che da 4 anni fa questo mestiere dopo aver superato l'esame. Vive sui monti dell'Atlante e si vede che non ama molto girare per la città. Non ama neanche parlare a lungo... insomma è una vera guida.

Lunedì 29 Dicembre
Giornata di trasferimento verso la costa atlantica. Abbiamo a disposizione un pullmino e una 4x4. I bagagli sono caricati sui tetti e via... si parte. Lasciamo il caos di Marrakech alle nostre spalle, la campagna è davanti a noi. La strada non è messa male, infatti qui la popolazione locale si lancia a folle velocità provocando un sacco di incidenti. Per questo motivo ogni 20-30Km c'è una pattuglia della polizia, a volte equipaggiata con l'autovelox ed infatti si marcia ad una velocità decisamente di crociera. Il tempo trascorre osservando l'ambiente circostante: campi, boschetti radi, tanto pietrame sparso, qualche gregge. Ogni tanto incontriamo un paese, che vive quasi esclusivamente lungo la direttrice della strada che punta a ovest, come Chichaoua e Ounara. In quest'ultima facciamo pausa pipì e caffè, ma non troverai il locale nella ormai famigerata lista delle colazioni, se non altro per l'improbabilità di passare da quelle parti. Comunque il caffè, espresso e servito in bicchierino di vetro (manco fossimo in Toscana), non è malvagio: ne ho bevuti di decisamente peggiori in tanti bar nostrani.
Riprendiamo il trasferimento, puntando verso Essaouira e, dato che la giornata è lunga e abbiamo il tempo dalla nostra, facciamo una pausa presso una cooperativa femminile di produzione di olio di argan. A parte il solito retroscena di marketing (che in questo caso non è pressante e non guasta l'atmosfera) possiamo vedere il ciclo di produzione dell'olio e dei suoi mille sottoprodotti (come per il maiale, anche dell'argan non si butta via nulla). E' interessantissimo poter toccare con mano questa realtà tutta al femminile, supportata anche da finanziamenti pubblici, segno che le aperture della politica di Mohammed VI (re del Marocco da qualche anno) si trasformano anche in fatti concreti.
Segue pausa pranzo non lontano da Essaouira, presso una struttura moderna, che assomiglia molto ad un nostro autogrill, tenuto e gestito come il giardino di una reggia. La cosa potrà far storcere il naso ai "puristi", ma anche questo popolo sta lavorando e si sta muovendo per venire incontro alle esigenze di un turismo sempre più presente e portatore di ricchezza. Probabilmente gran parte del Marocco sarà così tra 30-40 anni, il che rimane molto più bello di tanti autogrill che si incontrano lungo l'autostrada della riviera ligure... ma ogni paragone è fuorviante e improprio. Sta di fatto che c'è chi dichiarerà di aver consumato proprio qui la più buona tajine della vacanza.
Ovviamente al tavolo vengono servite come bevande qualsiasi cosa, purché sia di tipo analcolico, il che ci ricorda che non abbiamo nulla con noi per le cene e per capodanno. Eccomi allora trasformato da accompagnatore a ricercatore di bottiglie di vino, possibilmente di quello buono. Con un autista vado alla periferia di Essaouira dove c'è un negozietto piccolo piccolo, che, tra le 1000 cose che vende, c'è anche il vino. La scelta non è certo infinita: due bianchi, due rosè e un rosso prodotto in Marocco e la mia scelta cade su quest'ultimo, nonostante il prezzo non sia propriamente economico. Morale della favola, accompagneremo le prossime cene con un pezzo da 13,5°, prodotto localmente, che non si dimostrerà essere niente male.
Dopo Essaouira puntiamo a sud, su di una strada che segue pedissequamente ogni piccolo rilievo. Il mare è sempre più vicino, fino a toccarlo a Tafnad, dove faremo il primo campo appena fuori da un paesino di pescatori, con un architettura da villetta-a-schiera-che-ha-conosciuto-tempi-migliori. Qui incontriamo i cammelli, i cammellieri e il boss in seconda, sia come autorità che come importanza sul campo: il cuoco.
Dopo aver montato le tende ce ne andiamo a zonzo lungo la spiaggia e qui incontriamo un ammasso peloso di cuccioli di cane, impaurito e affamato. Meno male che c'è l'Oscar, che adotterà ogni quadrupede del genere Canis da qui ad Essaouira. In men che non si dica i cuccioli avranno cibo e una protezione per la notte, oltre a nutrita razione di coccole.
Un gruppo di bambini del villaggio si stanno godendo l'anima scendendo dalle dune sabbiose come faremmo noi sulla neve: un pezzo di plastica sotto il deretano e... via!!! Uno di noi, ammaliato da tanta goduria, conquista la fiducia dei bambini al punto che gli imprestano un tocco di plastica: la sua discesa non verrà ricordata in nessun annale né per la pulizia del gesto atletico, né per l'eleganza della scivolata.
La cena verrà consumata nel tendone, che diventerà per noi la nostra seconda casa nei prossimi giorni. Fuori è fresco, quasi freddo e si possono vedere le prime stelle. Le previsioni per domani non sono buone, ma magari anche qui sbagliano spesso, come succede alle nostre latitudini.
