Cultura
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Israele è, come molti dei suoi vicini, uno Stato molto giovane (tutta la regione aveva fatto parte, dal XVI al XX secolo, del vasto Impero Ottomano, allorché venne divisa tra “mandati” britannici e francesi, che determinarono la creazione degli stati attuali). Inoltre, il 60% della popolazione israeliana è costituita da Ebrei immigrati da Europa, Stati Uniti, Africa e Asia; mentre circa il 40% è composta da persone nate qui (ebrei - molti discendenti dei chalutzim, ebrei non sionisti che già vi vivevano; islamici, in prevalenza sunniti; cristiani, cristiani ortodossi e cattolici; drusi). In seguito all’orrore della guerra e dell’antisemitismo europei, e dopo decenni di pogrom, si rafforzò la volontà del ritorno (alià) e della creazione dello Stato (Eretz Israel) che affermasse l’esistenza e la sopravvivenza dell’ebraismo. Nel tempo, si è prodotta la perdita del carattere originariamente levantino dell’area, per l’assunzione di uno più marcatamente “occidentale”. L’anniversario della costituzione dello Stato può essere una festa per un ebreo-israeliano, mentre può anche essere la catastrofe (naqba) per un arabo-israeliano (un palestinese che ha voluto e potuto rimanere a vivere entro i nuovi confini). L’identità tra religione (e lingua – codificata con migliaia di termini e concetti nuovi, rispetto a quelli scritti negli antichi testi, alla fine dell’ottocento) e nazionalità pone Israele di fronte alla questione dello sviluppo di un sistema democratico e pluralista, che sappia preservare le culture e le tradizioni (sefardita, askenazita, yddish, kassidica, falascià, per citarne le principali) del complesso, antico e profondo mondo ebraico (di inestimabile valore: fatto di saperi antichi e moderni, danze, musiche, fiabe) al fianco delle altre. La sicurezza nazionale, da necessità, è andata diventando un vero “culto”. Cosa che ha contribuito alla crescita del nazionalismo religioso (con punte estreme di fanatismo e di militarismo) per decenni, insanguinati da periodiche ondate di violenza, fino a sancire lo “sviluppo separato” e a negare la coesistenza pacifica (che ha resistito, nonostante tutto, in molti villaggi fino agli anni ’70 – ’80); fino alla uccisione del primo ministro Rabin (novembre 1995) e alla conseguente interruzione del processo di pace.








