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La Sfida dei Falò e la tradizione del fuoco in Lunigiana  

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22 gen 2019 - by Redazione
// Eventi e Manifestazioni

Prima del Carnevale e nel cuore dell’inverno, la Sfida dei Falò rappresenta una delle più antiche tradizioni della Lunigiana, in maniera particolare della zona di Pontremoli.

La disfida, meglio sarebbe dire, si può far risalire al pieno periodo medievale, quando in Toscana - ma più in generale in tutta Europa - si combattevano guerre d’opinione e di spada tra due fazioni contrapposte, Guelfi e Ghibellini.

I sostenitori del papato avversavano i fautori del potere imperiale, e viceversa. In questo clima, il piccolo comune lunigiano si divise in egual parte tra sostenitori Guelfi e Ghibellini, in maniera tale che la civile convivenza tra concittadini era divenuta pressoché impossibile.

Fu Castruccio Castracani, duca di Lucca e Gonfaloniere del Sacro Romano Impero tra il 1327 e il 1328, a trovare una soluzione. Da Ghibellino degli Antelminelli, divise Pontremoli in due comuni separati, sovrastati da una fortezza (il Castello del Piagnaro) che fu dopo pochi anni distrutta in odio a Ludovico di Baviera.

Per dare sfogo a questa disfida tra fazioni, nacque la tradizione dei falò, ovvero dei fuochi rituali che riprendevano le celebrazioni invernali, di epoca romana, in onore del Dio Sole.

Come rito cristianizzato, il Falò di Pontremoli divenne l’occasione per le due parrocchie cittadine, la Parrocchia di San Nicolò e la Parrocchia di San Geminiano, per sfidarsi a chi avesse realizzato il fuoco più grande.

Il primo, che ancora oggi avviene il giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), veniva acceso sulle sponde secche del fiume Magra; il secondo, che si teneva due settimane dopo (31 gennaio), aveva invece come location il greto del Verde, l’altro rio cittadino.

Il falò viene acceso dopo aver impilato, anche per più giorni consecutivi, una ricca quantità di legna da ardere, arbusti, cespugli e rami secchi, in modo da favorire un fuoco particolarmente alto e vigoroso.

Oltre 30 metri: è l’altezza che raggiungono i più alti tra i falò di Pontremoli, nelle fredde notti di gennaio, e che rischiarano le tenebre come segno di sfida all’inverno.

Al significato religioso, nonché a quello pagano, se ne aggiunge infatti un terzo: procacciarsi un anno di coltivazioni rigogliose e di fertili terre che diano ricchi raccolti. Per questo ogni parrocchia si impegna, di anno in anno, affinché il suo sia il fuoco più alto, in maniera tale da vincere la sfida.

L’uso del falò rituale non è una esclusiva della Garfagnana e di Pontremoli, anche se qui se ne tiene appunto la sua versione più celebre. Sin dall’Epifania, e per tutto il periodo che precede il Carnevale, i fuochi rischiarano il buio del primo mese dell’anno nella Val Trebbia, a Genova, La Spezia e a Milano (dove si tiene l’altro Falò di Sant’Antonio).

In Romagna si tiene la fogheraccia, in occasione della Festa di San Giuseppe, per accogliere la primavera e i suoi ricchi frutti. Se nelle Marche la tradizione è prevalentemente legata al mese di dicembre, come preannuncio del Natale, in Salento (a Novoli in particolare) i fuochi si accendono con le potature delle vigne, nel mese di gennaio.

Che sia la Garfagnana o la bassa Puglia, insomma, il rito del falò rispecchia usi e costumi di antichissima origine.

Articolo di Stefano Maria Meconi

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