Il dopo cena è animato da giochi, favole e racconti, dove i nostri due incredibili e grandiosi compagni di viaggio più giovani (insieme non arrivano neanche alla metà dei miei anni... e con questo penso di aver detto tutto) svolgono un ruolo centrale.
'Notte ragazzi, domani si comincia finalmente a camminare.

Martedì 30 Dicembre
Mattina bigia: densi nuvoloni si ammassano sulle nostre teste e l'oceano fa delle onde che virano all'incazzatura nera. Ci mettiamo al passo con Abdù che apre, la banda in mezzo ed io che copro il più classico ruolo della scopa. Seguiamo un percorso creato da non molto tempo: il passaggio delle persone, degli asini e dei cammelli avviene più internamente, mentre il nostro sentiero ha connotati più turistici, correndo lungo il mare. La sua creazione è l'ennesimo segno delle attività turistiche che si stanno sviluppando in questo paese. Il sentiero, anche se non segnato se non da qualche rado ometto di pietre, è ben visibile ed è tranquillo, così come lo è il nostro passo. Chi ha voglia di sgranchire le gambe, si mette in testa e tira, chi ha voglia di girare la testa tutto intorno se la piglia comoda. Proprio all'inizio c'è la salita più "dura" di tutto il trek: 200m di pendenza che non molla, ma sono solo 200... che fosse un trek facile lo si sapeva. Con la salita ci troviamo sul plateaux che ci permette di superare il capo Tafalney. Dall'alto lo sguardo arriva lontano, lontanissimo, ma manca qualcosa: i colori... qui è tutto grigio smorto, colpa delle nuvole che non ci abbandoneranno, anzi, ogni tanto scaricheranno anche qualche goccia di pioggia, poca roba e con tempi brevissimi, ma siamo in Marocco e la nostra aspettativa e fatta di sole. Di deserto, almeno come lo intendiamo noi, non ce n'è manco l'ombra: la sabbia è lungo la spiaggia e il resto sono rocce erose dal vento e dai marosi, puntinate da arbusti e un sacco di fioriture, che sono per me un invito alla macro. Abdù propone una sosta praticamente ogni ora, anche se non ce n'è bisogno e ad ogni sosta compare il suo sacchetto con il mix di frutta secca golosissimo, che personalmente ho approfittato a ondate ripetute.
Sul mare ogni tanto intravvediamo qualche pescatore con delle canne molto lunghe o qualcuno che raccoglie le numerose ed enormi cozze, i cui gusci arrivano anche a coprire parte del sentiero. Sono le uniche presenza umane che incontreremo e sono normalmente accompagnate da asinelli.
Arriviamo allo spiaggione di Tadwit, dove consumeremo il pranzo a picnic: mega paninoni farciti di tutto, dalle uova sode, alle sarde, dai pomodori ai formaggini. Anche un pranzo leggero si trasforma in un'ingolfata per lo stomaco.
La nostra meta è in realtà vicina, per cui, visto che il cielo diventa sempre più scuro, si riparte senza attendere oltre. Ci spariamo tutto lo spiaggione, fino a giungere (finalmente) al primo ambiente simil-desertico, composto da delle dune di sabbia che dal mare partono verso l'interno. Un occhio gettato verso l'alto ci mostra che lassù sta tirando un bel vento, che alza spruzzi di sabbia rossa, come se fossimo sul crinale del Castore. La salita sulla sabbia non è banale e ci si muove esattamente come se fossimo sulla neve. Tra folate di vento sempre più intense arriviamo sulla parte sommitale della sabbia, dove reincontriamo i cammelli e le tende cucina sono state montate.
Ci infiliamo dentro per proteggerci dalla polvere che, nonostante occhiali protettivi, coperture per la faccia e similari, si infila dappertutto, ma proprio dappertutto. Un the è proprio quello che ci serve per togliere la polvere dalla gola.
Tentiamo di montare una tenda, ma con questo vento è impossibile, per cui decidiamo di attendere e di andare a fare un giro nei dintorni.
Arriviamo così ad una scuola, dove siamo accolti da un gruppetto di bambini e da una splendida figura: il maestro. Vive a Essaouira e tutti i giorni viene fino qui camminando tre ore a piedi, per lavorare per mezza giornata con questi curiosissimi bambini. Ce lo racconta con un'aria placida, come se stesse recitando una preghiera zen.
Proseguiamo la nostra visita spingendoci prima verso il piccolo villaggio, per poi scendere in spiaggia, dove sfoggeremo le nostre tecniche di discesa sulla sabbia.
Al rientro al campo, la situazione del vento non è cambiata. Abdù ha mandato dei cammellieri a prendere un terzo tendone, che potrebbe diventare la nostra cuccia per stanotte. Solo Elio, che ha una buona tenda (la sua), riesce a montarla e, dopo opportuna zavorratura a colpi di pietrone, si assicura che non voli via. Le altre tende sono invece a dir poco ordinarie: molte hanno le cerniere saltate e la paleria non può tenere le folate di vento. Alla fine arriverà la terza tendona e la notte la passeremo così: le ragazze e i ragazzini staranno nella tenda più grande, quella dove mangiamo, i maschietti nella tenda piantata di fresco, mentre guida, cuoco e cammellieri useranno la tenda cucina. Siamo all'ammasso.
