Curiosità: Pavese a Brancaleone
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Marina
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Passeggiando per le strade di Brancaleone è ancora possibile scorgere la casa dell’esilio di Cesare Pavese.
Il malinconico intellettuale, confinato dal 1935 al 1936 dal regime per sospetta attività anti-fascista, registrò le sue inquietudini nel diario “Il mestiere di Vivere” e nel primo romanzo “Il Carcere” proprio a Brancaleone. Lontano anni luce dalla sua Torino, Pavese era combattuto tra amore e disprezzo per quella terra e quella gente che, come scriverà in una lettera alla sorella: “è di un tratto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.
Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono ‘Este u’ confinatu’, lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento”. Temi ricorrenti nella trascrizione dell’esperienza vissuta, sono il mare e le donne. Il mare, non più quello doloroso e buio de “Lo Steddazzu”, ma come “la quarta parete della sua prigione, una vasta parete di colori e di frescura, dentro la quale avrebbe potuto inoltrarsi e scordare la cella”.
E la donna, anzi le donne. Elena, la padrona di casa, arrendevole, materna, che gli si concede, amandolo, mentre lui sogna un’altra. Concia, bella e selvatica, una figura mitica “con un passo scattante e contenuto, erta sui fianchi, il viso bruno e caprino con una sicurezza che era un sorriso”. E, forse furono proprio Concia e il mare le ultime immagini che lo accompagnarono quando in una camera d’albergo di Torino si tolse la vita a soli 42 anni mettendo fine ai suoi tormenti interiori.
Categoria: Consigli Generici