Durante la cena comincia anche a piovere, ma non sono più le quatto gocce incontrate in giornata: qui diluvia veramente!!! La preoccupazione aumenta, perché non vediamo come questi tendoni possano tenere la pioggia a lungo.
Ci prepariamo per la nottata: io trovo uno spazio proprio all'ingresso del tendone, che, nonostante qualche cordino, non c'è modo di chiudere decentemente: morale della favola, mi trovo a fare io da porta, con il vento che soffia continuamente nuova sabbia sulla mia faccia, che ho coperto con tutte le cose copribili (mi manca solo la maschera e il boccaglio). La pioggia temuta per fortuna non è caduta così copiosa e la notte vola via, in modo decisamente poco comodo, anche se non ci siamo bagnati. In una delle mille pause di veglia vedo che spuntano le stelle, il che mi fa ben sperare per l'indomani... ERRORE!!!

Mercoledì 31 Dicembre
Che sia martedì lo so so solo oggi: in realtà per tutti noi è l'ultimo giorno dell'anno, festività che non tocca gli abitanti locali, che hanno un calendario diverso dal nostro.
La colazione è arricchita dai racconti della notte appena trascorsa: c'è chi ha mangiato sabbia (io) e chi ha dormito usando le gambe di altri come cuscino. C'è chi ha sofferto di claustrofobia e chi periodicamente rotolava nel sacco a pelo che ha la fastidiosa tendenza di seguire le pendenze. Insomma è stata una notte dura, ma lo spirito è alto. Chissà perché però oggi il vaso di Nutella è stato letteralmente preso d'assalto...
Se questa mattina ci avesse accolto il sole, il mio umore sarebbe stato decisamente migliore, ma purtroppo non sarà così e altri nuvoloni grigio pece stanno viaggiando da sud verso nord, come da previsioni, maledettamente precise. La tappa di oggi è corta e prevediamo di arrivare al campo per ora di pranzo.
Il mio umore non migliora quando la guida mi dice che l'ultima tappa del trek, prevista da fare a piedi, si farà in realtà in auto. Nascerà qui la prima delle enne estenuanti trattative, intervallate dalle telefonate in agenzia, la cui serietà viene sempre meno.
Mare blu scuro, onde dalle creste bianche, cielo grigio pirla... opps, perla: l'unico colore vivo è il rosso dei paguri che ancora abitano le numerose conchiglie portate sulla spiaggia dalla mareggiata, insieme a granchi dal corpo enorme.
Anche oggi il cammino segue il mare, con saliscendi continui, ma meno pronunciati rispetto ad ieri. Il vento è decisamente meno invasivo, però teniamo tutti a portata di mano gli occhiali e le bandane anti-sabbia, che hanno decisamente aiutato nella giornata di ieri.
Lungo la costa ogni tanto compaiono dei muretti di pietre a secco, segno di un'attività pastorizia. Infatti vediamo qualche gregge e qualche cammello all'apparente stato brado.
Arriviamo così alle rocce rossastre che anticipano l'ampio corso del fiume di Sidi Mbarek... l'alveo è ampio, ma al suo interno corre un torrentello timido timido, che rende la terra limacciosa. Guadiamo il fiumiciattolo alcune volte, per poi risalire ad un pianorone dove avremmo dovuto piantare il campo. Il condizionale è d'obbligo... infatti la guida, approfittando dell'offerta di un fattore locale, ci farà dormire in una casa di contadini berbera. La costruzione è bianca, le stanze, composte solo di un piano, compongono un perimetro con al centro un cortile, dove si svolge tutta la vita o quasi. Dal cortile si accede alle varie stanze, tra cui le nostre, dove dormiremo sulle stuoie. Personalmente mi piace molto questa soluzione, non tanto per la sua indubbia comodità rispetto alle tende, quanto perché è bellissimo poter vivere anche solo una giornata accanto ai locali. La famiglia che ci ospita è composta dal capo (un signore anziano dal fiero cipiglio, che passa il tempo a controllare che tutte le cose siano al loro posto, girando a destra e a manca con in mano il suo lungo bastone di legno), da diverse donne in tipico vestito, ma con il volto e il capo scoperti e da due bimbi, il più piccolo dei quali (Yosef) è una vera teppa di 3-4 anni. Ho con me un sacchetto di pupazzetti dei Gormiti carpiti al nipote (che per Natale è stato sommerso dal solito fiume di giocattoli nuovi) e ci facciamo subito amico Yosef grazie a questo piccolissimo regalo, condito da vari "bon-bon".
Nella fattoria ci sono gli immancabili animali: vari cani (che passano il tempo ad annusare il cane che viene con noi, appartenente ad uno dei cammellieri), qualche gatto, diversi polli e un cavallo bianco, che se ne starà nella sua stalla. La presenza del cavallo denota che questa famiglia non se la passa male, almeno rispetto al resto della popolazione della zona.
Preso possesso delle stanze, ce ne andiamo anche oggi a zonzo. Qualcuno scenderà al fiume e si impegnerà in opere di idraulica (dighe, ponti e quant'altro), io con altri andremo a fare un giro nel paesino a monte per poi scendere in spiaggia compiendo un largo giro ad anello. Il cielo comincia ad aprirsi e ci offre qualche squarcio, il vento è finalmente calato a velocità zero e la camminata può avvenire con tutti i santi crismi.
Anche qui possiamo andare per dune, in quell'ambiente che tanto aspettavamo, ma che vedremo poco, in quanto il deserto qui è molto diverso da quello del nostro immaginario collettivo. Pur diverso dalle attese, l'ambiente è bellissimo: la presenza del fiume è magica e permette di far crescere una bella vegetazione. Ci sono campi di segale (con le piantine che stanno sbucando dalla terra rossa) e un sacco di fiori, merito anche delle piogge delle giornate appena passate.
Ritornati alla fattoria, ci prepariamo per il "cenone": niente botti, né stivaletti a-la-page, solo una mega-super-fantastica stellata che copre le nostre teste. Qualcuno ne approfitta per tirarsi a lustro facendo una doccia improvvisata grazie all'acqua del pozzo messa gentilmente a nostra disposizione. Prendiamo posto in una delle nostre stanze e sui tavoli vengono serviti i piatti locali: dalla solita zuppetta, al piatto forte composto da pasta con un sugo a base di verdure. Il tutto viene innaffiato dal vino, che stappiamo a ripetizione: i suoi 13,5° si fanno sentire, in alcuni casi in modo a dir poco plateale... Arriva la prima sorpresa: il cuoco ha preparato alcuni dolcetti locali, dei triangolini di pasta ripieni fritti nell'olio di non-si-sa-che-cosa, che si aggiungono a dei pasticcini acquistati in città. Il vassoio è adornato da alcune candeline, perché, quando avevo detto al cuoco che per noi oggi era un giorno speciale, aveva capito che era il compleanno di qualcuno di noi... poco male, soffiamo e mangiamo. E poi inizia il concerto: armati di taniche e di pentole (percussioni), guida, cuoco e cammellieri danno fiato alle trombe della voce per eseguire qualche pezzo di musica locale. Contribuiamo alla confusione assoluta battendo le mani ad un ritmo asincrono, come in una vera jam session di free jazz, quando ogni artista segue un suo proprio spartito che non spartisce nulla con gli altri sul palco. Insomma, la confusione impera sovrana. Poi tocca a noi, italiani e padroni della canzone latino-mediterranea. Per pietà mi sono rifiutato di girare il video che ci riprende storpiare qualche canzone di Battisti, scelto dopo una lunga discussione sui titoli e gli autori che ci rappresentano maggiormente. Magari Toto Cutugno era conosciuto anche qui, ma per fortuna nessuno di noi conosce i testi delle sue canzoni. Ce la caviamo grazie alla nostra preziosa compagna di viaggio, che dall'alto dei suoi dieci anni, incanta noi e i locali con la sua voce finalmente intonata.
A cena terminata, tiriamo in lungo per arrivare almeno alle fatidiche ore 24, mentre tutti gli abitanti del posto se ne vanno a letto: per loro domani è una giornata come le altre, fatta di lavoro. Ecco spuntare l'idea del falò in spiaggia, che raccoglie l'approvazione della maggior parte di noi. Qualcuno se ne andrà a letto, mentre gli altri armati di pile frontali e GPS, inizieranno a seguire il percorso della mattina per raggiungere il mare.

Percorso però un po' lungo e quando mi viene detto che qualcuno aveva fatto il giro per le cascate (decisamente più corto), abbandono il GPS alla sua sorte per andare per dune fino alla spiaggia. Ci portiamo dietro fascine di legna e tronchi secchi, dato che sappiamo che in riva al mare non sarà facile trovarli. Parte il falò, alimentato anche da qualche fiatata alcolica alla Superciuck. I lapilli che si levano verso l'alto fanno da contrappunto alle stelle cadenti che seguono la traiettoria opposta: io non ne ho viste (di stelle cadenti, intendo), ma una persona decisamente sobria giura di sì... però le vedrò dopo qualche ora.
E' mezzanotte: niente radio o TV, niente fuochi d'artificio, niente spumante da stappare e panettone da addentare, però al giro di baci e abbracci augurali non rinunciamo. Il fuoco tende a affievolirsi ed occorre alimentarlo continuamente, sfruttando anche tutti i fazzolettini e i rimasugli di carta igienica che abbiamo nelle tasche.
Improvvisamente dal buio pesto della notte spuntano due fasci di luce che puntano verso di noi, finchè dall'oscurità spunta Abdù insieme al padrone di casa. Erano preoccupati: non avendoci più visto (e non avendo stupidamente avvisato loro della nostra fuga in spiaggia) hanno chiesto ai nostri compagni rimasti a casa dove eravamo e poi si sono messi alla nostra ricerca. La preoccupazione nasce dal fatto che dicono che non sia sicuro girare di notte in quei posti, perché qualcuno dei locali si potrebbe insospettire ed incavolare. E' l'ultima sbiciata del 2008... e con la coda tra le gambe ritorniamo alla base, seguendo la guida.
Giunti a casa, io e Antonio decidiamo che la serata è perfetta per dormire all'esterno, sotto il tetto di stelle dominato dalla presenza di Orione (e lascia stare la rima, una volta tanto...). Prendiamo i materassini e i sacchi a pelo e ci accomodiamo, per addormentarci con gli occhi socchiusi pieni di puntini luminosi. Il concerto che seguirà non verrà segnalato da nessuna guida turistica del luogo.

Giovedì 1 Gennaio
Mattinata spaziale: freddo e limpido ci stanno accompagnando al nuovo anno. Il limpido rimarrà con noi, mentre il freddo ci abbandonerà man mano che cammineremo. Oggi la truppa cammellata seguirà il nostro stesso percorso, che ci porterà a Sidi Kaouki, un minuscolo villaggio sul mare, che sta diventando famoso per i surfers grazie agli alisei che qui soffiano in modo costante durante l'anno.
Salutiamo Yosef e il padrone di casa e ci mettiamo in moto. Giù alle cascate, su per le dune, giù alla spiaggia e poi via diritto per chilometri e chilometri di battigia.
Il nostro mini-compagno di viaggio (mini per l'età, non certo per l'altezza, dato che ormai ci guardiamo direttamente nelle palle degli occhi) accusa un forte dolore ad un tallone. Probabilmente lo scarpone, che a quell'età va forzatamente cambiato ogni anno, gli ha procurato una dolorosa tallonite. Giochiamo la carta "cammelli". La carovana, anticipata dal cane, ci raggiunge velocemente, dopo aver raccolto tutte le masserizie e i bagagli. Abdù la blocca e fa partire le operazioni di issaggio del nostro compagno "tallonato": il cammello viene fatto inginocchiare sulla sabbia, vengono spostati alcuni bagagli per fare posto all'infortunato, che sale sul dorso del cammello (che è in realtà un dromedario, avendo un'unica gobba). Il cammello si alza e da lassù la vista non dev'essere male. Alla sella sono ancorati dei legni, ai quali il cavalcante può a sua volta ancorarsi. Non so come si possono ridurre alla fine gli zebedei, dato che la progressione del quadrupede è a scatti, ma dal racconto in diretta sembra che l'unico fastidio sarà dato dal legno posteriore, dove il coccige dell'infortunato verrà polverizzato.
La carovana riprende il cammino dandoci l'opportunità di scattare foto a gogò. Il mio dromedario preferito è quello bianco (bianco sporco, ad onor del vero), che ha però la tendenza alla morsicatura (un po' come il sottoscritto...). Sono affascinato dai loro zoccoli, ampi, forniti di spessi cuscinetti, che permettono loro di galleggiare sulla sabbia, nonostante i carichi che spesso devono portare, fino a 2 quintali. I loro ciglioni accompagnati da un sorriso perenne rendono il loro aspetto bonario, ma è meglio non fidarsi troppo delle apparenze. Alcuni hanno una sorta di frangetta sulla testa, ma i più presentano una capocchia ben ordinata. Dopo un'attenta controllata, ci rendiamo conto che tutti i dromedari sono maschi e viaggiando così, senza l'adeguata compagnia, probabilmente non vengono loro grilli per la testa. Ma la cosa che più colpisce è la tripla articolazione delle loro zampe posteriori: oltre alle nostre analoghe caviglie e ginocchia, hanno un terzo snodo, che permette loro di accucciarsi al terreno come se fossero dei carrelli elevatori. Dopo altre indagini, impariamo che possono vivere fino ai 40 anni, ma rimane il dubbio se la loro sorte finale sarà un cimitero di sabbia o un'enorme tajine... spero nella prima delle due ipotesi: facendo un improbabile paragone, sarebbe come se noi mangiassimo la nostra amata 500 dopo averci servito per anni e anni di strada comune.
Dopo aver superato l'ultima scogliera, arriviamo all'immensa spiaggia che precede la nostra meta. Incontriamo una vecchia bombarda (un antico cannone corto e dalla bocca larga... il che mi ricorda qualcuno...) abbandonata nella sabbia, con tanto di ruote abbondantemente incrostate e la bocca rivolta verso gli antichi incursori provenienti dal mare.
Il gruppo procede in ordine ampio e sparso: chi fotografa i gabbiani, chi chiacchiera con i vicini, chi si gode semplicemente la facile camminata. Puntiamo verso una strada, al cui termine hanno posteggiato vari camper provenienti dall'Europa, soprattutto dalla Francia, paese con cui il Marocco ha ancora un rapporto privilegiato, nonostante gli anni di colonizzazione conclusi in modo pacifico, senza le battaglie avvenute nella vicina Algeria.
Sidi Kaouki è davanti a noi e arriviamo alla guesthouse che ci ospiterà dopo aver sfiorato alcuni baracchini-bar-ristoranti, che danno un ottimo servizio ai turisti che passano di qui.
I cammelli con i loro conducenti ci lasciano per tornare al loro paese e non perdiamo l'occasione di immortalare tutto il gruppo in un colpo solo.
Dopo il pranzo, il pomeriggio sarà dedicato alla vita da mare.
Solo a vedere l'acqua, mi viene una voglia matta di fare un bagno, ma appena tocco la battigia, mi rendo conto che la temperatura è ben lontana dalla mia preferita, per cui desisto. Non sarà così per i due ragazzini (notoriamente con l'impianto di termoregolazione assolutamente sballato) e per altri (pochi) pazzi eroi, che si tufferanno nelle acque dell'oceano.
Mi appisolo sulla spiaggia, perdendomi così l'estenuante trattativa tra le donne del gruppo e un venditore di ninnoli locali. Silvana è la più agguerrita, bonariamente agguerrita, cosa che i locali apprezzano molto, al punto che, dopo aver venduto quasi tutta la sua mercanzia, il venditore le regalerà un braccialetto, che ostenterà come una medaglia al valore. Da questo momento in poi, ogni trattativa verrà condotta con l'azione o almeno la supervisione del nostro ufficio acquisti dai rossi capelli.
Torniamo a casa, dove una doccia fredda ci permette di toglierci un po' di cropa accumulata nei giorni. Intanto il sole sta tramontando e l'occasione è troppo ghiotta per farmela sfuggire. Appena vedo la luce giusta, corro verso la spiaggia con la reflex spianata e comincio a scattare come un matto: il risultato mi piace.
Ora di cena. Con la dispensa semi-vuota, il cuoco non riuscirà a ripetere i manicaretti preparati fino a questo momento e, dopo l'ennesima zuppa, ci verrà servito un magro pranzo a base di verdure stufate... buone, ma sempre verdure rimangono.
Il dopo cena sarà allietato da crepes alla Nutella servite in un baracchino gestito da una veronese che vive qui da 5 anni con il marito marocchino. Anche il caffè non è male, di vera caffettiera.
La notte è sempre iper-stellata e non perdo l'occasione di dormire nel cortiletto interno della casa, all'aperto, anche se su dei più comodi divanetti. L'importante è avere Orione come abat-jour.

Venerdì 2 Gennaio
Dopo le trattative di rito, ho concordato con la guida che Essaouira può aspettare e dedichiamo la mattina a visitare l'entroterra di Sidi Kaouki, in posti dove i turisti (che vengono qui solo per il surf) non passano neanche di striscio.
Prima di partire è d'uopo un salto alla spiaggia per sfruttare la luce dell'alba, che qui sorge (è bene ricordarlo) dalla parte opposta del mare. La casa "tempio della fertilità" risulta essere il soggetto adatto per varie foto.
Il gruppo si divide: alcuni preferiranno dedicarsi ancora alla vita di mare e alle trattative commerciali per bracciali e collane, io con la guida e gli altri punteremo verso l'interno.
Una fitta rete di stradelli si interseca e si dipana tra le basse colline, segno che da qui la gente, almeno i locali, passano. Ed infatti incontriamo due asinelli cavalcati, alcuni cammelli, altri asinelli, un camion pieno di operai edili di probabile discendenza bergamasca. Le tracce sfiorano alcune case di recente costruzione... case? Ma che dico!!! Sono delle autentiche ville, bellissime e con vista sul mare, che man mano che camminiamo si allontana sull'orizzonte. Qualche ricco possidente si sta facendo la magione in quella che, tra qualche anno, magari diventerà la zona in della costa atlantica morocchina.
A fare da contraltare vediamo numerose casupole in pietra di origine rurale: ovili, case coloniche e qualcosa di simile ai nostri granai. In un campo due cammelli stanno dissodando il terreno e alle loro spalle, un contadino sta seminando ad ampie bracciate.
Proseguiamo in questo ambiente agreste, puntinato da numerosi alberi di argan dalla folta chioma verde, utilizzati da capre e cammelli come fonte di cibo. Il tratturo, spesso protetto da lunghi muriccioli di pietra a secco, attraversa un piccolo paese e giunge davanti ad una scuola, costituita da due stanze, una per ogni classe. In quella a destra, dedicata agli alunni più grandi, c'è il maestro che fa lezione e non vola una mosca. Nell'altra i bambini lasciati soli non fanno confusione, ma al nostro passaggio si affacciano alla porta e alla finestra incuriositi. Rovistiamo negli zaini e tiriamo fuori quello che abbiamo: niente denaro, perché giustamente i grandi ritengono che non bisogna abituare i bambini a ricevere elemosine. Saltano fuori caramelle e l'ultima confezione di biro che avevo portato con me, memore della precedente esperienza in queste terre. Busso alla porta ed il maestro, con faccia severa, mi fa entrare e accetta i minuscoli doni pour les enfants, come sottolinea. Salutiamo ed usciamo dal locale, mentre gli studenti ci ringraziano a viva voce, spronati dal profe. Qui hanno le scuole anche in capo al mondo, maestri che seguono tutti gli scolari, in una mancanza di mezzi che non intacca affatto la loro fierezza e, anche se sono solo delle biro, speriamo di aver dato il nostro piccolo aiuto: un aiuto, più indiretto, ma più consistente, verrà dalla nostra visita qui, con i soldi che vi abbiamo portato.
Proseguiamo lasciando alle nostre spalle le ultime abitazioni, percorrendo un tratto di aperta campagna. Vorremmo puntare ad un paese più grosso, di cui vediamo la torre della moschea, ma è troppo lontano e dato che abbiamo un appuntamento con gli altri, ci tocca tornare a malincuore sui nostri passi.
Durante il rientro incontriamo una tartaruga di terra, che ne sta pascolando placidamente, ignorando il rischio di diventare un grasso brodetto e poi ci fermiamo per un the presso alcuni muratori, che stanno lavorando ad una casa. La condizione igienica dei bicchieri fa desistere alcuni, mentre il grosso accetta la bevanda offerta e preparata al momento (lo rammento... Montezuma se ne starà al tranquillo in questi giorni e nessuno soffrirà di nessun problema gastro-enterologico). Come puoi immaginare, il grosso problema di queste parti è l'acqua e qui stanno scavando un pozzo, arrivato ora a circa 4 metri di profondità, non tanto per raggiungere qualche improbabile falda sotterranea, quanto per stivare l'acqua piovana raccolta dal tetto della casa. Un muratore è appena sceso nel buio buco, dove scaverà, mentre un altro raccoglie i sassi e la terra di riporto. E' un lavoraccio schifoso e insalubre, ma, con i mezzi a loro disposizione, è probabilmente l'unico modo per sopravvivere qui.
Rientriamo alla guesthouse in coincidenza con i compagni spiaggiati per tutta la mattina. Il trek è ufficialmente concluso dopo quasi 54Km di cammino a piedi.
Pranziamo, impachettiamo armi e bagagli e ci mettiamo in attesa dei taxi che ci porteranno ad Essaouira. Ne arrivano tre: sono delle vecchie Mercedes, dove si riesce a stare in 6, autista compreso. Ma noi siamo in 18 (15 più me, la guida e il cuoco) ed è evidentemente impossibile caricare tutti, compresi i bagagli, sui taxi a disposizione. Parte un'altra frenetica discussione tra me e la guida, che chiama l'agenzia, che alla fine autorizza la chiamata di un quarto taxi. Ed intanto perdiamo tempo, stando a ciondolare nei dintorni.
Con i taxi arriviamo nella città bianca, bellissima ancora prima di entrarci. Dentro le mura non entrano le auto e con dei carrettini ci viene trasportato il bagaglio fino al nostro riad. Qui incontriamo tre donne milanesi che, dormendo in camper, stanno battendo la zona per acquistare un riad e ci avvisano che la città è piena di turisti. Meno male, perché da lì a poco scoppia un'altra grana: l'agenzia ha sbagliato la data di prenotazione del riad, per cui non abbiamo dove dormire per stanotte. Seguono telefonate, toni poco urbani, si mettono in moto meccanismi sotterranei a me ignoti e alla fine Abdù trova due appartamenti per la notte: "Belli e con doccia" mi conferma "ma sono a 20 minuti di cammino dal centro". Spiego l'arcano al resto della banda e ci mettiamo d'accordo per iniziare a visitare la città, che già dalle prime avvisaglie sembra promettere bene.
Ci diamo appuntamento per la cena e si comincia a girare nel bosco antico. Qui nasceranno due correnti di pensiero e di gusto: c'è chi preferisce Marrakech, con la sua tipicità orientale e la sua confusione, e chi, come me, preferisce Essaouira, architettonicamente un pelo più europea (non per niente sono stati i Portoghesi a costruirla così come la conosciamo oggi) ma soprattutto molto meno affollata.
Visitiamo i bastioni, il porto, ci tuffiamo nel souk affollato di negozietti di ebanisteria, attraversiamo piazzette, per finire nella zona ebraica, quella decisamente meno turistica e più decadente, per poi rientrare sul vialone che ospita il mercato, il loro mercato. Bellissimo: ho sempre pensato che il mercato è la zona culturalmente più interessante di ogni paese e cerco di non mancarne mai uno. Qui la gente compra e vende, si incontra, scambia non solo merce ma anche notizie, chiacchiere, ci si aiuta e magari ci si fa le scarpe a vicenda (e non parlo dei ciabattini): insomma è uno spaccato della società che ospita il mercato stesso. Quelli incontrati ad Essaouira non fanno eccezione: il mercato del pesce è un must, basta fare attenzione a non scivolare sul pavimento!!! E proprio qui andremo a cena, tuffandoci nel mondo vissuto del Marocco. Basta avere qualche accortezza: solo cibi cotti e bevande in bottiglie chiuse. Immaginati la scena: una fila indiana di europei sfila tra le bancarelle di pesce, fresco di giornata e pulito sotto il naso degli acquirenti. Ci si accomoda ad un tavolaccio, adornato con un piattino di cartone, varie ciotole colme di olive e le bottiglie di acqua. Arriva il pane e dei piattini con un'insalatina di pomodori e cipolle. La fame è tanta, le olive sono arrivate all'osso (letteralmente parlando) e i primi piatti sono presi d'assalto. Poi arrivano i calamari fritti, anelloni spessi un dito, caldi bollenti e che si sciolgono in bocca, come se avessimo i succhi gastrici all'altezza delle gengive (immagine disgustosa, ma di sicuro effetto). Seguono gamberi, sarde, orate e un secondo giro di calamari, il tutto consumato in punta di dita... dato che queste sono state le nostre posate.
Segue marcia digestiva verso le nostre abitazioni, correndo dietro il carretto che porta i bagagli (anche qui, letteralmente parlando). Gli appartamenti sono bellissimi, sembra un ambiente per girarci un film con sultani ed odalische (e magari è proprio questo lo scopo, con la "o" aperta), però... ci mancano 4 letti. Altra incavolatura, altre sbraitate, ma a questo punto 4 di noi si devono accontentare dei numerosi divani.
Se non altro la doccia è bollente, ma questa sera ne avrei bisogno di una gelata, dato che di bollori ne ho avuti abbastanza. Segue animata partita a Uno e poi la nanna, davvero meritata dopo una giornata così intensa.

Sabato 3 Gennaio
Siamo agli sgoccioli e lo sappiamo, però abbiamo ancora un po' di cose da vedere e da fare, a cominciare dalla colazione, che ci viene servita direttamente negli appartamenti. Colazione super direi, ci sono anche le loro tigelle sfornate da poco, peccato che la consistenza sia alquanto gommosa.
Dopo aver preso accordi, ci scaglioniamo per ritornare in città percorrendo un lungo tratto di spiaggia, gestito e mantenuto splendidamente. E' pulita, ci sono le docce pubbliche, un sacco di gente sta passeggiando e giocando, come avveniva ieri sera, grazie al fatto che la spiaggia è completamente illuminata.
Ciascuno di noi ha i suoi obiettivi: c'è chi vuole fare qualche spesuccia e chi preferisce andare a zonzo. Io sono tra questi ultimi e con una parte della banda andiamo al porto, non prima di esserci sparato un buon caffè. E' appena arrivato un peschereccio e, dopo le operazione di attracco, cominciano a scaricare casse su casse di fresco pescato. Un lavoro duro, puzzolente e anche pericoloso (no ora, ma durante le nottate in mare ovviamente), un lavoro che però da' da mangiare a loro e alle loro famiglie. Alcuni gatti si aggirano nei dintorni, così come numerosi gabbiani, dato che sanno benissimo che ci sarà qualcosa anche per loro.
Proseguiamo addentrandoci nelle stradine della medina, dove incontriamo altri della banda, per poi riperderli nuovamente. Abbiamo lasciato le botteghe degli ebanisti per turisti e incontriamo ora i laboratori dove questi manufatti sono prodotti: piccoli bugigattoli zeppi di segatura, con una mola, qualche attrezzo e tocchi di legno sparsi ovunque. L'artigiano, anche lui bianco di segatura, ci mostra le sue creazioni lavorate di legno e alluminio. Parte l'acquisto.
Svicolando per un vicolo alla caccia di qualche foto, perdo il resto dei miei compagni, che ritroverò nella via del mercato.
Il pullmino e l'auto ci sono venuti a riprendere per riportarci a Marrakech. Viaggio di trasferimento tranquillo, con l'unica sosta per il pranzo a colpi di brochette e di una frittatona in tajine. Accanto a noi una squadra di calcio amatoriale sta pranzando probabilmente prima di fare la sua entrata in campo: mangiano come noi... vuoi dire che ci stiamo alimentando come dei veri sportivi?
Il traffico e lo smog segnalano il nostro arrivo a Marrakech, dove alloggiamo in un altro riad, decisamente meno accattivante del primo. Il piano è quello di fare un giro e poi andare a cena nella piazza, in una delle tante bancarelle. Il giro lo faremo, però davanti alla vista del buffet offerto dal ristorante del riad, facciamo un dietrofront di programma e affronteremo il lungo calvario dei piatti esposti e di facilissima accessibilità del buffet dell'albergo, incluso il crem caramel e la torta di ricotta finali.
Qui c'è Mohamed, dell'agenzia, che non fornisce spiegazioni sui tanti, troppi disguidi che abbiamo dovuto sopportare. E' vero, non è successo niente di irreparabile, però almeno due parole almeno ce le meritavamo.
Ingollo il rospo (questa vacanza mi ha fornito ottimi insegnamenti organizzativi) e ci tuffiamo nell'orda notturna che popola piazza di Djemaa el-Fna, proprio mentre sta scendendo qualche goccia di pioggia... forza ragazzi, chi è il porta scalogna in mezzo a noi? Entriamo in uno dei tanti bar affacciati sulla piazza per la calda bevanda serale (ormai diventata parte integrante del nostro DNA) e poi scendiamo in piazza, dove acquisto datteri e dolcetti per casa, e mi procuro la mistura di frutta secca da regalare come ricordo alla banda.
Ultime foto, ultime impressioni e poi a nanna.

Domenica 4 Gennaio
La mattina inizia con la prima sbiciata del nuovo anno. Dopo aver controllato che nessuno abbia dimenticato nulla, che i passaporti e i biglietti siano a portata di mano, che il bagaglio sia tutto caricato sul pullmino, che tutte le persone siano presenti, andiamo all'aeroporto, dove mi accorgo di aver dimenticato io lo zaino all'albergo, anzi di fronte al portone del riad. Mando Mohamed a recuperarmelo, mentre facciamo il check-in. Recuperato lo zaino (con macchina fotografica al suo interno!!!) entro anch'io in zona imbarco.
Da qui in poi c'è poco da raccontare. Lo sbarco a Malpensa è gelido (eravamo abituati a ben altre temperature e poi oggi fa particolarmente freddo), ma almeno c'è il sole. Appena entrati in autostrada ci infiliamo in un bel nebbione e solo così mi sono reso conto di essere nuovamente nella padania.
Meno male che mi è rimasto qualche ricordo nello zaino di questo viaggio, reso possibile anche grazie alla pazienza e allo spirito di adattamento che tutti i partecipanti hanno dimostrato di avere nel loro bagaglio di viaggiatori.
Ed ora manca solo la proiezione delle foto...

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